


Continua “Pensieri al Centro”, il dibattito sul nuovo progetto di centro liberal-democratico aperto dall’articolo di Alessandro Chelo.
Il centro politico non può rinascere limitandosi a correggere strategie, alleanze o formule organizzative. Prima ancora delle idee, serve un linguaggio capace di restituire senso alla politica, sottraendola alla semplificazione populista e alla pura competenza senz’anima.
L’analisi di Alessandro Chelo sulla persistente epopea del centro politico ha il merito di mettere a nudo le contraddizioni di un’area che continua a fare affidamento su vecchi schemi concettuali.
Chelo individua sei “credenze” bloccanti che condannerebbero il Terzo Polo all’irrilevanza: dalla visione debole alla mistificazione dell’astensionismo, fino al tabù delle alleanze. Elementi su cui si potrebbe anche essere d’accordo in via di principio.
Tuttavia, la sua pur lucida disamina manca, a mio avviso, il bersaglio grosso. Esiste un problema di fondo, molto più radicale e strutturale, che precede qualsiasi sistema di credenze o calcolo strategico: il collasso del linguaggio politico.
Il vero motivo per cui un Terzo Polo centrista non è solo utile, ma strettamente necessario, risiede in una drammatica evidenza: oggi la politica, intesa nella sua accezione più nobile e architettonica, semplicemente non esiste più.
È stata sostituita da un marketing ossessivo e speculare, in cui i partiti non guidano più l’opinione pubblica, ma si limitano a inseguire gli umori immediati dei propri elettori.
La politica contemporanea ha abdicato alla sua funzione pedagogica e direttiva. Un tempo i partiti aggregavano il consenso attorno a grandi visioni del mondo; oggi i poli si creano e si distruggono sulla scorta di algoritmi capaci di intercettare la pancia del Paese.
Si assiste a un paradosso sistemico: la politica non fa più scuola, fa eco.
In questo scenario di totale appiattimento, la polarizzazione tra destra e sinistra, battezzata oggi come “bipopulismo”, diventa una recita scolastica basata sulla semplificazione dei messaggi.
Chi cerca di posizionarsi al centro cade nello stesso identico errore se pensa che, per raccogliere voti, basti scimmiottare la sintassi dei propri avversari o, peggio, adoperare il registro asettico della pura competenza tecnica.
Un Terzo Polo potrà esistere, e qui la lezione di Chelo va accolta, “se e solo se avrà idee”. Ma le idee, per avere cittadinanza nel dibattito pubblico, necessitano di una precondizione fondamentale: bisogna saper dare loro un nome.
E per dare un nome alle cose, è indispensabile possedere e governare il linguaggio.
Un principio elementare, che tuttavia evapora se calato nella realtà odierna. Il linguaggio della politica non può e non deve essere quello parlato dagli elettori, bensì quello ben più profondo, stratificato e meditato della politica capace di interpretare la complessità, anziché assecondare la banalizzazione.
Oggi, invece, assistiamo a una deriva profonda: il linguaggio ha cessato di essere un processo conoscitivo per trasformarsi in un mero dispositivo funzionale alla polarizzazione.
I più spietati tra i politici, si pensi alla macchina comunicativa della “Bestia” di Salvini o alle dinamiche del Movimento 5 Stelle, utilizzano una sintassi che rischia di smarrire del tutto la sua funzione di strumento di esplorazione del reale, riducendosi a puro segnale operativo.
È una comunicazione orientata esclusivamente alla rapidità e alla riconoscibilità immediata, ed è proprio su questa base tecnica e antropologica che si consuma una progressiva chiusura autoreferenziale del dibattito pubblico.
La crisi in cui navighiamo non è una semplice crisi di consenso, ma un fenomeno di entropia informazionale (di perdita di senso) che ha pervaso sia il sistema dell’informazione sia il tessuto linguistico sociale.
Come confermato dalle più autorevoli indagini sociologiche e dalle ricerche fondamentali di studiosi come Maryanne Wolf sulla transizione digitale della lettura, stiamo assistendo a un progressivo impoverimento della lingua e, di riflesso, del pensiero critico.
La politica attuale è vittima e carnefice di questo impoverimento, un ecosistema degradato dove si assiste alla sostituzione della semantica, intesa come interpretazione e comprensione, con l’efficienza del processare.
Ha adottato una comunicazione istantanea, priva di subordinazione logica, fatta di slogan intercambiabili che neutralizzano la dialettica profonda. Quando la lingua si riduce a un codice binario fatto di provocazioni e risposte automatiche, la capacità di concepire alternative svanisce.
In questa accelerazione digitale e comunicativa, per l’essere umano viene meno la possibilità stessa di “abitare il linguaggio” come “dimora dell’essere”, per citare Heidegger.
L’uomo contemporaneo non risiede più nella parola, ma la attraversa come un terminale di transito, schiacciato da un sovraccarico informativo che anestetizza la riflessione.
Rifondare il centro, dunque, non significa occupare geometricamente uno spazio mediano tra due sponde, né tantomeno presentarsi come i primi della classe dotati di ricette tecniche ineccepibili ma prive di anima.
Significa attuare una vera e propria resistenza linguistica.
Se il Terzo Polo vuole superare la condanna a essere un semplice “cartello elettorale”, deve smettere di rincorrere il “sentimento” delle piattaforme social e del linguaggio da “snack culture”.
La scommessa non è trovare formule magiche per convincere l’astensionista disilluso, ma restituire spessore alle parole della polis.
Le idee camminano sulle gambe degli uomini, ma respirano attraverso i termini che scegliamo per definirle.
Finché l’alternativa culturale sarà schiacciata sul vocabolario emotivo del populismo di destra o di sinistra, ogni tentativo di dare vita a una proposta liberale e riformista rimarrà una fragile illusione da Teatro Parenti, una caverna platonica, un gioco di ombre scambiate per realtà.
Il centro politico ha il dovere di essere necessario laddove la politica è assente, e può farlo solo tornando a essere il luogo in cui le parole mantengono il loro significato originario, la complessità viene rivendicata come un valore e la mediazione culturale torna a essere l’architrave della democrazia.
Note
[1] M. Wolf, Skim reading is the new normal. The effect on society is profound, The Guardian (2018), https://www.theguardian.com/commentisfree/2018/aug/25/skim-reading-new-normal-maryanne-wolf
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Leggo in ritardo questo articolo che mi è piaciuto molto. Della responsabilità degli educatori nella povertà del linguaggio, e dunque nel conformismo delle idee, scrive Lanzieri il 21 giugno. Conservo e diffondo i due articoli appaiati.
Rosa Filippini
Tentativo lodevole ma se bastasse esporre le idee con un linguaggio consono e non banale, le aspettative di voto di un centro liberale da parte dell’elettorato sarebbero state soddisfatte da tempo.
Direi dai tempi di Einaudi e la DC.
La maggior parte dell’elettorato non sostiene idee e proposte che contrastano con il loro bisogno immediato di risolvere certe questioni. Sappiamo che l’immediatezza spesso contrasta con l’efficacia di certe proposte, che richiedono anni e magari sacrifici.
Bisogni immediati soddisfatti spesso con debito e aggiramento di certe regole del sistema.
Quindi è inutile dire che basterebbe esporre le idee in un certo modo.
Semplicemente certe idee non attraggono perché vanno al sodo e non danno speranza di una soluzione alternativa ricercata dall’elettorato magari magica e miracolosa, quale ha chiaramente espresso tramite il voto negli ultimi lustri.
Sono molto perplesso come possibile elettore del terzo polo, di questo darsi legnate preventive sulle false credenze e sulle idee necessarie (mamma mia come mi echeggia di certe frasi bersaniame “non sono gli uomini ma è il programma” ! Santiddio ancora?) . Sono gli uomini eccome invece, si il linguaggio adulto ma che non può non tenere conto delle dinamiche della comunicazione politica attuale, lo sapeva addirittura draghi. O volgiamo tornare alle convergenze parallele? Il linguaggio Aulico e alto della politica esiste già , lo usa bettini e manda un odore di stantio, di tramontato da non poterne più ! E poi le idee ci sono già andiamo! Noi elettori consapevoli e format le conosciamo a memoria e potremmo scrivercelo noi i programma… , europeismo, difesa europea, Ucraina, le regioni di Israele da discutere senza estremismi, merito, impresa ,mercato e correttivi per i più fragili. Insomma non siamo dei bambini . Manca proprio un nome invece. Capace di zittire e disciplinare i nani del terzo polo. Ci sarebbe il nome, ma attende paziente di diventare presidente della repubblica italiana.
Gran bella riflessione. Mi chiedo quante siano le persone che desiderano e soprattutto possiedano ancora, oggi, gli strumenti culturali per ricevere utilmente messaggi da vera politica,quella che sa analizzare e affrontare la complessità anziché strillare slogan.