Le proteste oceaniche in Georgia di certo preoccupano il regime russo. Questo non solo perché il rischio che Putin corre è quello di subire una “nuova Maidan”, perdendo il controllo politico del paese, peraltro con modalità che rivelano come i popoli ex URSS si ribellano anche laddove è impossibile accusarli di derive filonaziste o di connivenza con i servizi segreti occidentali. Ma anche perché le manifestazioni che si susseguono a Tbilisi dimostrano la sostanziale inefficacia della strada del “soft power” (si fa per dire) tentato finora da Mosca.
Quella della repressione da parte della polizia e dei picchiatori a contratto (titušky) non è infatti l’unica freccia nell’arco del Cremlino, il quale, piuttosto, può contare soprattutto su una profonda penetrazione nel tessuto economico georgiano, peraltro cresciuta vertiginosamente dopo l’invasione dell’Ucraina. Diversi media hanno infatti riportato la notizia secondo cui tra febbraio 2022 e gennaio 2024 sarebbero state oltre 20.000 le nuove aziende registrate in Georgia da parte di cittadini russi. Un dato abnorme, se si pensa che quelle iscritte tra il 1995 ed il 2021 erano state solo 6.000.
Nel paese caucasico non è necessario dichiarare il settore nel quale si opera, ma alcune investigazioni ed accertamenti di varia natura fatti in questi mesi hanno permesso di scoprire che circa l’80%, per lo più imprese piccole o medie, è attivo nell’area dell’information technology e delle comunicazioni e, per fare un paragone, solo poco più del 3% nell’ospitalità e nella ristorazione. Se questo sia un disegno con una precisa regia o solo il risultato della fuga di piccoli investitori da un paese sanzionato è presto per dirlo.
Ciò che però più preoccupa è la massiccia presenza di capitali russi anche nelle maggiori società del paese, ben 21 delle quali sono controllate o hanno importanti partecipazioni detenute da figure più o meno note del panorama imprenditoriale russo. Diversi i settori strategici interessati, a partire da quello energetico. Ad esempio la Joint Stock Company (JSC) Telasi, che detiene il diritto esclusivo di fornire e distribuire elettricità a Tbilisi e possiede due impianti energetico, per il 75,5% è di proprietà della società russa Inter RAO. La “Energia LLC”, di proprietà del cittadino russo Mevlyudi Bliadze, detiene invece una partecipazione del 70% nelle piccole centrali idroelettriche Larsi HPP e Shilda HPP. Un’altra importante società come la SakRusenergo United Energy System è per metà controllata dall’impresa statale russa Federal Grid Company of the Unified Energy System.
Ma tra gli interessi russi ci sono anche partecipazioni in società che operano nel settore estrattivo (rame e oro), in quello bancario, nella vendita di prodotti petrolchimici e persino una società attiva nel commercio di cereali. Metà del capitale della Poti Grain Termina l LLC è detenuto dalla Tower Capital Trading, una società registrata nelle Isole Vergini britanniche e controllata dai cittadini russi Alexei Chemerichko e Marat Shaydaev.
Questo da un lato lascerebbe supporre che Mosca possa utilizzare questa massiccia presenza come strumento di pressione sul popolo georgiano, relegando l’opzione militare ad extrema ratio. Di certo l’Europa dovrebbe valutare l’affinamento delle sanzioni per favorire un ridimensionamento della presenza russa nei paesi che ambisce a sottomettere, cosa che, per la Georgia è riuscita solo in pochissimi casi. Tra questi quello del miliardario russo Mikhail Fridman, costretto a cedere quasi l’8% delle quote della IDS Borjomi Beverages Company, specializzata in produzione di acque minerali. Solo così si potrà evitare che al controllo politico si sostituisca un ben più subdolo e penetrante dominio economico.
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