


La laicità moderna non nasce dall’onnipotenza della ragione, ma dalla scoperta dei suoi limiti e dalla separazione tra Assoluto e potere terreno. Oggi, mentre il terreno razionale comune si restringe, appartenenze politiche e religiose tornano a sacralizzarsi: il rischio è una guerra tra assoluti concorrenti, governata dalla sola efficacia tecnica.
Per molto tempo abbiamo creduto che la laicità fosse il prodotto di una ragione finalmente sicura di sé, emancipata dalla tutela religiosa, e in grado di ordinare il mondo secondo criteri autonomi. Questo esito, naturalmente, è stato favorito dallo scontro della ragione con gli effetti delle proprie esagerate pretese.
La laicità non nasce infatti dall’onnipotenza della ragione, ma dalla scoperta dei suoi limiti e, prima ancora, dalla separazione dell’Assoluto rispetto a ogni potere terreno. Il cristianesimo ha preparato questo passaggio quando ha sottratto a Cesare ciò che appartiene a Dio, introducendo nella storia occidentale un principio destinato a lavorare lentamente nelle istituzioni e nelle coscienze: nessun sovrano può pretendere l’obbedienza incondizionata che spetta soltanto all’Assoluto.
Certo, il cristianesimo storico-istituzionale ha praticato molte volte contro questo principio, e tuttavia l’idea era ormai posta. Se Dio trascende ogni ordine politico, nessun ordine politico può identificarsi senza residui con il bene; se la coscienza risponde, in ultima istanza, a qualcosa che oltrepassa il potere, allora anche il potere più legittimo incontra un limite che non può arbitrariamente rimuovere.
La distinzione tra religioso e politico, e con essa la laicità, non nasce, dunque, dalla liquidazione del primo, ma dalla sua collocazione in una sfera altra, di cui un’autorità mondana non può impadronirsi.
Del resto, le guerre di religione che inaugurarono la modernità mostrarono che il riferimento a una verità trascendente, quando una comunità storica pretende di possederne l’interpretazione esclusiva, può alimentare una cieca violenza. La soluzione europea è consistita, certo per gradi, nel limitare il ricorso a “Dio” nello spazio pubblico, riconoscendo che nessun discorso umano può esaurirne la verità né può usare la fede come giustificazione diretta di una determinata opzione giuridica, senza con ciò trasformarsi in fanatismo.
Contemporaneamente, dal momento che il fanatismo appariva come uno dei motori del conflitto, la modernità rivolse lo sguardo allo strumento col quale formuliamo i nostri giudizi: la ragione. Prima Locke e Hume, e poi Kant, misero lo strumento razionale sotto la lente d’ingrandimento per chiarirne il funzionamento.
La logica era semplice: se troviamo il libretto d’istruzioni della ragione, possederemo un discrimine sicuro per distinguere i giudizi ammissibili da quelli temerari. Non a caso Kant pone “Dio” al di fuori delle possibilità della ragione teoretica, così da squalificare i visionari piantagrane.
La laicità, quindi, è anche frutto di un esercizio di modestia epistemica: conviviamo non perché abbiamo smesso di credere, ma perché abbiamo imparato, almeno in parte, che la finitezza della nostra ragione impedisce di convertire immediatamente la verità in coercizione.
Questi rapidi e non esaustivi appunti storici erano necessari per segnalare qualche mutamento odierno. Oggi i limiti della ragione non vengono semplicemente negati, ma la ragione stessa è diventata il terreno della contesa.
Non si discute soltanto su quali siano i criteri razionali da applicare, ma sulla possibilità che esistano criteri condivisi di verità, oggettività e verificazione. Una parte non trascurabile di questo mutamento è stata preparata soprattutto dalla volgarizzazione della cosiddetta French Theory.
Si badi bene: dalla sua volgarizzazione, non necessariamente dalle opere di Foucault, Derrida o degli altri autori trascinati sotto questa etichetta, assai più complessi delle formule scolastiche che ne sono state ricavate.
La critica dei rapporti tra sapere e potere aveva una funzione preziosa: ricordava che nessun sapere nasce fuori dalla storia, che le classificazioni possono servire interessi, che perfino il linguaggio apparentemente neutrale può custodire gerarchie invisibili.
Il problema è che la procedura dello “smascheramento” si è trasformata in un genere accademico quasi industriale: dietro ogni affermazione si cerca il privilegio che la sostiene, dietro ogni universalismo l’esclusione che nasconde, dietro ogni pretesa di oggettività il colonialismo, il patriarcato, l’eurocentrismo o un’altra struttura di dominio ancora da battezzare.
Non si domanda più anzitutto se un’affermazione sia vera, falsa, plausibile o ben argomentata, ma chi abbia interesse a farla valere come vera. In questo modo la ricostruzione genealogica sostituisce la verifica: ormai il “che cosa” è ridotto a una mera scusa per arrivare al “chi”. Chi sta facendo quell’affermazione e per promuovere quali interessi?
Il risultato è una gigantesca psicologia delle intenzioni applicata ai discorsi. La cosa più curiosa è che questa pratica si presenta spesso come radicalmente antidogmatica, mentre procede a partire da un dover essere già stabilito.
Non si osserva la realtà per comprenderne la struttura e interrogarsi poi sulle norme più giuste, ma si possiede anticipatamente una mappa morale, alla luce della quale si decide quali aspetti del reale possano essere riconosciuti e quali debbano essere ricodificati.
Perché tutto questo crea un’atmosfera favorevole all’arretramento della laicità? Perché, per dirla in modo immediato, il principio di laicità prevede due cose: l’umiltà epistemologica, della quale già si è detto, ma anche la fiducia nel fatto che la ragione, per quanto strumento imperfetto, rappresenti comunque il terreno comune migliore e insostituibile per dirimere le questioni e trovare punti d’incontro possibili nella pluralità delle prospettive.
Se la ragione è ridotta, che ne siamo consapevoli o no, a mera maschera di interessi che, in ultima istanza, non si giustificano con nient’altro che la volontà di porli, sarà la volontà di credere e non la volontà di pensare ad affermarsi.
Certo, nessun pensiero è mai stato neutrale. Ogni ragionamento affonda le proprie radici nel “corpo” (la lezione insuperata di Nietzsche). Il problema è non confidare più nel possesso di uno strumento che possa chiarificare e setacciare le ragioni del corpo.
La ragione come strumento “oggettivo”, però, non va in cantina: resta riferimento nel campo tecnoscientifico. Il fatto che una macchina funzioni e aumenti il potere di chi la costruisce è ragione a sé.
Non a caso, la tecnoscienza è il vero esperanto di questo tempo: è il linguaggio universale che si parla da Pechino a Washington, passando per Mosca, Tunisi, Tokyo o Roma. In tema di diritti umani, però, la frantumazione del mondo appare netta e, al momento, poco rimediabile.
Così siamo testimoni di ciò che, in altri tempi, avremmo considerato un paradosso: la diffusione planetaria della tecnica nata dal logos filosofico europeo, senza il logos.
E infatti, in questo mondo post-laico, fondamentalismi tecnologici si fronteggiano sulla scena del mondo, col ritorno di nuovi “assoluti”. Non di soli assoluti intramondani si tratta. Anche le religioni storiche tornano sulla scena, sebbene spesso meno come fedi che come identità politiche.
La destra radicale riscopre il cristianesimo come segno di civiltà: crocifissi, presepi, radici, confini. È un cristianesimo che può tranquillamente prescindere dal Vangelo, dalla pratica religiosa e perfino dalla fede, perché la sua funzione principale non è convertire l’uomo, ma identificare il gruppo.
La religione dalla quale era nata anche la distinzione tra Dio e Cesare viene così piegata alla sacralizzazione di Cesare, purché Cesare difenda i nostri simboli contro quelli altrui.
Sul versante opposto si manifesta un fenomeno diverso ma ugualmente significativo, già osservato nei decenni precedenti: la convergenza tra certi ambienti del progressismo postcoloniale e l’identitarismo islamista.
Una cultura nata dalla critica dell’autorità religiosa, dalla liberazione sessuale e dalla lotta contro il patriarcato si mostra talvolta sorprendentemente sensibile alle ragioni di regimi e gruppi tra i più reazionari del pianeta, ostili all’autonomia femminile e ai diritti degli omosessuali.
Tutto ciò perché al giudizio universalistico si è sostituita la topografia del potere, che non divide il mondo tra chi ha ragione e chi ha torto, ma tra interessi interpretati come oppressivi e altri interessi interpretati come subalterni. La “verità” non è nient’altro che un altro strumento della lotta politica.
Non siamo dunque di fronte a una forma di “relativismo” o di “pensiero debole”, ma a una dottrina ben strutturata e creduta.
È qui che il tempo post-laico mostra il proprio volto. Non è semplicemente il ritorno delle religioni dopo la secolarizzazione, né soltanto la proliferazione di nuove fedi politiche.
È una condizione nella quale le appartenenze si sacralizzano mentre il terreno razionale comune si restringe, lasciando in piedi solo quello dell’efficacia funzionale, perché se la ragione comune viene ridotta a maschera del potere, il conflitto non scompare: diventa guerra tra sacralità concorrenti.
In questo senso, gli Stati Uniti offrono un esempio quasi da manuale. Le guerre culturali tra sinistra woke e destra MAGA sono maturate anche nel campo delle Humanities, dove persino dati relativamente elementari delle scienze naturali — come il dimorfismo sessuale o il fatto che la gestazione sia biologicamente femminile — sono stati subordinati a griglie interpretative centrate sui rapporti di potere, sulla costruzione sociale e sull’identità.
A questa torsione ha risposto, sul versante opposto, un irrigidimento speculare: al prontuario woke delle parole e delle pratiche considerate inammissibili si è sostituito un nuovo prontuario di divieti, proveniente questa volta dall’altra parte della barricata.
Un mondo post-laico non è un destino, ma un rischio storico nel quale siamo già entrati in parte: quello di una società in cui gli assoluti tornano a contendersi lo spazio pubblico mentre si restringe il terreno comune della ragione.
Per questo, a mio avviso, l’Illuminismo, depurato dalle proprie ingenuità e dalle proprie pretese di autosufficienza, non è affatto alle nostre spalle. Resta tra noi come esigenza di salvare quella zattera sgangherata, ma che pure ci impedisce di annegare, che è la ragione.
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