


Tra il livellamento che diffida del merito e la pressione che trasforma ogni vita in una gara, l’eccellenza rischia di perdere il suo senso. Non un obbligo di perfezione, ma un orizzonte umano: da inseguire senza dimenticare il valore dei limiti e della fragilità.
La percezione contemporanea dell’eccellenza si muove lungo un crinale pericoloso, stretta tra due opposti che sembrano escludersi ma che, in realtà, logorano con la stessa forza l’identità individuale.
Da un lato assistiamo a una sorta di odio per il talento e per il merito, un desiderio di appiattimento sistematico spesso cavalcato da un certo “politically correct” che vorrebbe tutto livellato verso il basso per evitare il disturbo del confronto (Se la dittatura del politically correct colpisce anche Jannik Sinner).
Dall’altro, ci scontriamo con l’ossessione speculare: la ricerca spasmodica della performance perfetta, trasformata in un parametro di vita totalizzante, specialmente all’interno delle dinamiche familiari.
È necessario distinguere l’eccellenza dalla perfezione. Come già esplorato parlando del “sublime sublimato”, la perfezione è una dimensione che non ci appartiene; è un attributo del divino, una vetta che possiamo ammirare nelle opere d’arte o contemplare attraverso la fede, ma che non può essere traslata nella carne e nel sangue (Il naufragio dell’anima: quando il sublime si fa divino).
Ammirare il divino significa riconoscerne l’alterità: lo si adora, lo si contempla, ma pretendere di incarnarlo nella quotidianità è un errore di prospettiva che nega la natura stessa dell’essere umano.
L’eccellenza, invece, è qualcosa a cui possiamo aspirare, un orizzonte che indica una direzione, ma non deve mai essere percepita come un obbligo o una tassa d’ingresso per essere considerati degni di stima.
Se esiste un obbligo davvero imprescindibile, questo non riguarda il successo, ma la conoscenza di sé. Sapersi guardare allo specchio per riconoscere i propri limiti è un atto di onestà intellettuale che precede ogni possibile crescita.
Senza la consapevolezza dei confini della nostra forza e della nostra intelligenza, non abitiamo noi stessi, ma una proiezione ideale destinata a infrangersi. Conoscere i propri limiti non è una forma di rassegnazione, bensì l’unica base solida su cui costruire un’esistenza autentica, lontana dalle aspettative indotte da un sistema che non tollera le pause.
Pretendere la perfezione significa non conoscere se stessi e calpestare, senza alcun pudore, la sacralità della fragilità umana.
Questa mancanza di pudore emerge con violenza quando l’ossessione per l’eccellenza viene proiettata sui figli. I genitori che parlano con orgoglio del “figlio modello” o che pretendono da lui la perfezione senza sbavature dimostrano di non aver mai fatto i conti con la propria umanità.
In questo scenario, il figlio cessa di essere una persona per diventare un parametro, un indicatore di successo dei genitori stessi. È una pretesa che non ha rispetto per la fragilità, per l’errore o per quel sano diritto al fallimento che è la sostanza stessa dell’apprendimento.
Chi cerca con ossessione l’eccellenza nel prossimo, e specialmente nei propri figli, spesso cerca di colmare un vuoto di conoscenza interiore, ignorando che la vera forza risiede proprio nella capacità di accogliere l’imperfezione come tratto distintivo dell’uomo.
Oggi ci troviamo così in bilico: da una parte un mondo che predica una medietà forzata e incolore, dall’altra una pressione sociale che vede nel limite una vergogna da nascondere. In mezzo resta l’individuo, con il suo compito silenzioso di distinguere ciò che può ammirare in alto da ciò che deve accettare dentro di sé.
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