

L’Arcivescovo di Genova non ci sta.
In un’intervista rilasciata ieri a Repubblica, il prelato si dissocia sostanzialmente – sia pur con un modestissimo residuo curiale di linguaggio felpato e problematizzante – dalla linea di mediazione e cautela perorata, in relazione alla vicenda della Flotilla, dai vertici della Chiesa e dello Stato.
Per il vescovo Marco Tasca, che il 30 agosto scorso fece benedire le prime barche partite dal porto di Genova, le imbarcazioni devono andare avanti verso Gaza e gli attivisti propal devono avere, in questa scelta, la vicinanza della Chiesa.
«Devono sentirsi sorretti, non soli o abbandonati, come se stessero combattendo una battaglia persa. Devono sapere, invece, che la Chiesa è vicina: vi vuole bene, vi stima, vi apprezza.»
Sulla mediazione alla quale sta lavorando il presidente della CEI, il cardinale Zuppi, Tasca dice di sentirsi «diviso». Circa il compromesso rappresentato dal far sbarcare la Flotilla a Cipro e poi affidare alla Chiesa gli aiuti umanitari, il vescovo afferma:
«È faticoso decidere cosa fare. E mi chiedo qual è la cosa più utile per la gente a Gaza. Ma nel mio cuore io direi: andiamo avanti. Perché è importante dare un segno. (…) Stanno compiendo il male del mondo su gente inerme (…) la simbologia è importante.»
Quanto alle preoccupazioni del presidente Mattarella per l’incolumità dei cittadini italiani a bordo della Flotilla, Tasca in sostanza le liquida in nome dell’imperativo morale di imprimere un segno.
«Il presidente Mattarella ha forse altri elementi che io non ho (…). Ma io, da cittadino, dico: ci vuole un segno forte, bisogna andare avanti, anche con i rischi.»
Ora, si può certamente comprendere l’affezione di monsignor Tasca verso il concetto di “segno” e la sua consuetudine con il valore della simbologia. Nella teologia cattolica, il “segno” rimanda sempre a una realtà altra, più profonda. I sacramenti, ad esempio, sono definiti “segni efficaci della Grazia” nel senso che non si limitano a evocare una realtà invisibile, ma la realizzano concretamente.
Posto però che, discettando della Flotilla, non abbiamo a che fare con la sfera del sacro (salvo che l’arcivescovo di Genova voglia forzare anch’egli un blocco – non quello navale israeliano, bensì quello della ragionevolezza e del decoro), ci interesserebbe capire a quale “segno” dovrebbe condurre l’andare ostinatamente avanti delle barche della Flotilla.
Sul punto, l’intervista risulta misteriosa. L’intervistatrice non chiede nulla in merito, sazia evidentemente del messaggio forte lanciato dal prelato. Messaggio che, per quanto ovvio, non merita di essere anche solo vagamente sfidato da scomodi interrogativi – assenti infatti nell’intervista – circa il prossimo anniversario degli indicibili orrori perpetrati il 7 ottobre, circa gli ostaggi israeliani o l’odioso e criminale sequestro della popolazione civile di Gaza da parte di Hamas.
Ci permettiamo allora di fornire qualche spunto circa i contorni del “segno” che il proseguimento della missione della Flotilla è destinato a imprimere.
Vede, caro monsignor Tasca, anche in politica – perché qui di questo si tratta e non di teologia – il “segno” rimanda ad altro (qui senza la maiuscola). Il “segno” rimanda a un “disegno”.
Ebbene, il disegno che presiede alla gestione politica delle barche della Flotilla e alla narrazione mediatica che ne accompagna la navigazione è, fuor di ogni retorica umanitaria, chiarissimo. Lo è sempre stato, da subito, anche quando veniva impartita la benedizione divina a quei natanti.
Attivisti propal e opposizioni di sinistra al seguito – quelle con tanto di propri esponenti a bordo delle imbarcazioni pur senza voce in capitolo sulle scelte della missione – mirano non già ad alleviare la condizione dei gazawi mediante la consegna di aiuti (altrimenti si fermerebbero a Cipro), bensì a provocare un incidente con Israele.
Un incidente che aggiunga un tassello mediaticamente dirompente all’efferata e finora efficacissima campagna di mostrificazione e planetario isolamento dello Stato ebraico.
Un incidente che, relativamente alla vocalissima componente italiana dell’equipaggio propal, produca quello strappo nelle relazioni tra Italia e Israele che per via politica – cioè democratica – non si è ottenuto a causa dell’indisponibilità di Giorgia Meloni ad appiattirsi del tutto sulla suddetta mostrificazione.
Un incidente che dimostri la forza della piazza e delle opposizioni al traino (non il contrario, si badi) di determinare la politica estera del Paese, a dispetto di quella espressa dalla maggioranza di governo democraticamente eletta (si chiama eversione, ndr).
Un incidente, ancora, che fornisca nuove e potenti armi di travisamento alla campagna di antisemitismo mascherato da antisionismo in corso dalla sera del 7 ottobre 2023.
Un incidente che porti il suo prezioso mattone – meglio se sporco di sangue – all’operazione di liquidazione dell’Olocausto che accompagna strumentalmente la guerra di Gaza e con la quale noi occidentali tutti, come ha scritto Stefano Folli su Huffington Post, «stiamo perdendo la nostra anima e il bagaglio della Storia».
Un incidente, last but not least, che consacri, come un battesimo laico e di lotta, il “nuovo” movimento che freme su quelle barche e che si fonda sul più vecchio e obsoleto armamentario ideologico in circolazione: «anticapitalismo, antioccidentalismo, antisemitismo, no Nato, ebrei cattivi, morte all’America, ecc.», come da puntuale catalogo del giurassico redatto sabato su Il Foglio da Andrea Minuz.
Un incidente, per dirla senza ipocrisia, che tanto più sarà grave, tanto più sarà funzionale a questo disegno complessivo.
È questa, con buona pace dell’Arcivescovo di Genova, l’agenda spregiudicata ed efferata delle anime belle della Flotilla e di chi le manovra . Salvo peggio, salvo cioè una regia più raffinata volta a destabilizzare l’Italia e il suo governo – rei di stabilità e di seppur claudicante ancoraggio occidentale – nel quadro di una guerra ibrida portata all’Europa in maniera ormai conclamata.
È l’agenda anche del pastore della Chiesa di Genova? Non lo possiamo credere e non lo crediamo. Sebbene, a scorrere le cronache, si trovino altre tracce di sua sintonia con quel mondo.
Il mondo, per intenderci, che esalta la “resistenza a Gaza” (dove la resistenza la praticano solo i terroristi di Hamas, 7 ottobre incluso) e intima la resa all’Ucraina, uno Stato sovrano invaso e devastato da un dittatore imperialista.
Leggiamo, infatti, che ad aprile 2022 l’Arcivescovo Tasca appoggiò i portuali genovesi che si rifiutavano di caricare e lavorare con le navi che trasportavano armamenti. Non era difficile capire, a quella data, quali armi – e destinate a chi – fossero nel mirino della demonizzazione dei “camalli”. Gli stessi, per inciso, che hanno minacciato di “bloccare tutto” se solo si dovessero perdere i contatti con la Flotilla.
Si voleva sabotare la difesa militare ucraina, e il vescovo Tasca anche allora “benedisse” (seppur allora metaforicamente) quella forma di attivismo, sostenendo, bontà sua, che «non si contesta il diritto alla legittima difesa, ma le modalità con cui questa si debba portare avanti».
Era il 3 aprile 2022: erano i giorni in cui affioravano le fosse comuni di Bucha, erano passate due settimane dal bombardamento del teatro di Mariupol, e il vescovo Tasca aveva di che sindacare sulle modalità della legittima difesa ucraina.
Benedizione alle barche della Flotilla, benedizione al blocco delle armi destinate alla resistenza ucraina.
Sappiamo che nella Chiesa c’è chi si straccia le vesti per la benedizione delle coppie LGBTQ+, maldestramente e ambiguamente introdotta da Papa Bergoglio.
Sicuri che, sempre in tema di benedizioni, non ci sia di peggio?
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Penso che il vero “incidente” sia la presenza di persone come come il vescovo di genova nelle a.te gerarchie della Chiesa.
Condivido tutto il contenuto dell’articolo.
Da cristiano, questo vergognoso comportamento mi allontana, ancor di più, dalla chiesa cattolica. Grazie per il vostro impegno per la verità
Darfur: oltre 14 milioni di persone che hanno dovuto fuggire a violenze, stupri etnici e massacri di civili (fonte: Avvenire).
Siria: dal 2011 a oggi 600.000 morti fra vittime di Assad, ISIS, ribelli e guerra civile (fonte: Osservatorio diritti umani in Siria).
Nigeria: dal 2009 a oggi fra i 13.000 e i 19.000 cristiani uccisi dai “Pastori Musulmani” (fonte: Università Cattolica del S. Cuore)
Si potrebbe continuare con Iran, Afghanistan, Myanmar, ecc.
Ora, capisco che il prelato non abbia, per insindacabili motivi personali, alcuna particolare premura per le vittime cristiane (e certamente tutti gli esseri umani devono stare a cuore). Capisco che egli non consideri sufficientemente autorevoli e credibili le fonti di queste notizie (Avvenire e Unicatt, evidentemente, sono espressione di un mondo a lui lontano).
Però, nonostante queste riserve, qualcuno per cortesia mi aiuta a trovare traccia in rete di una sua presa di posizione di condanna di questi eccidi? Oppure di benedizione di qualche iniziativa che si sia mossa per contrastarli?
Grazie.