

Cento anni fa moriva a venticinque anni Piero Gobetti. Da pochi giorni si era autoesiliato a Parigi per proseguire nella sua opera di agitazione editoriale e intellettuale, di cui in Italia erano ormai venute meno le condizioni pratiche.
I ripetuti sequestri delle sue riviste, le violenze subite dagli squadristi e l’impossibilità di dare concretamente corpo all’azione di rinnovamento culturale e morale, di cui ormai in Italia mancavano sia lo spazio sia gli interlocutori, lo convinsero a partire e a trasferire la sua impresa in Francia. Non vi riuscì. Poco dopo il suo arrivo a Parigi, le sue precarie condizioni di salute, aggravate dalle percosse subite, portarono alla morte di Gobetti nella notte tra il 15 e il 16 febbraio del 1926.
C’è da pensare che, nell’occasione di questo triste centenario, qualcuno valorizzi l’originalità del suo pensiero, che univa alle ambizioni di un liberalismo rivoluzionario, perché incarnato in una partecipazione politica diffusa tra ceti tradizionalmente sacrificati o ignorati dalle élite notabilari dell’Italia post-risorgimentale, il riconoscimento del conflitto sociale come un segno di salute e non di malattia del corpo e dello spirito nazionale, storicamente debilitato, al contrario, proprio dalla passività, ora puramente rivoltosa, ora servilmente parassitaria, del rapporto tra popolo e potere.
L’idea che la politicizzazione delle masse potesse diffondere una vera coscienza morale della libertà politica lo aveva avvicinato agli esponenti del mondo marxista, che nel dopoguerra ne hanno inglobato d’ufficio la figura nel pantheon dei santi e martiri antifascisti, ribattezzati naturaliter affini alla causa bolscevica. La stessa operazione compiuta con Matteotti e con molti altri antifascisti che da vivi i comunisti non si peritavano di definire “social-fascisti” o “social-traditori” per la loro fiducia nel metodo democratico e la riluttanza a marciare uniti sotto le insegne della Russia sovietica.
Questa appropriazione indebita (e – ahimè – perdurante) di Gobetti da parte del mondo comunista e post-comunista è stata anche favorita dal sospetto che nel mondo liberale italiano ha continuato a suscitare la sua stima per Gramsci, il suo entusiasmo per l’auto-organizzazione operaia e la sua propensione per un liberalismo tanto intransigente dal punto di vista teorico quanto concretamente aperto alle istanze sociali dei ceti popolari, identificate grossolanamente dai liberali come la scaturigine dei disordini del biennio rosso 1919-1920.
Lasciando da parte l’analisi di questo aspetto “di sinistra” del pensiero gobettiano – che, a mio parere, non è così distante dai giudizi più che positivi espressi da Luigi Einaudi sul mutualismo e il cooperativismo operaio in campo economico-sociale, malgrado la sua siderale distanza ideologica dal dottrinarismo comunista – è singolare questa insistenza sull’ingenuità o confusione di Gobetti circa il pericolo comunista, quando, tra il 1921 e il 1922 e nei mesi immediatamente successivi alla presa del potere da parte di Mussolini, fu uno dei pochi intellettuali liberali a capire la natura profonda del fenomeno fascista e a non illudersi che con esso si potesse scendere a patti, valorizzandone le cose, per così dire, buone, e provando a istituzionalizzarlo, come invece fecero, ad esempio, il suo mentore Einaudi e Benedetto Croce.
Il ventenne sognatore Gobetti si dimostrò più realista di tutti i suoi maestri, non tanto per la sua avversione morale al culto del capo e della violenza, che, fino al delitto Matteotti e in moltissimi casi anche dopo, i liberali italiani non esaltarono, ma accettarono come un male minore, quanto per la lucidità e la profondità della sua analisi del fascismo, interpretato come la radicalizzazione di una concezione che oggi definiremmo anti-politica dello Stato e della pace sociale, di cui si intravedevano le tracce fin dagli albori del processo unitario (e ovviamente nella storia preunitaria), e come la prosecuzione di quel processo di infantilizzazione civile degli italiani che, considerando eversiva ogni forma di lotta politica, avrebbe sempre consegnato tutto il potere a un “salvatore”.
Il giudizio sul fascismo come “autobiografia della nazione” e su Mussolini “prima corruttore che tiranno” derivava insomma più dal giudizio sul passato liberale che sul presente fascista della storia nazionale. E così fecero anche, in un modo inverso, Einaudi, Croce e molti altri liberali famosi, persuasi che il fascismo – ex malo bonum – avrebbe potuto restaurare l’ordine politico ed economico del vecchio Stato liberale e tenerlo al riparo dal bolscevismo.
I leader politici e intellettuali del mondo liberale non ebbero l’intransigenza di Gobetti verso il fascismo perché non ne capirono subito la natura, non accettando di capirne l’origine, che metteva in discussione proprio il fallimento del liberalismo italiano. Si può immaginare che probabilmente Gobetti li comprese e perdonò, perché anche negli anni più bui, tra il 1922 e il 1924, continuò a mostrare per loro – e massimamente per il suo maestro Einaudi – la massima considerazione e deferenza.

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