
L’Europa non nasce dall’armonia, ma dal conflitto.
Zygmunt Bauman
L’Europa non si fa in una volta sola, né secondo un piano unico.
Jean Monnet
La malattia che porta al totalitarismo non è mai di quelle malattie che si chiamano incurabili, contro le quali l’organismo colpito non può nulla. È una malattia di cui muore l’organismo che vuole veramente morire, e che rinunzia perciò a difendersi.
Altiero Spinelli
L’Unione Europea appare oggi come un organismo affaticato, balbettante, inceppato, lento, assente e criticabile da diverse prospettive e ha descritto bene questa situazione Anita Likmeta. I processi decisionali del vecchio continente appartengono ad un’altra epoca o semplicemente a modalità inefficaci, i meccanismi di voto riflettono scelte superate dalla velocità e imprevedibilità degli eventi odierni, la leadership è frammentata, intermittente e spesso latitante. Ogni crisi — economica, tecnologica e geopolitica — mette in luce un sistema che fatica a reagire con rapidità e visione comune, prigioniero di veti incrociati e di interessi nazionali particolari che riemergono con forza appena il contesto si fa complesso o problematico.
Questa difficoltà strutturale viene spesso letta come una colpa esclusiva dell’Unione, come se l’Europa fosse un progetto imposto schiacciando identità nazionali meritevoli e mal riuscito per difetto di volontà, di competenza e capacità decisionale. Ricetta che piace molto all’estrema destra e anche all’estrema sinistra. In alternativa si imbastiscono paragoni con stati nazionali come Cina e Stati Uniti, mentre l’Europa non lo è, essendo giuridicamente incompiuta e quindi inevitabilmente meno efficace, rapida e reattiva. Un’analisi più approfondita impone uno sguardo storico. L’Europa è il risultato fragile e costitutivamente imperfetto di una storia attraversata da fratture, conflitti e differenze radicali. Come scrive Bauman. l’origine dell’Europa è conflittuale.
Il Novecento europeo è stato un secolo sanguinoso, forse il più violento della storia umana. Due guerre mondiali hanno devastato il continente, causando decine di milioni di morti, genocidi, su tutti quello degli ebrei, deportazioni, distruzioni materiali e morali. Ci siamo uccisi tra europei fino ad 80 anni fa. Le guerre mondiali non furono incidenti isolati, ma l’esito estremo di un continente profondamente diviso da politica, lingue, culture, religioni e tradizioni. La Germania protestante e industriale, la Francia repubblicana e centralista, l’Impero Austro-Ungarico multietnico, l’Unione Sovietica comunista, e se pensiamo all’Italia era unita da meno da poche decine di anni. Mondi diversi, lontanissimi avrebbe detto Franco Battiato, spesso incapaci di riconoscersi reciprocamente, con identità e spinte divergenti.
A queste differenze dobbiamo aggiungere religioni diverse — cattolicesimo, protestantesimo, ortodossia, islam — e tradizioni politiche incompatibili: liberalismo parlamentare, dittature, monarchie autoritarie e illuminate e in seguito regimi comunisti, democrazie e monarchie costituzionali. Il continente europeo non è mai stato un “noi” naturale, ma un mosaico instabile, spesso tenuto insieme solo dalla forza o dall’equilibrio precario tra potenze.
La Seconda Guerra Mondiale non ha sanato queste divisioni, le ha congelate. La cortina di ferro ha spaccato l’Europa in due blocchi contrapposti, NATO e Patto di Varsavia, quest’ultimo a cui si brama disastrosamente di ritornare. Da una parte l’Occidente liberale e capitalista, dall’altra il blocco del socialismo reale, autoritario e liberticida, schiacciato dall’incombere dell’Unione Sovietica. Berlino è stata il simbolo di questa lacerazione, ma l’intera Europa è stata attraversata da questo dolore: famiglie, popoli, culture divisi da un confine armato, dall’oppressione e dalla sofferenza.
Parlare di Europa come unità era allora una finzione. I paesi del sud cattolici e prevalentemente agricoli in molte loro regioni convivevano a fatica con il nord e il centro del continente, protestante e industriale. Paesi distanti e diversi, Svezia e Finlandia insieme a Stati affacciati sul Mediterraneo come Italia e Grecia, culture e sensibilità tra loro aliene. L’Europa era ed è un insieme frammentato, profondamente diseguale, tenuto insieme a stento da spinte ideali.
Ed è proprio alla luce di questa storia che l’Europa di oggi, per quanto imperfetta e inefficiente politicamente, appare già come un miracolo politico. Un continente che per secoli ha prodotto guerre intestine è riuscito, dopo il 1945, a costruire lentamente uno spazio di convivenza tra i suoi membri principali. Stati che si erano combattuti ferocemente hanno accettato di condividere sovranità, regole, mercati, istituzioni comuni e la stessa moneta, l’euro, un passo di indubbia accelerazione su un piano finanziario ed economico.
Non è poco, se si misura il risultato con il punto di partenza. I nazionalismi, oggi diciamo sovranismi, sono e restano superati dalla storia di un pianeta strutturalmente interconnesso. Le “piccole patrie” non portano a nient’altro che al declino, all’irrilevanza, all’impoverimento ed al risorgere di dinamiche conflittuali interne. L’esperienza della Gran Bretagna lo conferma, come laboratorio di un’uscita dall’Unione Europea dimostratasi fallimentare. Esattamente quello che auspicano i nostri nemici: il ritorno agli stati nazionali. Il “divide et impera” latino sta alla base delle strategie di chi l’Europa la vuole fare a “fette” come una torta e mangiarsela.
Questo non cancella assolutamente le difficoltà attuali. I freni decisionali e le incapacità sono reali, le divergenze di interessi evidenti, le resistenze nazionali fortissime e in fase di peggioramento. Ma queste stesse difficoltà sono il riflesso diretto e ineludibile della storia europea, non una sua smentita. L’Europa non è priva di una voce unica per incapacità, ma anche perché nasce dall’esigenza di tenere insieme voci lontane.
L’Europa è un progetto costitutivamente incompiuto, forse un’utopia irrealizzabile, che procede per compromessi, arretramenti e avanzamenti minimi. Pretendere che funzioni come uno Stato-nazione significa ignorare il suo DNA profondo e la memoria dei conflitti che l’hanno generata. La profonda ed evidente difficoltà europea non è solo segno di un’incapacità, ma anche il prezzo di una grande ambizione: tenere insieme quel che la storia aveva separato violentemente.
E tuttavia, proprio qui si apre lo spazio delle possibilità. Se l’Europa è riuscita a esistere nonostante una storia recente di sangue, di divisioni e di reciproca diffidenza, allora può ancora stupirci? Non con una cancellazione delle differenze, ma attraverso una loro rapida e oculata gestione politica. Differenze da leggere non solo in chiave negativa, ma anche generatrici di una ricchezza di idee e approcci alla realtà con una cura particolare ai diritti e alle libertà individuali (ho dialogato a lungo su questo tema con Alessandro Tedesco) difficile da ritrovare nel resto del pianeta.
Si stigmatizza tanto l’eccesso di regolamentazioni, ancora una volta con delle ragioni, ma invocando spesso il decisionismo. Ne siamo certi? Là dove le regole vengono sistematicamente negate, cancellate e scavalcate, là dove l’equilibrio tra poteri viene distrutto spacciandolo per efficienza, che piega prendono gli eventi? È una prospettiva auspicabile quella di una tecnocrazia oligarchica così come sta dilagando negli USA?
L’Europa come entità politica resta fragile, esposta, incompleta e la contemporaneità si sta disponendo in maniera avversa al sogno europeo, fatto di tempi lunghi, continui aggiustamenti, tentativi, errori. La perdita di alleati storici come gli Stati Uniti e l’aggressione Russa ai confini orientali sono segnali espliciti. Il superamento delle diffidenze tra stati, dei sovranismi e delle spinte distruttive e una condivisione potenziata e diffusa sul piano dell’intelligence, delle infrastrutture tecnologiche (questione approfondita qui su Inoltre da Franz Russo), della difesa e della ricerca richiedono purtroppo tempo.
Quel che accade in questi mesi sembra non concederne minimamente di tempo, perché chi mira alla nostra disgregazione ha assunto come metodo di imprimere agli eventi un’accelerazione senza precendenti. Esiste la possibilità che l’Europa, pensata come unione sia destinata a dissolversi nell’urto tra superpotenze interessate ai nostri territori, alla nostra ricchezza economica e culturale a cui non abbiamo saputo far corrispondere un’adeguata crescita tecnologica e un sistema difensivo coordinato.
Resterebbe anche in questa triste ipotesi la memoria oggettiva di un tentativo significativo, che ha regalato decenni di convivenza pacifica, benessere con mercato e moneta comune, amicizia tra popoli prima nemici e vicinanza tra cittadini liberi di circolare all’interno dell’unione per divertirsi e cercare un futuro, mescolando idee e culture in modo unico e fertile. Non è ancora detta l’ultima parola, ma il momento è critico e “la malattia che porta all’autoritarismo”, per riprendere la citazione di Altiero Spinelli, si sta diffondendo.
Piaccia o meno questa Europa tanto disprezzata è probabilmente l’ultimo rilevante baluardo all’estinzione della democrazia parlamentare per come l’abbiamo intesa dal secondo dopoguerra ed è indubbiamente lo spazio geografico dove sono maggiormente tutelate le libertà individuali. Non mi sembrano fatti trascurabili.

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Tutelare le libertà individuali senza un’adeguata consapevolezza che una tecnologia autonoma e un’appropriata difesa militare debbano essere le priorità per la propria crescita e sopravvivenza, significa solamente purtroppo porsi alla mercè di soggetti dominanti globali in continuo sviluppo, pronti a sottometterti al momento opportuno.
Gli Stati europei hanno vivacchiato confidando in un’alleanza “eterna” atlantica con gli Stati Uniti, senza riuscire a leggere come l’ambiente politico americano (anche europeo dopotutto, ma i nostri politici pensavano solo ai benefici immediati senza andare oltre; vedere anche il rapporto con la Russia dopo invasione Georgia e Crimea) stesse cambiando favorendo polarizzazione delle idee, dei temi politici da trattare e retorica anti-interventista e isolazionista. Grazie anche alla guerra ibrida, va detto, condotta da nazioni apparentemente concilianti ma in realtà ostili al nostro mondo democratico e giuridico.
Doveva essere la sveglia, purtroppo sono prevalsi i soliti tatticismi e scetticismi tra nazioni.
Ora il risveglio (lento) sarà traumatico e faticoso.
Vorrei averlo saputo dire con altrettanta efficacia.
D’altronde nemmeno l’Italia è davvero unita dopo 160 anni.
Grazie.