
Mentre scrivo, il “miracolo del 16 dicembre” non è avvenuto. Il sangue di san Gennaro non si è sciolto. Il miracolo era letteralmente esploso nel 1631, in seguito alla protezione che il patrono aveva accordato alla città di Napoli durante una terribile eruzione del Vesuvio. Se l’ecatombe totale era stata scongiurata, il merito era del santo, che andava perciò ringraziato annualmente con una sfarzosa “festa del patrocinio”. Nel 1833 Ferdinando II aveva ordinato che le celebrazioni non si tenessero più il 16 dicembre, bensì la domenica successiva per consentire una maggiore affluenza dei fedeli. Finché proprio un 16 dicembre, quello del 1857, la terra tremò in tutto il Regno. Nella zona tra Potenza e Salerno le vittime furono migliaia, nessuna a Napoli. San Gennaro -si disse- preferiva il 16 dicembre per proteggere i suoi abitanti.
Era il paradiso dei maghi, la Napoli di età moderna. Arti divinatorie di ogni specie venivano praticate nei suoi vicoli. La magia attingeva a piene mani al simbolismo religioso. La credenza nel valore prognostico del sangue di san Gennaro era una delle poche a essere ufficialmente tollerata dal clero locale. Dove finiva la devozione e cominciava la mantica era difficile stabilirlo. Ma era stata proprio la condanna dell’astrologia che aveva consentito la diffusione della mantica ianuariana soprattutto negli ambienti ecclesiastici più vigili, come quelli dei gesuiti. Essa infatti dava comunque sfogo alla volontà popolare di conoscere il futuro, ma in un cornice accettabile sotto il profilo teologico. Del resto, il “numen”, il potere divino del sangue era democratico, non discriminava i fedeli in base al censo o al lignaggio. Lo stesso sovrano era tenuto a sottoporsi al giudizio del capriccioso umore. Come accadde al diciottenne Carlo, figlio di Filippo V, giunto il 10 maggio 1734 nella capitale di un regno finalmente affidato ai Borboni di Spagna. Diversamente da quanto era capitato al padre, il sangue si sciolse al suo cospetto. Si poteva quindi cantare il Te Deum. Sarebbe stato cantato molto più tardi perfino al cospetto di Maurizio Valenzi, il primo sindaco comunista.
Il 22 gennaio 1799 le truppe francesi del generale Jean-Étienne Championnet entrano a Napoli per instaurarvi la repubblica. Nello stesso giorno il sangue, che secondo i sanfedisti sarebbe dovuto restare solido in spregio agli occupanti animati dai perniciosissimi ideali dell’Illuminismo radicale, si sciolse a porte chiuse e presenti i tesorieri e altri preti del duomo. Il sangue era diventato “giacomino, come i napoletani si divertivano a storpiare l’appellativo degli invasori. “Ccà le franzise sonco religiuse, bon’aggente”, venne scritto in una “parlata” affissa sul Gigante di Palazzo, che ospitava satire contro i potenti. Opppure era san Gennaro ad essersi sbagliato. Secondo una cronaca anonima, di questo avviso erano le vecchie popolane che, al passaggio della processione per via del Levinaio, gli gridarono contro: “Va’, vattenne santo Jennaro puorco; anche tu si ’giacomino, pu, pu! Vattenne da ccà! Nun ce passà cchiù pe ccheste bie! Nun te volimme guardà cchiù ‘n faccia. Pu, pu!”.
Il santo si riscatterà sessant’anni dopo. Il 7 settembre 1860 Giuseppe Garibaldi entra in città. Suo malgrado, decide di recarsi nella cattedrale. L’esperienza del 1799 gli aveva insegnato quanto importante fosse quella fluida benedizione. Con sua somma sorpresa, trova i cancelli della cappella del Tesoro serrati. Nel timore che il patrono potesse per distrazione sciogliere il suo sangue anche davanti all’odiato condottiero, l’episcopato aveva impedito l’incontro. Non potè invece negarlo due mesi dopo a Vittorio Emanuele II. Per ben cinque volte il sovrano piemontese, genuflesso, baciò le ampolle. Invano. Uno smacco che segnò l’inizio delle reciproche diffidenze e incomprensioni tra i Savoia e lo Stato pontificio.
Nella stagione della “belle époque” lo spiritismo a Napoli era divenuto una moda. E anche un lucroso affare. La maga pugliese Eusapia Palladino, naturalizzata partenopea, si esibiva come medium in sedute con cui si era guadagnata una fama internazionale. La passione per il medianismo era il sintomo delle inquietudini di una società che, parzialmente secolarizzata dal pensiero positivista, negava alla Chiesa cattolica il tradizionale ruolo di intermediazione con l’aldilà. Francesco Zingaropoli e Vincenzo Cavalli, i due occultisti più celebri di Napoli, negli anni Venti danno alle stampe una serie di opuscoli per dimostrare che san Gennaro era un fachiro e uno stregone. I loro più agguerriti avversari erano il sacerdote Giovanni Battista Alfano e il medico Antonio Amitrano, esponenti di spicco dell’apologetica ianuariana e autori di un’opera monumentale, “Il miracolo di San Gennaro”: “una vera enciclopedia sull’argomento”, come nella prefazione la presentò Agostino Gemelli. La posizione dei “miracolisti” sembrava ormai inaccattabile.
Sarà messa nuovamente in discussione il 10 ottobre 1991, quando la prestigiosa rivista “Nature” ospita una lettera di tre illustri scienziati: “Noi proponiamo che la tissotropia possa fornire una spiegazione [del miracolo]. Tissotropia denota la proprietà di alcuni gel di liquefare quando mescolati o sottoposti a vibrazioni, e di solidificare di nuovo quando lasciati stare. Lo sbattimento o spesso leggere perturbazioni meccaniche rendono così una sostanza tissotropica più fluida, fino a farla cambiare da uno stato solido a uno sato liquido”.
I tre firmatari della lettera erano il chimico Luigi Garlaschelli, il neurologo Sergio Della Sala e il fisico Franco Ramaccini. Si riapriva così un dibattito secolare, destinato a trascinarsi fino ai nostri giorni. In realtà, già durante l’episcopato di Corrado Ursi (1966-1987), in ossequio alla più sobria devozione auspicata dal Concilio Vaticano II, l’uso del termine “prodigio” si era affermato su quello di “miracolo”. Non si trattava di una semplice sottigliezza lessicale, ma di una piccola rivoluzione copernicana. La nuova definizione, infatti, esprimeva la meraviglia e finanche la commozione di fronte a un fatto le cui cause restavano ignote, e in questo senso non si esponeva alle critiche degli scettici. Per altro verso, esaltava il significato spirituale di un evento che restava centrale nel sentire religioso dei fedeli.
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