“La Russia non deve vincere” dicono in coro il presidente francese Emmanuel Macron, il cancelliere tedesco Olaf Scholz ed il premier polacco Donald Tusk, a suggellare il successo (tutt’altro che scontato) del vertice a tre svoltosi ieri a Berlino.
Il patto di consultazione tra Francia, Germania e Polonia non è certo un inedito. Il triangolo di Weimar, nasce in realtà nel 1991, con un incontro dei ministri degli esteri dei tre paesi, nella località dell’ex DDR, con lo scopo principale di aiutare Varsavia nella transizione post-sovietica, ma anche di tranquillizzare la più grande delle repubbliche dell’Est Europa, invasa nel 1939 dai nazisti, che nulla aveva da temere da una Germania appena riunificata e che si avviava a diventare (di nuovo) la locomotiva industriale ed economica del continente.
L’incontro di ieri era però atteso per diverse ragioni. Innanzitutto perché a partecipare era una Polonia appena uscita da 8 anni di sovranismo, con un Donald Tusk reduce da una recentissima visita negli Stati Uniti, dove aveva avuto modo di criticare “l’altro Donald”, colpevole di aver bloccato al Congresso i fondi in favore dell’Ucraina, con il rischio di causare “migliaia di morti”. Ma anche perché un chiarimento Macron-Scholz non poteva attendere oltre, dopo le frizioni legate al sostegno all’Ucraina.
In questo senso Parigi e Varsavia si presentavano all’incontro dopo aver rilasciato dichiarazioni non proprio di poco conto. Con il presidente francese che aveva ribadito la possibilità di inviare truppe francesi in aiuto di Kyiv ed il premier polacco che aveva annunciato di voler innalzare le spese militari fino al 3% del PIL. Di segno opposto erano state invece le ultime parole del cancelliere tedesco, che nei giorni scorsi aveva ripetuto il suo no alla fornitura a Kyiv dei missili a lunga gittata Taurus.
Come era prevedibile, ieri poco o nulla si è parlato dell’impiego di soldati in territorio Ucraino. Questo non solo perché la Francia non ha interesse a condividere la primazia dell’iniziativa con chi potrebbe rubarle la scena. Ma anche perché a pesare sul veto della Germania sono i fantasmi di un passato ancora decisamente ingombrante che con l’operazione Barbarossa, l’invasione da parte delle truppe naziste dell’Unione Sovietica, proprio nell’odierna Ucraina, ha conosciuto uno dei momenti di maggiore aggressività della propria storia (alla quale il Cremlino, peraltro, non manca mai di alludere malignamente, nel riferirsi all’attuale posizione ostile di Berlino nei confronti della Russia).
Sembra invece aver sortito effetti positivi il pressing congiunto di Macron e Tusk sul padrone di casa, il quale ha infine elencato i punti sui quali si è trovato un accordo. Tra questi la conferma della volontà di aumentare la produzione europea di munizioni a 1,7 milioni di pezzi nel 2024 e 2 milioni nel 2025, la decisione di impiegare i proventi generati dai circa 300 miliardi di asset russi sequestrati per sostenere finanziariamente l’Ucraina, oltre, appunto, alla fornitura di armi a lungo raggio, una formulazione un po’ generica che potrebbe significare l’invio non diretto ma attraverso una triangolazione con paesi terzi. I tre hanno anche annunciato di voler rimediare alla mancata fornitura delle munizioni promesse dall’Europa all’Ucraina, con un acquisto “sui mercati mondiali” e con una produzione sullo stesso territorio ucraino, progetto per il quale si è già fatta avanti la tedesca Rheinmetal.
E’ forse ancora prematuro parlare di svolta nell’approccio dei leader europei al conflitto d’Ucraina, vista la probabile resistenza che alcuni paesi opporranno (lo stesso Ministro degli Esteri Italiano Antonio Tajani è parso assai più cauto, paventando lo scoppio di una terza guerra mondiale) sulle scelte da condividere, almeno fino alle elezioni europee di giugno. Ma di certo il ritrovato asse franco-tedesco ed il coinvolgimento della Polonia, cui potrebbe seguire anche quello dei baltici e di alcuni dei paesi del nord Europa, in un fronte “proattivo” in favore di Kyiv potrebbe diventare il peggiore dei grattacapi per Mosca, che già pregustava l’abbandono dell’Ucraina da parte dell’Europa.
E le prospettive future non sono migliori, dato che anche la Gran Bretagna, già ora uno dei paesi che maggiormente sostiene Kyiv, nei prossimi mesi dovrebbe andare al voto, decretando, salvo sorprese, il passaggio di consegne dai conservatori ai laburisti, guidati dal moderato atlantista ed “europeista” Keir Starmer.

Insomma, sembra che per vedere sventolare l’ormai celebre “bandiera bianca” a Kyiv, Mosca dovrà quanto meno attendere.
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Strano che la lega di salvini non sia risentita per l’esclusione della mite e pavida Italia del Governo meloni!!