


Albert Einstein e Primo Levi vengono spesso arruolati post mortem contro Israele e il sionismo. Ma rileggendo le loro parole emerge un quadro molto diverso: critico, complesso, tutt’altro che riducibile alla propaganda propal.
Una delle tecniche maggiormente adoperate dai propal per imporre la loro narrazione è utilizzare ebrei di estrema sinistra come foglie di fico per legittimare il loro odio nei confronti d’Israele e degli ebrei sionisti.
Ma in alcune occasioni si sono spinti oltre, annoverando “post mortem” tra le loro fila intellettuali ebrei che, secondo loro, erano ostili a Israele e al sionismo. Ma se si gratta la superficie, emerge quanto si tratti di un’operazione faziosa.
Il discorso di Einstein
Un caso emblematico è quello di Albert Einstein. Nel corso degli anni, non sono mancati i tentativi di dipingerlo come critico nei confronti del sionismo in quanto forma di nazionalismo, nonché più propenso all’idea di creare uno Stato binazionale per ebrei e arabi. Lo fece, ad esempio, il giornalista americano Fred Jerome nel suo libro del 2009 Einstein on Israel and Zionism.
Tuttavia, a smontare almeno in parte questa tesi ci ha pensato il testo di un discorso pubblico che il celebre scienziato avrebbe dovuto tenere nel 1955 in occasione di Yom HaAtzmaut, il giorno dell’indipendenza d’Israele, ma non poté perché morì pochi giorni prima delle celebrazioni.
Il testo, riportato sul sito ebraico americano Tablet Magazine, è stato reso pubblico nel 2013 dall’Archivio di Stato d’Israele e dall’Archivio Albert Einstein dell’Università Ebraica di Gerusalemme.
“Oggi è il settimo anniversario della nascita dello Stato di Israele. La fondazione di questo Stato è stata largamente approvata e riconosciuta a livello internazionale con l’intento di proteggere i resti del popolo ebraico dagli indescrivibili orrori della persecuzione e dell’oppressione”, affermava Einstein.
“Perciò, la fondazione di Israele è un evento che impegna attivamente la coscienza di questa generazione. Pertanto, è un amaro paradosso il fatto che un Paese che è stato creato per difendere un popolo martoriato debba a sua volta affrontare gravi minacce alla sua stessa sicurezza. Le coscienze universali non possono rimanere indifferenti a un tale pericolo”.
Più avanti, scrisse parole che avrebbero potuto essere pronunciate anche oggi: “Non è giusto che l’opinione pubblica mondiale critichi solo la reazione di Israele alle ostilità e non si sforzi attivamente di porre fine all’ostilità araba che è alla radice delle tensioni”.
Aggiunse inoltre: “Le politiche internazionali in Medio Oriente dovrebbero essere fondate sugli sforzi di assicurare la pace a Israele e ai suoi vicini. Ciò sarebbe coerente con gli ideali di pace e fratellanza che sono il più grande contributo che il popolo ebraico ha dato nella sua lunga storia”.
La lettera di Primo Levi
Un altro intellettuale ebreo spesso critico nei confronti d’Israele, ma che non per questo era antisionista — perlomeno nel modo in cui questo termine viene inteso oggi — è Primo Levi.
Lo dimostra una lettera inclusa nel recente volume Mi interessa la gente perché ne faccio parte, che raccoglie gli scambi epistolari tra l’autore di Se questo è un uomo e studenti e insegnanti delle scuole dove andava a parlare.
In una lettera datata 3 gennaio 1976, Levi disse che “in altri tempi ho sperimentato di persona che cosa sia il razzismo, e l’equiparazione che oggi se ne fa con il sionismo non può che riempirmi di indignazione, come ogni persona non prevenuta”. Pochi mesi prima della lettera, l’ONU aveva emanato una risoluzione che equiparava il sionismo al razzismo, poi abrogata nel 1991.
Levi aggiunse anche: “Si tratta di una falsità patente, già fin nella sua terminologia, poiché il sionismo è un movimento storico quasi secolare — e che, sia detto per inciso, nel 1948 ha ricevuto un solenne avallo da quegli stessi governi sedicenti socialisti che oggi lo vilipendono — mentre il razzismo è un’ideologia pseudoscientifica aberrante”.
Lo scrittore premette “che non sono sionista — se lo fossi, sarei in Israele —: ma ognuno sa che il sionismo ha preceduto Israele, che è stato mosso fin dai suoi inizi da principi ugualitari e libertari, e che ha acquistato vigore proprio come un movimento di salvataggio degli ebrei oppressi dall’assolutismo zarista prima, e dalla barbarie nazista poi”.
Ci tenne a ricordare che “proprio nei paesi del blocco orientale e nei paesi arabi gli ebrei sono sottoposti a un regime di discriminazione assai più grave di quello a cui sottostanno gli arabi residenti in Israele”.
Rileggere oggi le parole di Einstein e Levi dimostra come i semi dell’odio e della disinformazione contro Israele, che oggi stanno dando i loro frutti avvelenati, avessero iniziato a germogliare già decenni or sono. Cambiano i dettagli, ma la sostanza è sempre la stessa.
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Ne caso vi serva un testo più edulcorato del mio commento del 6 luglio, uno che non accusi direttamente (sia pur accuratamente) Panorama ed Einaudi nel 1982, eccolo, e non fa nomi:
Nel 1982, Primo Levi ricevette una visita molto aggressiva di personale di un noto settimanale, che gli si rivolsi in termini in pratica ultimativi, e anche nella fotografia Primo Levi apparve non solo in chiaro disagio, ma anche intimidito. Non fecero domande. Fecero affermazioni che non ammettevano replica o dissenso. Lui disse qualcosa che non si dovrebbe considerare come liberamente e senza timore espresso. Occorre capire che lui, come anche una scrittrice tuttora viva e che non nomino, anche lei sopravvissuta all’Olocausto, erano in una situazione drammatica, dato che dovevano salvaguardare i propri rapporti con le rispettive case editrici. Ricordo una fascetta (o quanta prudenza della casa editrice: un domani si poteva eliminare la fascetta) ad un libro di Jacobo Timerman, in cui si affermava che un ebreo accusava, e che chi vi potete immaginare non avrebbero potuto smentirlo. In realtà`, il libro di Timerman (salvato da Begin dalla Junta argentina, ma che in Israele era divenuto un signore anziano che non contava nulla) stupì in Israele non poco tutte le parti politiche. Poi tornò in Argentina dopo il cambio di regime. Potrei dire di più, ma occorre capire che più di quanto sia stato scritto e pubblicato sulla tregenda d’odio del 1982, è sigillato nella mente di quanti ebbero il dolore di viverci.
Grazie
E poi c’è quella famosa “citazione” di Primo Levi. Riporto un passo di un mio post di 14 anni fa.
È merito di Domenico Scarpa e Irene Soave, con un denso articolo, intitolato “Le vere parole di Levi”, pubblicato su Il Sole 24 ore di domenica scorsa, 8 aprile, avere smascherato un falso particolarmente turpe e maligno, per la gravità della sua portata e la vastità della sua circolazione, ossia l’attribuzione a Primo Levi della seguente frase: “Ognuno è l’ebreo di qualcuno. Oggi i palestinesi sono gli ebrei di Israele”. Un’asserzione che, come documentano gli autori, è ormai assurta al rango di “tenace leggenda metropolitana”, largamente accreditata dall’autorità della rete, che la diffonde senza sosta. Ormai la frase fa parte della storia, della biografia ufficiale di Primo Levi, la cui vita, il cui pensiero e la cui morte sono definitivamente votati alla santificazione dei “nuovi ebrei”, i palestinesi, e alla demonizzazione dei “nuovi nazisti”, gli israeliani. Peccato che Primo Levi non abbia mai detto niente del genere. Sua, nel romanzo “Se non ora, quando?”, del 1982, è unicamente la frase generica “Ognuno è l’ebreo di qualcuno”. In un’intervista apparsa su la Repubblica del 28 giugno di quello stesso anno (l’anno dell’invasione del Libano, in cui particolarmente violento fu l’attacco della comunità internazionale contro Israele, e in cui Levi si pronunciò contro le opzioni militari del governo di Begin), a proposito della presunta analogia tra la condizione dei palestinesi di quel momento e quella degli ebrei durante la Shoah, il pur critico Levi rifiutò espressamente la grossolana equazione, ricordando che “non esiste un piano di sterminio del popolo palestinese”. Ma, in un articolo apparso il giorno dopo su il Manifesto, la famosa frase “Ognuno è l’ebreo di qualcuno” fu riportata, tra virgolette, e commentata dall’articolista (correttamente, dopo la chiusura delle virgolette) con la successiva annotazione: “E oggi i palestinesi sono gli ebrei degli israeliani”. Un’aggiunta, quest’ultima, che Levi non ha mai scritto, mai detto, mai pensato. Ma che, ciò non di meno, gli si è voluto falsamente attribuire, semplicemente spostando di qualche carattere la chiusura delle virgolette. Evidentemente, l’occasione di potere così sfruttare il nome di Primo Levi contro la patria degli ebrei era troppo ghiotta per potervi resistere.