
Sul centro accoglienza realizzato in Albania dal governo Meloni c’è molta disinformazione e la conseguente speculazione politica creata per alzare polveroni e produrre propaganda spietata. A cadere nella rete di questa strumentalizzazione moltissima gente, non solo coloro che aprono le braccia per accogliere indistintamente tutti come fratelli e sorelle, ma anche da chi pensa che alzare i muri sia la soluzione al fenomeno immigratorio.
In veste di addetto ai lavori mi preme dover chiarire quantomeno la natura e le finalità di queste strutture realizzate in terra albanese, un paese extraeuropeo, prima di affrontare la questione più complessa e importante che investe tutto il Sistema Accoglienza italiano, che è in generale da sempre il grande fallimento della politica interna e estera italiana.
Chiariamo subito: i centri accoglienza di Schengjin e Gjiader non sono “lager” ma due aree operative con diverse strutture. I lager sono tutt’altra cosa.
Nel porto di Schengjin è stato realizzato un Hotspot, centro di primissima accoglienza come lo sono Lampedusa e Taranto – ormai al collasso da anni – e Porto Empedocle – in chiusura. L’area operativa di Gjiader ospita un Centro Governativo da 880 posti – per l’accoglienza dei richiedenti asilo -, un CPR – centro per il rimpatrio – da 144 posti nel quale saranno trasferite le persone a cui entro il primo mese di permanenza non sarà accettata la richiesta, in attesa del rimpatrio nel paese di origine, e infine un Penitenziario da 20 posti. Coloro ai quali invece sarà riconosciuto l’asilo verranno ritrasferiti in Italia. Tutte le operazioni legali sono gestite in videoconferenza con il Tribunale di Roma e un team dedicato.
Sono strutture nuovissime con attrezzature e servizi che nessuno centro in Italia, e pochi altri in Europa, dispongono. Una delocalizzazione che non solo sarà utile per l’Italia che risparmierà almeno il 50% sui costi di gestione ma gli stessi ospiti dei centri accoglienza fruiranno di servizi che il nostro paese non è mai stato in grado di fornire, costretto a operare affidandosi a bandi improvvisati per l’affidamento dei servizi di accoglienza e mai controllati direttamente dalle istituzioni, realizzati spesso in edifici fatiscenti, con superfici sottodimensionate alle esigenze e mal attrezzate.
Fatta questa necessaria premessa questo “Modello italiano di gestione accelerata” in Albania è un primo tentativo per trovare una soluzione strutturale a un Sistema Accoglienza al collasso. Il problema dei flussi migratori in Italia non è mai stato affrontato con soluzioni di lungo periodo che possano tornare utili al paese e ai migranti stessi, ma sempre in emergenza. Da trent’anni a oggi i vari governi che si sono succeduti hanno solo operato aggiustamenti e integrazioni alla Legge Bossi-Fini, riparazioni parziali il cui risultato è solo aver fatto lievitare i problemi di convivenza, sicurezza e sfruttamento al lavoro.
Alcuni tentativi di governi passati come quello Renzi – con la riforma del sistema dei centri accoglienza privilegiando quelli di secondo livello –, Gentiloni – a cui si deve la scoperta dei “lager” libici – e Salvini-Conte – con i suoi decreti sicurezza -, non sono stati che palliativi o misure draconiane e sempre accompagnate da clamore mediatico e commentate con accuse di “fascismo” o risolutive per la patria.

La legge Bossi-Fini, che norma l’accoglienza in Italia, recependo le indicazioni e le regole della Convenzione di Dublino è una legge vecchia e malfatta, “una porcata” l’ha definita lo stesso Fini. Né Sinistra né Destra sono mai stati capaci di riformare e cambiare i rapporti di forza tra l’Italia e il resto dei paesi membri UE, proprio per la grande debolezza della politica migratoria da sempre e sempre più inadatta ad affrontare un fenomeno di enorme complessità e crescente entità.
La questione umanitaria non investe solo il flusso dei migranti in entrata ma anche l’identità stessa del migrante, che si realizza ovviamente nella ricerca di un lavoro e conseguentemente nella creazione di uno spazio sociale. Siamo molto più che moralmente obbligati nei confronti della questione umanitaria, che è oggi una sentitissima questione sociale che riguarda tutti noi e la nostra vita quotidiana.
Si comprende quindi come il Sistema Accoglienza sia un meccanismo che si intrica capillarmente in tutto il sistema di vita nazionale, dal settore economico a quello sociale e culturale, sollecitando fattori determinanti per le sorti dell’Italia nel futuro. Nel 2023 sono stati spesi più di 5 miliardi di euro in Italia per l’accoglienza – spese che vanno dalla gestione dei salvataggi all’accoglienza e amministrazione del richiedente asilo e sua integrazione o eventuale espulsione. Un solo centro di 200 rifugiati costa 20 milioni di euro per anno. (Dati Milano Finanza, “Migranti, il prezzo dell’accoglienza: da gennaio ad agosto”, 30/8/2023)
Nel giugno scorso la presidente Meloni ha compiuto un gesto insolito ma di grande valore simbolico: recarsi dal Procuratore Nazionale Antimafia e Antiterrorismo Giovanni Melillo per consegnare un esposto sui flussi migratori d’ingresso. È stato un atto di denuncia sul malaffare che sfrutta le falle sistema. Ed è vero che tutta l’accoglienza è un colabrodo: non funziona.
Gli scandali emersi in questo settore negli ultimi anni non sono che poca roba rispetto a quanto per prassi, opportunità e urgenza fluisce taciuto dai margini ai meccanismi più intimi.
Se per la primissima accoglienza, e quindi i CAS, i CPR gli Hotspot il coordinamento è direttamente di pertinenza del Ministero dell’Interno attraverso le prefetture e poi affidati a privati – non per l’Albania – attraverso bandi pubblici, più macchinoso risulta per l’accoglienza di secondo livello.
Il secondo livello si occupa di progetti che erogano servizi di assistenza legale, sanitaria linguistica hanno funzioni di integrazione e orientamento al lavoro ai titolari di protezione, cioè i richiedenti asilo che hanno avuto esito positivo. Questi progetti sono denominati SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione), la titolarità è delle amministrazioni locali e sono poi affidati attraverso un bando a un soggetto privato con il controllo diretto dell’ente locale.
L’anello debole di questo sistema sta nel coordinamento di tutta la rete SAI in capo a un ufficio chiamato Servizio Centrale gestito dall’ANCI, l’associazione nazionale dei comuni italiani che a sua volta si affida alla Fondazione Cittalia. In breve al Servizio Centrale spettano tutti i controlli, le verifiche e il monitoraggio delle attività e gestione dei progetti nonché le attività di indirizzo e normative degli stessi progetti. La quantità di denaro che circola è enorme: sono circa 1000 i progetti SAI sul territorio italiano di cui circa 100 mila i migranti beneficiari dei servizi.
Le somme vengono erogate dal Servizio Centrale direttamente all’Amministrazione Locale per ogni singolo progetto di cui è titolare e successivamente, con i tempi, le esigenze, i problemi burocratici dell’ente locale erogate al soggetto che effettivamente gestisce il progetto.
Questo meccanismo, che è comune al sistema di prima accoglienza, ma con evidenti molte più dispersioni nei processi, si inceppa proprio a valle, in quest’ultimo anello del processo e altera tutte quanto il sistema, laddove vengono meno puntuali procedure di verifica e controllo sia di qualità che di quantità. Controlli che, in sostanza, vengono effettuati dallo stesso soggetto controllato.
Così tutto il sistema accoglienza che nella sua approssimazione coinvolge l’indotto economico locale e, si badi bene, non sono solo i fornitori di merci e servizi – che vanno da appartamenti a strutture, alimenti e vettovaglie fino a consulenze – ma anche il mercato del lavoro, la scuola, le istituzioni territoriali.
Ovviamente è uno strumento che consente ai vari governi che si succedono di distribuire denaro ai territori, ai comuni, al tessuto economico attraverso associazioni e cooperative che hanno non solo la funzione di finalizzatori di un progetto con compiti di accoglienza e obiettivi d’integrazione dei richiedenti asilo e titolari di protezione, ma anche una funzione socioeconomica di sostegno alla famiglia, al lavoro al contrasto della povertà sul territorio. Che infine si traduce in uno strumento elettorale e acquisizione di consenso.
Il Sistema Accoglienza tranne rare felici esperienze, esempi virtuosi di amministrazioni locali, e illuminati imprenditori, oggi si risolve come mezzo per drenare fondi statali e alimentare un sistema fallimentare di integrazione.
La maggioranza dei richiedenti asilo è oggi in Italia solo di passaggio senza avere esigenze di integrazione, senza norme che impongono loro l’apprendimento della lingua, di acquisire competenze per il lavoro, regole comportamentali, nessuna sicurezza, nessuna efficace sanzione sulle loro mancanze di responsabilità.
Un copione in cui la criminalità facilmente si alimenta e il caporalato recita il suo ruolo sfruttando manovalanza a costi irrisori.
E non esistono adeguate competenze del personale impegnato nei centri, in un settore difficilissimo, usurante e che spesso mal remunera.
Un sistema che asseconda chi gestisce in concessione i centri accoglienza: coop, associazioni, società, che si ritrovano a essere intermediari tra lo Stato e l’economia del territorio.
La gestione legale dei richiedenti asilo poi lucra sulle procedure, sui ritardi, sulle inadempienze sulle deficienze di tutto il sistema legale che dalla Bossi-Fini i governi hanno costruito. I “giudici” che decidono sulle sorti del rilasci del Permesso di Soggiorno e quindi della permanenza del richiedente asilo non sono giudici ordinari, ma semplici avvocati “a gettone” senza alcuna specifica competenza per cui è diventata prassi rigettare le richieste e rinviare ai ricorsi.
E buon ultima l’istituzione scolastica, un fallimento a iniziare dai CPIA, i centri per l’insegnamento agli adulti, che fino a dieci anni fa erano destinati agli italiani e oggi al 90% solo dedicati ai migranti e a cui si insegna l’italiano con i programmi didattici delle scuole per italiani. Fucine di certificati di lingua italiana utili solo a prolungare un’integrazione inesistente e permettere ai dirigenti di dare lavoro a perdenti cattedra. Sono quasi 6 milioni i soli migranti stranieri residenti in Italia, di cui un milione gli studenti, tutti con gravi problemi di frequenza, di ritardo scolastico, di abbandono scolastico, di apprendimento della lingua italiana (dati 33° edizione del Rapporto Immigrazione Caritas e Migrantes). Giusto la settimana scorsa il presidente Mattarella ha ribadito “L’integrazione degli immigrati passa dall’insegnamento dell’italiano”.
Il Sistema accoglienza non è che la punta dell’iceberg di un’Italia incapace di rinnovarsi, incapace di adattarsi ai tempi, alle esigenze di un mondo che cambia in maniera veloce, tropo veloce per lo strabismo e i torcicollo di una nazione vecchia e capricciosa.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desiderate contribuire con un piccolo supporto, potete farlo cliccando sui pulsanti che vedete, scegliendo l’opzione che più preferite. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.


Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
