
Seconda parte
Rieccoci a Tel Aviv. Shabbat è entrato e anche qui tutto si è placato. È tutto chiuso. Solo qualche bar è aperto. Anche la mattina regna un silenzio irreale.
È come se il cuore della nazione rallentasse e il suo respiro si facesse più profondo. Cala un silenzio innaturale, tutto si ferma. Ciascuno torna a se stesso, a suo modo, abdicando per un giorno alle pressioni della quotidianità.
Solo la Tayelet, il lungomare di 14 chilometri che si estende da nord a sud, è animata. Questa lunghissima spiaggia è la valvola di sfogo di tutti gli abitanti e ciascuno la vive alla propria maniera.
Il rumore dominante vicino al mare è quello delle matkot, i racchettoni inventati qui, mentre dietro di noi una foltissima schiera si cimenta nei balli di gruppo.
Facciamo una passeggiata e arriviamo a Giaffa. È pomeriggio. Capitiamo per caso in una festa di Natale… a Tel Aviv!
Sono arabi cristiani, ma qui è pieno anche di famiglie israeliane e musulmane. Donne col velo, altre in shorts. L’unico comun denominatore sono i bambini. Tanti, tantissimi bambini, tutti impiastricciati di maionese dei wurstel o di zucchero filato, rapiti dalle luci e dai regalini.
Tutti insieme. Qualcosa di molto lontano dalla narrativa dei media occidentali, così come tutto ciò che abbiamo vissuto in questi giorni. L’apartheid non è certamente qui.
Domenica mattina andiamo al sud. Siamo qui per questo. Per vedere, per comprendere, per testimoniare. Per capire come possiamo partecipare o aiutare. Ci sarà un modo?
Percorriamo la strada col cuore in gola. Crediamo di immaginare cosa ci aspetti. Purtroppo non è così: quello che vediamo è oltre l’immaginabile.
Superiamo Kyriat Gad, il centro di coordinamento civile-militare per la forza multinazionale che dovrebbe controllare, almeno nei primi tempi, l’insediamento di una nuova amministrazione a Gaza. A quanto pare, per ora, nessun Paese “presentabile” vuole partecipare.

Arriviamo al sito del Nova Festival. Ci siamo noi e un gruppo di soldati: reclute. Evidentemente li portano qui per inoculare loro la consapevolezza di ciò che è successo realmente, dell’orrore a cui sono chiamati a fare da argine.
Sono poco più che diciottenni. C’è qualche genitore o nonno delle vittime. Non riescono ad abbandonare questa landa desolata, come in un estremo e disperato tentativo di non perdere il contatto con l’ultimo singulto dei propri figli, uccisi mentre ballavano.

Per ognuno è stata piantata una stele con una fotografia. Si capisce subito: sono selfie. Selfie di chi guarda fiduciosamente alla vita e all’avvenire, con negli occhi le proprie aspirazioni di felicità.
È riportata anche una breve frase per descrivere queste aspirazioni: voleva fare la cantante, amava i viaggi, adorava i bambini, suonava il violino.
Ma queste tragiche immagini e queste poche parole sono ormai solo in cima a un bastone, contornato di sassi e battuto dal vento. La musica non c’è più.
Come grotteschi simulacri sono rimasti i frigoriferi di quello che fu il bar improvvisato della festa rave. Le scritte “Coca-Cola” mi danno la stessa stridente sensazione di unghie passate su una lavagna.
Accanto hanno piantato un campo di papaveri. Sono papaveri di ferro, come a voler dire che anche l’anima più tenera, di fronte a tutto questo, non può che diventare dura.

Prendiamo la strada che costeggia Gaza. Superiamo uno ad uno tutti i cartelli con nomi ormai familiari perché vi si è perpetrato il pogrom: Be’eri, Netiv HaAsara, Kfar Aza.
È una strada dritta e ogni tanto ci sono fermate di autobus con pensiline di cemento armato. Ognuna è contornata di immagini, scritte, fiori e sassi, perché in ciascuna qualcuno ha cercato scampo nascondendosi dalla ferocia.
Ma come trappole per topi, quei minibunker sono costruiti per proteggere dai missili, non certo chi è disarmato dalle granate.
Arriviamo a Nir Oz. Abbiamo appuntamento con una signora, Rita. È una donna molto bella, ma le rughe le segnano il volto.

Ci aspetta insieme a un gruppo di americani. Sono in Israele per un congresso di high tech. Non credo siano ebrei. Hanno deciso anche loro di vedere con i propri occhi.
Il ronzio dei droni è costante e ogni tanto passa un elicottero militare. Sentiamo anche un paio di sordi boati.
Rita ci fa fare il giro di questo piccolo kibbutz. Lei, ci dice, si è salvata perché la sera prima aveva accompagnato la nipote a Tel Aviv. Strano il destino.
Parla e piange. Da un tetto ci fa vedere Gaza. Scorgiamo Khan Younis. Passiamo per le case: sono bruciate, e sono evidenti i segni di ciò che è accaduto. Non riesco a descriverlo, non riesco proprio. Scusatemi.
«Qui abitava Oded, Oded Lifshitz. Aveva 83 anni quando è stato rapito. Lui credeva nella pace di Oslo, era un illuso. Prendeva i bambini palestinesi oncologici della Striscia e li portava a fare la chemio in Israele. Sapeva l’arabo. Era naïve… Qui tutti eravamo naïve».
«Credevamo nella pace e nella convivenza. Lui è morto da ostaggio».
Andiamo più avanti. C’è un cespuglio di rose rosse e rosa, in piedi per miracolo. La casa subito dietro è annerita come le altre.
«Questo è il roseto di Oded. Era lui che lo coltivava… noi cerchiamo di farlo rivivere».
Una dopo l’altra, Rita, davanti a ogni abitazione, ci racconta la storia dei suoi haverim, gli amici che ci abitavano.
Se c’è un drappo giallo si tratta di un rapito, uno nero è un morto, uno blu qualcuno che è tornato. Immancabilmente ci sono le fotografie attaccate ai muri; accanto, ancora, le scritte lasciate da Hamas.
C’è la casa dei Bibas, con la foto di questa famiglia. È l’unica chiusa, perché così ha voluto Yarden, marito di Shiri e padre di Ariel e Kfir. Lui è tornato dopo 484 giorni nei tunnel di Gaza, pensando di trovarli.

«Questa è l’ultima casa. Era di una donna gentile, senza figli. Si occupava della lavanderia del kibbutz. Era molto amata».
Sul suo letto, dove l’hanno trovata, tra le bruciature, c’è un giornale: quello del 6 ottobre.


Queste case sono destinate a essere demolite. Alcune saranno trasferite in un museo, ma qui la vita deve andare avanti e si devono cancellare le tracce esteriori.
Così è Israele. Anzi: così deve essere.
Rita ci saluta e ci dice: «Qui le cose peggiori non le ha fatte Hamas, ma i civili che li hanno seguiti. Quelli con la banda verde passavano e uccidevano; gli altri si fermavano e brutalizzavano, per poi appiccare gli incendi».
«I miei amici sono rimasti in attesa di qualcuno che venisse a salvarli, ma per tutto il giorno nessuno è venuto. Voi che siete qui avete questo compito: dovete dirlo in Europa ciò che è accaduto».
«Dite ciò che eravamo, in che cosa credevamo e ciò che ci hanno fatto. Ditelo, ditelo e ditelo. Solo così ci potrete aiutare».
Proseguiamo per Nir Yitzhak. Ci aspetta un vecchio commilitone di Aharon, mio cognato.
Ci riceve in una casa semplice e spartana, ma decorosa e accogliente. Qui, in questa comunità agricola, sono tutte identiche. È un moshav: si coltivano fiori, i bulbi si esportano in tutto il mondo.
Lito ci accoglie calorosamente e ci offre un pranzo semplice ma tanto gustoso quanto inaspettato: empanadas. Sono di origine argentina e, come tutti, vogliono mantenere soprattutto in cucina ciò che resta delle proprie tradizioni.
Con Aharon, che non vedeva da quarant’anni, è una rimpatriata. Sono stati in Libano insieme, nel Genio Militare, durante la campagna dell’82.
I racconti si spostano inevitabilmente sul 7 ottobre. Qui era presente un servizio di sicurezza più organizzato. Si sono difesi, ma sono rimasti asserragliati nelle case.
Durante il pogrom sono morti otto ragazzi della sicurezza e nessun terrorista è riuscito a penetrare nelle abitazioni, che portano ancora i segni degli assalti.
Oggi, però, in molti non riescono a rientrare nelle case: lo shock dell’assedio non passa e quasi tutti ricorrono alla psicoterapia.
Torniamo verso Tel Aviv. Ci fermiamo a Sderot, una città quasi fantasma. Aveva 35.000 abitanti, ma in dieci anni ha ricevuto 8.600 missili.
Gaza si vede bene, sarà a un chilometro e mezzo. Oggi la popolazione è ridotta a 4.000 persone. Poco da dire.
Anche qui un gruppo di reclute davanti a un punto d’osservazione. Sono religiosi ortodossi, una delle prime unità con le peot, i cernecchi ai lati delle orecchie.
Cantano e non vogliono essere fotografati. Anche per loro fa parte di un percorso iniziatico.
Tornati in città, Aharon ci mostra due palazzi, in punti diversi. Sono molto malridotti. Qui sono arrivati missili iraniani.
Non sono razzi di Hamas, ma ordigni balistici precisi, con testate piene di esplosivo. Micidiali.
Uno è esploso a cento metri da dove erano rifugiate le mie nipoti. Nessuno è morto, per fortuna: l’early warning aveva funzionato e tutti erano nei rifugi.

Non è stato così per una famiglia ucraina, a Bat Yam. Erano scappati da Kiev.
Il resto del viaggio ve lo evito: sono amenità e poco altro.
Torniamo all’aeroporto e già all’imbarco si rialzano i nostri muri inconsci di protezione.
Ci penso un attimo: se vivi in Israele vivi sotto assedio di entità confinanti ostili, ma fuori è davvero diverso? Cosa stiamo vivendo in Italia? Dove era sopito tanto astio antiebraico?
In ogni caso, questi pochi giorni hanno rafforzato la mia consapevolezza che stiamo vivendo una grossa ingiustizia.
La narrativa giornalistica totalmente di parte e gli atteggiamenti di una sinistra che non esita ad abbracciare la causa del più sanguinario e fondamentalista gruppo terroristico internazionale provocano in me l’esigenza di fare la mia parte. Ma cosa?
Allora scrivo e descrivo. Testimonio ciò che ho visto e provato in quei giorni.
Lo devo. Lo devo a loro. Lo devo a Rita. Lo devo a Lito. Lo devo ai ragazzi delle fotografie.
È ciò che posso fare adesso. Insieme a un nuovo roseto per Nir Oz.
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A Nir Oz sono stata nel settembre del ’14, pochi giorni dopo la fine della guerra, i campi ancora sconvolti per il passaggio dei carri armati per le operazioni di terra. Verrà mai il giorno in cui non ci sia una guerra in corso o una guerra appena finita o una guerra che sta per cominciare?