l’editoriale di Michele Magno
Dopo l’eliminazione a Beirut di Fouas Shukr, responsabile dell’apparato missilistico di Hezbollah, e a Teheran di Ismail Hanyeh, capo politico di Hamas all’estero, l’Ayatollah Ali Khamenei ha ordinato di “colpire Israele”. Già, ma come? Sempre manovrando i suoi burattini o aprendo direttamente un nuovo fronte di guerra? La seconda ipotesi mi pare improbabile. Troppo rischiosa per i “guardiani della rivoluzione”, che peraltro non sembrano godere di molte simpatie nel mondo arabo. Forse è ben vista da Putin, ma non credo che sarebbe sostenuta dalla Cina.
Più plausibile mi pare uno scenario in cui si alternano risposte belliche mirate e azioni clamorose di terrorismo. È allora opportuno chiarire un punto. Il termine terrorismo deriva dal latino “terrere” (atterrire). E non riguarda i fini, ma i mezzi. L’attacco a una unità militare è guerriglia, un bomba in un ristorante è terrorismo. È evidente che sono azioni diverse, anche se compiute dagli stessi soggetti. Diverse politicamente e moralmente.
Ancora più diverso è il caso del terrorista che non appartiene alla civiltà che vuole distruggere per affermare la propria, a suo giudizio superiore e, anzi, l’unica giusta. È il caso del terrorismo islamico, distinto dal terrorismo rivoluzionario ottocentesco e novecentesco, anche se formalmente non mancano elementi comuni come il cupo fanatismo e lo spirito totalitario. Andando al lontano passato, possiamo trovarne qualche traccia nella monarcomachia e nel tirannicidio del Cinque-Seicento, come nella setta degli Assassini dell’età medievale, paladina della sottomissione assoluta dei fedeli (e degli infedeli) all’autorità di Maometto.
Hamas, Hezbollah, Houthi e le formazioni jihadiste disseminate in Africa e Asia, sono tutte avamposti di un terrorismo “al servizio di Dio”; e i suoi adepti, spesso votati alla morte nel compimento dell’attentato, hanno la certezza di ricevere una cospicua ricompensa ultraterrena. Pertanto, il loro nemico non è un particolare regime, ma la civiltà occidentale in quanto tale. La strage efferata deve perciò scuotere l’opinione pubblica col suo orrendo effetto spettacolare. Gli ambienti affollati diventano quindi il suo bersaglio privilegiato. La posta in gioco non è più questo o quel sistema di potere nazionale, ma tutto uno sviluppo storico (la modernità) e il suo pilastro (l’occidente).
Se nel mirino del terrorismo c’è l’intera civiltà occidentale, cristiana e laica, anche se si esita a definirla “guerra di religione”, siamo comunque di fronte a un conflitto condotto sì da una parte minoritaria -estremista e radicale- del mondo musulmano, ma la cui maggioranza resta spettatrice passiva, mentre solo una minoranza esigua lo depreca formalmente. Quando sente la “chiamata” – interiore o proveniente da un comando operativo – e si fa esplodere, il terrorista islamico vive il suo gesto suicida come una specie di martirio che sarà premiato lautamente nella vita ultraterrena. La fede religiosa dà a questo martire-assassino una determinazione che nessuna ideologia può dare. Si tratta di una disponibilità assoluta al sacrificio di sé stesso che non può essere spiegata ricorrendo a fattori sociali o psicologici (povertà, disagio mentale). Non capiremmo un fenomeno che ha ragioni profonde di ordine spirituale e storiche: il risentimento di una civiltà ricca di antichi splendori verso il Grande Satana americano e il suo avamposto in Medio Oriente, ossia Israele, superbi nel loro trionfo tecnologico, culturale e civile. A suo modo, il terrorismo che si richiama ad Allah ha una logica rigorosa, fondata su una fede inappellabile e sulla prospettiva di un islam universale: se “Dio è morto” in occidente, altrove è ben vivo. Sta qui l’aspetto più inquietante dei massacri dell’ultimo ventennio, quello che va dall’attacco alle Torri Gemelle (11 settembre 2001) alla mattanza nei villaggi israeliani del 7 ottobre scorso. Essi costituiscono una sfida a un concetto di umanità, il nostro, che ha certo i suoi lati oscuri ed è attraversato da interne tendenze disgregatrici, ma che legittimamente resiste ai vecchi e nuovi totalitarismi.
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