


La crisi nello Stretto di Hormuz mostra che il cuore dello scontro tra Stati Uniti e Iran non è più soltanto il nucleare, ma il controllo delle rotte marittime. Per Washington è in gioco la credibilità della propria egemonia navale; per Teheran, la possibilità di trasformare Hormuz in una leva permanente di potere.
Nella notte tra il 7 e l’8 luglio 2026, il CENTCOM ha colpito oltre ottanta obiettivi in Iran con munizioni di precisione. Una risposta immediata agli attacchi delle Guardie Rivoluzionarie contro tre navi mercantili in transito nello Stretto di Hormuz. Teheran ha reagito lanciando missili contro ottantacinque siti militari americani in Bahrein e Kuwait.
Fonti della sicurezza iraniana hanno dichiarato che «la nuova strategia dell’Iran è: dopo ogni attacco, lo Stretto di Hormuz verrà completamente chiuso». I mercati sono andati in rosso. Il petrolio ha fatto un balzo del sei per cento. Trump, ad Ankara, ha lasciato intendere che la tregua «per lui è finita».
Quello che sta succedendo nello Stretto di Hormuz non è un episodio di una guerra più grande. È il cuore della guerra. Uno specchio d’acqua largo quaranta chilometri, stretto tra la penisola arabica e la costa iraniana, attraverso cui transita circa il venti per cento del petrolio mondiale, la quasi totalità del gas del Qatar, forniture cruciali di zolfo ed elio. Chi controlla Hormuz non controlla solo l’energia: controlla la leva con cui si può paralizzare buona parte dell’economia globale in pochi giorni.
Lo sapevano le potenze coloniali quando disegnavano le rotte imperiali. Lo sa l’Iran da quando, negli anni Ottanta, ha combattuto la guerra delle petroliere con l’Iraq. E lo sa Washington, che da decenni tiene nel Golfo Persico una presenza navale permanente proprio per evitare che qualcuno riesca a usare quella leva.
Si continua a raccontare questa guerra come una crisi nucleare con risvolti energetici. Non è così. O meglio: non è più così da mesi. Il nucleare iraniano era un problema gestibile — lo dimostrano vent’anni di negoziati, JCPOA, violazioni parziali, rientri, nuovi accordi, sanzioni, incentivi. Un programma nucleare si monitora, si sanziona, si congela, si negozia. Hormuz no. Hormuz tocca qualcosa di diverso. Tocca la struttura stessa della strategia americana.
Una guerra per il controllo del mare
Gli Stati Uniti sono una talassocrazia. Il loro predominio globale non si fonda sull’occupazione del territorio, ma sul controllo delle rotte marittime: una dottrina che viene da Alfred Thayer Mahan, che alla fine dell’Ottocento teorizzò che chi controlla il mare controlla il commercio mondiale, e chi controlla il commercio mondiale controlla la politica mondiale.
La Marina americana è la traduzione operativa di questa dottrina: la flotta più potente della storia, dispiegata ovunque, garante della libertà di navigazione come condizione materiale su cui si regge l’intero edificio dell’egemonia globale. Finché le rotte sono aperte, il sistema funziona. Finché il commercio scorre, il dollaro è la valuta del commercio. Finché la Marina garantisce il transito, Washington garantisce l’ordine.
Non è una questione energetica per gli americani: gli Stati Uniti sono oggi esportatori netti di petrolio. È una questione strategica: se Hormuz può essere chiuso, la promessa americana di garantire la libertà di navigazione ovunque, sempre, rivela un limite fisico e geografico. E un’egemonia con limiti fisici e geografici non è più egemonia: è influenza regionale.
La dottrina che Teheran covava da decenni
L’Iran non ha improvvisato. La dottrina militare della Guardia Rivoluzionaria su Hormuz è stata costruita nel tempo, studiata, teorizzata. Nasce dalla guerra Iran-Iraq degli anni Ottanta, quando Teheran ha capito la lezione fondamentale che avrebbe orientato tutto quello che è venuto dopo: non bisogna cercare la battaglia classica contro una superpotenza, bisogna trasformare il Golfo in un ambiente di attrito continuo.
Nei decenni successivi, i Pasdaran hanno costruito un apparato militare basato sulle capacità anti-accesso e di interdizione d’area — quello che in gergo si chiama A2/AD — pensato per rendere il transito nel Golfo Persico così costoso e incerto da scoraggiare la navigazione commerciale senza ingaggiare direttamente la Marina americana in combattimento aperto. Missili costieri Noor e Qader, riserve stimate tra cinquemila e seimila mine navali, sciami di droni, imbarcazioni veloci che attaccano e spariscono.
Non è una strategia offensiva nel senso convenzionale. È una strategia di interdizione: non vincere lo scontro diretto, ma dimostrare che la potenza navale americana, per quanto schiacciante in acque aperte, non può garantire il transito in uno stretto controllabile da terra.
Quando l’Iran ha dichiarato chiuso Hormuz il 4 marzo 2026, non ha sconfitto nessuno. Ha premuto il tasto più sensibile della potenza americana e ha aspettato la reazione. La reazione di Trump — «distruggo un’intera civiltà in una notte» — non suona come la dichiarazione di chi ha la situazione sotto controllo. Suona come quella di chi ha appena visto qualcuno toccare il nervo che non avrebbe dovuto toccare.
Il contro-embargo come risposta semantica
La mossa più interessante della crisi non è stata militare. È stata comunicativa. Quando l’Iran ha chiuso Hormuz, gli Stati Uniti non lo hanno riaperto con la forza: lo hanno chiuso loro. In apparenza sembra una resa: accetti la chiusura invece di combatterla. Ma la logica è più sottile. Chi chiude uno stretto lo controlla. Se lo chiude l’Iran, il messaggio geopolitico è che Teheran controlla Hormuz. Se lo chiude Washington — anche uno stretto già chiuso — il messaggio cambia soggetto: siamo noi che decidiamo cosa passa e cosa no, non voi.
Non è una risposta militare. È una risposta semantica: il tentativo di ristabilire il frame del predominio americano nel momento in cui quel predominio stava mostrando il suo limite più imbarazzante.
Ma il contro-embargo porta con sé una confessione implicita che andrebbe compresa con attenzione. Se la Marina più potente della storia fosse in grado di riaprire lo stretto con la forza a costi accettabili, lo avrebbe fatto. Non lo ha fatto. Ha scelto invece di riposizionarsi come soggetto attivo della chiusura: una mossa che salva la narrativa del controllo, ma non ripristina la realtà del transito.
Per la prima volta nella storia recente, la leva di Hormuz è stata usata contro gli Stati Uniti con efficacia reale. E la risposta americana, per quanto comunicativamente sofisticata, non ha cambiato questo dato di fatto. I mercati lo hanno capito. Le cancellerie lo hanno capito. E Teheran, che quella leva l’ha costruita in quarant’anni di preparazione, lo sapeva già.
Cosa cambia nel mondo che viene
Il presidente del Parlamento iraniano, Ghalibaf, ha scritto ieri su X: «L’era delle prepotenze e delle estorsioni è finita. Non porta da nessuna parte. Non ci pieghiamo». Retorica, in parte. Ma sotto la retorica c’è qualcosa di più concreto: secondo fonti citate da Foreign Affairs, Teheran starebbe cercando di trasformare Hormuz non in uno stretto da chiudere occasionalmente, ma in una frontiera permanente da amministrare, con autorizzazioni preventive per le navi in transito, pedaggi per finanziare la ricostruzione post-bellica, un nuovo regime di controllo sulle acque internazionali.
Non è una tattica di guerra. È la costruzione di un fatto compiuto geopolitico: se consolidato, significherebbe che uno degli stretti più importanti del pianeta non è più sotto la garanzia americana, ma sotto la sovranità de facto iraniana.
Questo è ciò che rende la guerra con l’Iran strategicamente esistenziale per Washington: non per la sopravvivenza degli Stati Uniti, ma per il modello di potere su cui si regge la loro egemonia. Il nucleare iraniano era una minaccia regionale, gestibile dentro le categorie della deterrenza classica. Hormuz è una minaccia sistemica: mette in discussione la credibilità della promessa americana di garantire la libertà di navigazione e, con essa, la fiducia dei paesi del Golfo, degli alleati asiatici, di chiunque abbia costruito la propria sicurezza energetica sulla garanzia americana.
Se Teheran riuscisse a consolidare un regime di controllo permanente sullo stretto — anche parziale, anche informale — non sarebbe solo una vittoria iraniana. Sarebbe la dimostrazione che l’ordine marittimo americano ha un punto cieco reale e sfruttabile. E quella dimostrazione, una volta fatta, non si può disfare.
Una guerra di questa natura — esistenziale per la strategia di una delle due parti — non si risolve con i negoziati ordinari. I negoziati funzionano quando entrambe le parti hanno qualcosa da guadagnare cedendo qualcosa. Qui la posta in gioco è diversa: Washington non può cedere il controllo degli stretti senza cedere il fondamento strategico della propria egemonia globale. Teheran non può rinunciare alla leva di Hormuz senza tornare alla condizione di potenza regionale imbrigliata che era prima del 28 febbraio.
Nessuna delle due parti sembra intenzionata a fare questo passo. I negoziati ci sono, e probabilmente ci saranno ancora. Ma finché nessuno sarà disposto a cedere ciò che conta davvero, resteranno esattamente quello che sono stati finora: diplomazia performativa.
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Articolo esemplare per chiarezza e profondità di analisi nonché considerazioni, su cui concordo in toto. Ma l’aspetto emblematico è dato dal fatto che gli Stati Uniti sono cascati colle proprie mani in una trappola, nonostante l’Iran avesse iniziato a mettere a punto tale strategia tattico-operativa già ai tempi della guerra contro l’Irak di Saddam Hussein (vedi l’evento Jolly Rubino che ci interessò direttamente). Ovvero sottovalutando gravemente la capacità, sopratutto la volontà, iraniana di dar corso alle operazioni di interdizione. Una sottovalutazione gravida di conseguenze, in quanto precedente unico nella storia recente. E chissà se non verrà in mente a qualcun altro di imitare l’Iran in altri choke point nel mondo (cfr. Bab el Mandeb, ma non solo).
Non secondario, poi, l’aspetto relativo all’adeguatezza di una blue navy quale la US Navy in ambiente littoral; un ambiente navale, al quale i Gruppi Portaerei si guardano bene dall’avvicinarsi.
Un precedente, con conseguenze gravi e una messe di lessons learned, per le quali dovremmo ringraziare l’America. E che potrebbero essere sintetizzate in un “clamoroso autogol”. O no?