

Lo scorso 1° dicembre l’ambasciatore russo Paramonov si è recato in un paesino di 843 abitanti in provincia di Lucca, Vagli Sotto. La visita si è tenuta su invito del sindaco Mario Puglia, ex membro di Gladio, ed in presenza di alcuni ex-militari italiani, appartenenti ad un’associazione di Massa denominata “Cuore Russo”.
Una visita che può sembrare strana agli occhi di chi non segue da vicino le vicende della guerra ibrida russa contro l’Occidente. Ma che, pur essendo passata sotto silenzio dal punto di vista mediatico, è valsa un’interrogazione parlamentare, presentata dai senatori Enrico Borghi, membro del COPASIR, ed Ivan Scalfarotto.
Ma cosa ci faceva l’ambasciatore russo in un piccolo paesino della provincia di Lucca, e perché la vicenda è stata meritevole di un’interrogazione parlamentare? Per comprenderlo bisogna partire dall’inizio, ovvero dall’anno 2017, quando l’Italia era nel pieno della furia russificatrice che ha investito il nostro Paese nell’ultimo decennio. Nell’agosto di quell’anno, a Vagli Sotto, venne stranamente eretta una statua dedicata a Alexandr Prokhorenko, militare russo morto in Siria. Un personaggio che non c’entra nulla con l’Italia, a cui nessuno in Italia deve nulla, e la cui presenza in Siria, anzi, era da leggere in chiave antioccidentale, quindi anche anti-italiana. Eppure in Italia, Paese all’avanguardia come pochi quando si tratta di rendersi ridicoli, c’è una statua (peraltro orribile), dedicata a questo personaggio.

Alla cerimonia di inaugurazione di questo obbrobrio era presente l’allora direttore del Centro Culturale russo di Roma, ovvero Oleg Osipov, padre di Irina Osipova. Un anno prima, presso lo stesso Centro, l’Associazione Nazionale Paracadutisti inaugurò un corso intitolato al militare russo. Era la prima volta nella storia dell’associazione che il corso veniva intitolato non ad un italiano, ma ad un ufficiale russo. Una decisione irrituale e che, a posteriori, non si può che leggere con una certa perplessità.
È doveroso sottolineare che il compito di Alexandr Prokhorenko in Siria era quello di individuare i bersagli per l’aviazione russa, in un contesto in cui le incursioni della stessa aviazione sono diventate tristemente note per il loro essere indiscriminate rispetto alle infrastrutture civili e alla popolazione.
Insomma, per qualche ragione è stato più celebrato questo criminale di guerra russo, di cui in Italia non interessa nulla a nessuno, rispetto ai militari italiani caduti nelle varie missioni all’estero.
È interessante notare come a Vagli Sotto vi siano, fra le altre, una statua di Putin ed una di Trump. Il sindaco Puglia aveva anche espresso l’intenzione di dedicare una statua a Kim Jong-Un, ma qualcuno deve averlo portato a più miti consigli, evitando un’altra pagliacciata rossobruna e risparmiandogli un’altra figuraccia.


L’inaugurazione della statua di Prokhorenko, e più in generale la celebrazione di questo militare, è da leggere come un’operazione di guerra non lineare attraverso cui la Russia cerca di affermare la propria narrazione all’interno di un Paese NATO. Attorno a questa statua, infatti, la propaganda russa si è stratificata su molteplici livelli, che vale la pena analizzare.
Un primo livello consiste nella creazione, a tavolino, di un’icona: un criminale di guerra viene ammantato di un’aura di eroismo, costruendo attorno alla sua figura un racconto in cui ciò che vero, ciò che è inventato e ciò che non è verificabile si mescolano in un maleodorante potpourri propagandistico.
E così un militare che era in Siria per uccidere e far uccidere civili ed oppositori di Assad, e che per non farsi catturare dagli islamisti ha ordinato all’aviazione russa di bombardare la propria posizione (almeno stando alla versione del Cremlino, non verificabile da nessuno), diventa un “eroe caduto nella lotta al terrorismo”. Un eroe globale, quindi, la cui celebrazione può essere utilizzata come cavallo di Troia per diffondere globalmente un certo tipo di narrativa.
Un secondo livello è rappresentato dalle tempistiche della visita. È difficile non pensare che la visita del 1° dicembre fosse slegata dall’attualità della situazione in Siria. Dal punto di vista comunicativo l’intento era chiaro: stabilire un’equazione tra l’opposizione ad Assad e alla Russia ed il terrorismo. Col fine, ovviamente, di far leva sulle opinioni pubbliche occidentali per indebolire, nei limiti del possibile, la spinta che ha poi portato al rovesciamento del regime di Assad e, a cascata, all’indebolimento della posizione della Russia in Medio Oriente, nel Mediterraneo (Libia in primis) e nel Sahel.
Un terzo livello di propaganda è rappresentato dalle parole pronunciate dall’ambasciatore nel corso della commemorazione. Paramonov ha parlato di “bruciare e far esplodere” i mezzi della NATO “così da aprire la strada al ripristino di una vita pacifica”. Una retorica bellicista ed ostile che vuole attribuire alla NATO e alla Resistenza ucraina le responsabilità di una guerra di cui la Russia è la sola colpevole, e che sono ancora più gravi perché pronunciate sul territorio di un Paese dell’Alleanza.
Infine c’è il dettaglio inquietante degli ex militari italiani appartenenti all’associazione “Cuore Russo”, e che erano presenti alla commemorazione. Queste cose accadono solo in un Paese sull’orlo della sovversione. Riuscite ad immaginare dei militari russi iscritti all’associazione “Cuore NATO” e che vanno ad omaggiare i soldati di Paesi NATO caduti durante le loro missioni in Medio Oriente?
Questa asimmetria e questa connivenza con un Paese ostile hanno francamente stufato, e combatterle non significa limitare la libertà di espressione, quanto limitare le ingerenze della Russia nella vita sociale e politica del nostro Paese.
Questa vicenda è emblematica del modo in cui i russi conducono la loro guerra non lineare nel nostro territorio, approfittando di ogni occasione possibile per cercare di insinuare subdolamente, nell’opinione pubblica italiana, una narrazione che sia favorevole al Cremlino.
La speranza è che la statua di Prokhorenko venga rimossa: essa, infatti, non è solo un monumento ad un criminale di guerra russo, ma un monumento alla propaganda russa e, soprattutto, alle infiltrazioni russe in Italia e all’incapacità dell’Italia di contrastarle. Lo stesso vale, naturalmente, per la statua di Putin, su cui pende un mandato d’arresto della Corte Penale Internazionale.
Queste statue sono simboli di subordinazione ad un Paese straniero a noi ostile, ed in quanto tali devono essere rimosse.
O almeno, questo è ciò che accadrebbe in un Paese normale.
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