


A mia memoria, solo i referendum sul divorzio (1974) e sull’aborto (1981) si sono svolti in un clima da guerra civile paragonabile a quello sulla separazione delle carriere. Allora si scontrarono l’Italia laica e l’Italia clericale sulla concezione della famiglia e sulla liberazione della donna da antichi tabù. Oggi si scontrano l’Italia garantista e l’Italia giustizialista su una riforma che tenta di allineare l’ordinamento giudiziario a quello in vigore in tutte le democrazie occidentali.
Poiché però questa riforma, che affonda le sue radici nel pensiero del socialista Giuliano Vassalli, e che pure è stata proposta dalla sinistra fin dalla Bicamerale D’Alema (1997-1998), è stata approvata da una maggioranza di centrodestra… (lascio al lettore proseguire).
Bene, anzi male. Se le cose stanno così, se la posta in gioco nel voto del 22-23 marzo prossimo per la sinistra trasformista e non riformista è diventata il destino del governo Meloni, anche a costo di manipolare la verità abusando della credulità popolare, è necessario fare un discorso chiaro ai suoi elettori. Che è questo.
Discutiamo di parlamenti, elezioni, partiti come se fossero ancora i pilastri della vita politica. Non è più così. In Italia il gioco democratico è ormai regolato da un potere di corpo che trascende il circuito del voto: la magistratura.
Insieme ai media e al web, la magistratura è ormai il colosso di una costituzione silenziosa in grado di trasformare le organizzazioni più solide in una cricca di malfattori. Essa, al contrario, resta intoccabile, pena il rischio che venga messo in questione il dogma della sua autonomia.
È vero, non mancano le accorate considerazioni sulle lungaggini e sulle inefficienze dell’iter giudiziario. Senza però che i loro costi — sociali, economici, umani — varchino la soglia del piagnisteo impotente e della, altrettanto inconcludente, vaga proposta di riforma.
Se non intervengono le manette, il politico, l’amministratore o il manager sotto accusa entrano nel cono d’ombra di un cammino processuale di cui si perderanno rapidamente le tracce, salvo tornare — ma molto più marginalmente — sui giornali nel momento della condanna definitiva o, più spesso, del proscioglimento.
Di fronte a risultati così deludenti, non sorprende che la magistratura tenda a privilegiare, nella scelta dei suoi obiettivi politici, personalità di maggior calibro istituzionale. Del resto, siamo in un’epoca in cui l’apertura di un fascicolo o un avviso di garanzia non si nega a nessuno, soprattutto se aspira a una poltrona di sindaco, di governatore o di ministro. E, mentre i pm (non tutti) azzoppano il potere esecutivo, i giudici (non tutti) esautorano di fatto il potere legislativo.
In questa palude melmosa sguazzano il populismo giudiziario, i verdetti emessi dal tribunale della Rete, la tentazione che la “gente” si faccia giustizia da sola. È questa la realtà repubblicana che si vuole preservare?

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