
Ogni volta che c’è da trovare in Italia un nuovo equilibrio fra potentati finanziari, e quindi economici, il nome del Monte dei Paschi di Siena non manca mai. È una banca di tradizioni antichissime, il suo esordio risale al 1472. Malauguratamente nei primi anni duemila è stata trascinata in un vortice gestionale che ha impegnato anche la magistratura.
E si arriva al 2017. Dopo vicissitudini che l’hanno portata sulla soglia del collasso lo Stato, da quella data, ne è rientrato in possesso: costo dell’operazione a carico dei contribuenti oltre 5 miliardi di euro.
Una bella sberla, diciamo inevitabile, per non mettere in crisi un sistema che le gestioni allegre autrici del dissesto avevano terremotato fino al punto (citiamo uno delle tante svagatezze) di pagare l’acquisto di Banca Antonveneta 9 miliardi di euro, finiti nelle tasche di un gruppo spagnolo, il Banco Santander, che appena un mese prima aveva sborsato per l’acquisto dello stesso istituto bancario solo 6,6 miliardi di euro: quindi con un ricarico sulle spalle del Monte dei Paschi di 2,4 miliardi di euro nel giro di una manciata di giorni.
Vale la pena di ricordare da quali nebbie è uscito il Monte dei Paschi di Siena, ma nello stesso tempo è giusto concentrarci su quanto è avvenuto dopo il ritorno a “casa Italia” di questa storica banca.
Dopo varie operazioni di smacchiamento della quota in mano al Tesoro, che attualmente è scesa all’11,77 per cento, gli ultimi dati dell’istituto senese hanno fatto registrare un utile di 1,57 miliardi nei primi nove mesi del 2024, con un incremento del 68,7 per cento rispetto al 2023. Un risultato che ha riproposto il cinico detto, sempre in auge nel mondo della finanza, secondo il quale è bene tutto quello che finisce bene, nonostante qualcuno, quasi sempre i risparmiatori, ci abbia rimesso le penne.
Con i nuovi e virtuosi venti che hanno ricominciato a spirare a Siena, è arrivata anche una sorpresa: l’ingresso nell’azionariato del Monte dei Paschi di due protagonisti, due big industriali: il gruppo Caltagirone e la Delfin che fa capo a Essilor-Luxottica, leader mondiale dell’occhialeria.
Alcuni commentatori in quella occasione attribuirono l’interesse del duo Caltagirone-Delfin come effetto di un loro piano “B”. Si disse allora che i due gruppi industriali evidentemente non avevano abbandonato la loro ambizione di diventare attori di prima classe nell’emisfero della finanza, nonostante la sconfitta con perdite che avevano subito nel tentativo di scalare le leve del comando di Generali, da sempre una delle ammiraglie assicurativo-bancarie della flotta tricolore. Una sconfitta cocente da parte dei poteri forti di Generali che avevano dovuto accettare nonostante avessero in mano consistenti pacchetti di azioni .
E invece improvvisa una novità. Altro che abbandonare il boccone Generali, il duo guidato da Francesco Gaetano Caltagirone e da Francesco Milleri (che detiene le redine di Essilor- Luxottica dalla morte del fondatore, Lorenzo Del Vecchio) con una mossa aggirante ha deciso di muovere nuovamente su Generali e questa volta per impossessarsi direttamente di tutto il banco.
Ecco di che si tratta.
Capitolo primo
Monte Paschi di Siena lancia un’offerta pubblica di scambio totalitaria su Mediobanca e mette sul piatto 13,3 miliardi di euro con un premio di circa il 5,03% sul prezzo di chiusura di Borsa al momento dell’annuncio.
Se fosse possibile ipotizzare uno scambio di comunicazioni fra l’aldilà e l’aldiquà, potremmo tranquillamente dire che Enrico Cuccia davanti a questo inusitato capovolgimento dei rapporti di forza della finanza italiana si sarà rivoltato nella tomba: ma come, una banca ripresa per i capelli con i soldi dei contribuenti, dopo giravolte su scalate disastrose, scorribande sui derivati giapponesi, e addirittura, purtroppo, un suicidio che ha insanguinato il selciato della sua prestigiosissima sede, si permette di dare l’assalto a Mediobanca?
A quello che per decenni è stato chiamato “il salotto buono” della finanza italiana per coprire, con una definizione gentile, la vera identità di un centro di potere assoluto? Un centro di potere che ha certamente contribuito alla rinascita economica dell’Italia, ma purtroppo si è trascinato al seguito anche trame, consorterie, e anche decisioni incomprensibili e nefaste come quella di affossare, con la spallata a Ferruzzi-Montedison, la chimica italiana.
Non solo. L’attacco sferrato a quel “salotto buono” che ospitava il Gotha dell’industria privata ora arriva da una banca dove a muovere le fila sono due gruppi industriali di comprovata capacità, ma il cui azionista principale è il Tesoro, cioè lo Stato, cioè il potere pubblico e politico.
Infatti, il ministro Giorgetti tempestivamente ha benedetto l’iniziativa, e non poteva essere altrimenti, visto che i suoi rappresentanti nel Consiglio di amministrazione del Monte dei Paschi di Siena detengono una maggioranza schiacciante che è stata risolutiva nella decisione su Mediobanca presa all’unanimità.
Capitolo secondo
Ma quale è l’interesse di Monte Paschi di Siena di assicurarsi una Mediobanca appannata rispetto ai gloriosi tempi di Cuccia?
La risposta è in un numero, cioè quel 13 per cento di Generali che è in mano a Mediobanca che garantisce, a chi lo possiede, il controllo relativo del colosso triestino.
Non è infatti un caso che l’attacco su Mediobanca da parte di Monte dei Paschi di Siena sia stato sferrato all’indomani del via libera da parte di Generali all’accordo con la francese Natixis: obiettivo condiviso, introdurre una macchina da guerra europea in grado di manovrare un pacchetto di risparmio gestito che sfiora i duemila miliardi di euro (650 apportati da Generali, e 1200 da Natixis).
Chi si era opposto nel consiglio Generali a questa operazione? I due gruppi, Caltagirone (6,9 per cento di azioni) e Delfin-Del Vecchio (9,9 per cento di azioni) che ora attentano alla criniera del leone triestino attraverso il Monte dei Paschi.
Insomma, siamo in presenza di una vera guerra all’interno della finanza italiana.
Il ministro Giorgetti, l’abbiamo sentito, ha detto chiaro da che parte sta il governo.
L’opposizione ha chiesto di essere informata in Parlamento.
Quello che manca, per ora, è una riposta alla domanda: tutto questo per andare dove?
Questo, infatti, è il punto centrale: la nostra produzione industriale marcia con il segno meno da circa due anni, all’orizzonte ci sono i dazi di Trump che potrebbero fare male alle nostre esportazioni, c’è bisogno di innovazione, di recuperare terreno sulle nuove tecnologie. C’è bisogno di progetti, di visioni, ma anche di investimenti, e quindi di una finanza più dinamica. Senza dimenticare che ci sono ben 2.500 miliardi degli italiani nei forzieri del risparmio gestito.
Due imprenditori di successo come Francesco Gaetano Caltagirone e Francesco Milleri sicuramente sanno di quale supporto finanziario hanno bisogno le imprese italiane per restare competitive e raggiungere nuovi mercati.
Quello che, al momento, non sappiamo noi, è se la guerra che stanno scatenando ha il fine di conquistare fette di potere circoscritte al mondo della finanza, o, al contrario, si propone di impossessarsi della stanza dei bottoni della finanza italiana avendo in mente un nuovo impulso da imprimere all’industria e quindi all’economia del nostro Paese.
Dalla tolda di comando di Generali questo auspicabile obiettivo, qualora ci fosse, potrebbe essere raggiungibile.
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Chiaro,lucido,obiettivo,oggettivo. Non sono d’accordo con “e le stelle stanno a guardare”: di solito in queste operazioni i risparmiatori e i contribuenti sono manovrati come carne da cannone. Mi auguro che non sia così anche questa volta. Occorre però ricordare che i francesi, a mia memoria dai tempi di De Benedetti sulla Societe Generale, per passare attraverso Bollore’ in Mediaset, non stanno a guardare. E allora di carne da cannone ne servirà tanta.
E le stelle stanno a guardare!!