3 pensieri su “Il sionismo secondo Einstein e Primo Levi: molto diverso dalla caricatura propal

  1. Ne caso vi serva un testo più edulcorato del mio commento del 6 luglio, uno che non accusi direttamente (sia pur accuratamente) Panorama ed Einaudi nel 1982, eccolo, e non fa nomi:

    Nel 1982, Primo Levi ricevette una visita molto aggressiva di personale di un noto settimanale, che gli si rivolsi in termini in pratica ultimativi, e anche nella fotografia Primo Levi apparve non solo in chiaro disagio, ma anche intimidito. Non fecero domande. Fecero affermazioni che non ammettevano replica o dissenso. Lui disse qualcosa che non si dovrebbe considerare come liberamente e senza timore espresso. Occorre capire che lui, come anche una scrittrice tuttora viva e che non nomino, anche lei sopravvissuta all’Olocausto, erano in una situazione drammatica, dato che dovevano salvaguardare i propri rapporti con le rispettive case editrici. Ricordo una fascetta (o quanta prudenza della casa editrice: un domani si poteva eliminare la fascetta) ad un libro di Jacobo Timerman, in cui si affermava che un ebreo accusava, e che chi vi potete immaginare non avrebbero potuto smentirlo. In realtà`, il libro di Timerman (salvato da Begin dalla Junta argentina, ma che in Israele era divenuto un signore anziano che non contava nulla) stupì in Israele non poco tutte le parti politiche. Poi tornò in Argentina dopo il cambio di regime. Potrei dire di più, ma occorre capire che più di quanto sia stato scritto e pubblicato sulla tregenda d’odio del 1982, è sigillato nella mente di quanti ebbero il dolore di viverci.

  2. E poi c’è quella famosa “citazione” di Primo Levi. Riporto un passo di un mio post di 14 anni fa.

    È merito di Domenico Scarpa e Irene Soave, con un denso articolo, intitolato “Le vere parole di Levi”, pubblicato su Il Sole 24 ore di domenica scorsa, 8 aprile, avere smascherato un falso particolarmente turpe e maligno, per la gravità della sua portata e la vastità della sua circolazione, ossia l’attribuzione a Primo Levi della seguente frase: “Ognuno è l’ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”. Un’asserzione che, come documentano gli autori, è ormai assurta al rango di “tenace leggenda metropolitana”, largamente accreditata dall’autorità della rete, che la diffonde senza sosta. Ormai la frase fa parte della storia, della biografia ufficiale di Primo Levi, la cui vita, il cui pensiero e la cui morte sono definitivamente votati alla santificazione dei “nuovi ebrei”, i palestinesi, e alla demonizzazione dei “nuovi nazisti”, gli israeliani. Peccato che Primo Levi non abbia mai detto niente del genere. Sua, nel romanzo “Se non ora, quando?”, del 1982, è unicamente la frase generica “Ognuno è l’ebreo di qualcuno”. In un’intervista apparsa su la Repubblica del 28 giugno di quello stesso anno (l’anno dell’invasione del Libano, in cui particolarmente violento fu l’attacco della comunità internazionale contro Israele, e in cui Levi si pronunciò contro le opzioni militari del governo di Begin), a proposito della presunta analogia tra la condizione dei palestinesi di quel momento e quella degli ebrei durante la Shoah, il pur critico Levi rifiutò espressamente la grossolana equazione, ricordando che “non esiste un piano di sterminio del popolo palestinese”. Ma, in un articolo apparso il giorno dopo su il Manifesto, la famosa frase “Ognuno è l’ebreo di qualcuno” fu riportata, tra virgolette, e commentata dall’articolista (correttamente, dopo la chiusura delle virgolette) con la successiva annotazione: “E oggi i palestinesi sono gli ebrei degli israeliani”. Un’aggiunta, quest’ultima, che Levi non ha mai scritto, mai detto, mai pensato. Ma che, ciò non di meno, gli si è voluto falsamente attribuire, semplicemente spostando di qualche carattere la chiusura delle virgolette. Evidentemente, l’occasione di potere così sfruttare il nome di Primo Levi contro la patria degli ebrei era troppo ghiotta per potervi resistere.

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