
Nel 2020 la Cassazione, richiamandosi alla giurisprudenza costituzionale relativa alla libertà di culto, ha stabilito che “deve essere garantita la pari libertà di ciascuna persona che si riconosca in una fede, quale che sia la confessione di appartenenza, e anche se si tratta di un credo ateo o agnostico, di professarla liberamente”. Secondo una successiva indagine della Doxa, l’Italia è divisa quasi perfettamente in tre: cattolici praticanti, cattolici non praticanti, altri. Atei e agnostici, da soli, sono quasi la metà degli “altri”.
Ora, se il termine “agnosticismo” viene coniato nel 1869 dal biologo britannico Thomas Henry Huxley per denotare la sospensione del giudizio sull’esistenza di Dio, è intorno alla metà del Cinquecento che il termine “ateismo” – nella sua accezione generale di negazione dell’esistenza di Dio – comincia a circolare in Europa, in latino e nelle lingue volgari.
Allora, tuttavia, i vertici della Chiesa mostrarono una singolare tolleranza nei confronti di alcuni atei illustri del mondo dell’arte e della cultura (v. Georges Minois, Storia dell’ateismo, Editori Riuniti, 2000). Protetti dalle gerarchie ecclesiastiche, avevano libero accesso alle residenze vescovili, cardinalizie e vaticane; al contrario degli eretici che, da Pietro Valdo in poi, venivano inesorabilmente destinati alla tortura e al rogo. Pietro Aretino, ad esempio, non era certo in odore di santità. La sua poesia erotica e i suoi continui attacchi al clero passavano inosservati grazie a influenti protezioni di re e papi. Poteva perciò concedersi affermazioni estremamente audaci su Cristo e sull’immortalità dell’anima.
Lo stesso vale per le opere teatrali di Machiavelli. Nella Mandragola, apprezzata persino da Leone X, viene ridicolizzato l’inferno e si incita all’aborto. Il segretario fiorentino è ancora più diretto nel poemetto, rimasto incompiuto, L’Asino. È la rappresentazione cruda e impietosa di un mondo in cui gli animali sono più forti, più dotati e più felici degli uomini, tormentati invece dagli affanni quotidiani, dalla paura della morte, dalla sete di ricchezza. Restava una sola scelta: godersi la vita senza stare troppo a riflettere.
Diversamente da Aretino e Machiavelli, Gerolamo Cardano, matematico geniale e inventore prolifico (a lui si deve la serratura a combinazione e il giunto usato nelle nostre autovetture), fu perseguitato dall’Inquisizione. È allora che le autorità cattoliche e calviniste cominciano a stabilire un rapporto causale tra sodomia e ateismo. L’elenco dei sospettati del vizio contro natura e sottoposti a interrogatori brutali è lungo. Includeva, tra gli altri, Michele Serveto e Giordano Bruno. La tesi degli inquisitori era perentoria: la depravazione morale di chi rifiuta la verità di Dio è scontata, poiché toglie ogni freno agli abusi sessuali.
Il secolo di Martin Lutero e del Concilio di Trento è contraddistinto, più che da un ateismo dottrinario e speculativo, da un ateismo “pratico”, cioè di colui che agisce e si comporta etsi deus non daretur. Un ateismo pratico diffuso negli ambienti più disparati. Il re di Francia Enrico III ostentava una religiosità profonda, ma non ostacolava i costumi licenziosi dei suoi cortigiani. Gli italiani, venuti in gran numero al seguito di Caterina de’ Medici, sono presto accusati di essere responsabili della dissolutezza dominante a corte. Dal canto suo, la borghesia finanziaria e mercantile, interessata solo agli affari e ad accumulare ricchezze, sembrava curarsi molto poco del Padreterno. La stessa influente corporazione dei medici entrò nel mirino dei puritani perché poneva uno zelo eccessivo nello studio del corpo, trascurando così le malattie dell’anima.
Non c’era paese europeo, da ultimo, che non fosse zeppo di scrocconi, ladri, banditi, furfanti, prostitute, irregolari di ogni genere. Non erano necessariamente atei, ma la loro condotta era certo poco compatibile con i comandamenti divini. Gli storici hanno prestato raramente attenzione a questi atei “a loro insaputa”, appartenenti agli strati più infimi della società. Lo confermano testimonianze provenienti da tutte le città europee: lo sterminato proletariato urbano non credeva nell’aldilà e non aveva alcuna idea della resurrezione di Gesù. Ciononostante, era immerso in una realtà fatta di croci, cimiteri, calvari, campane, chiese, cappelle, processioni, monasteri, chierici, feste comandate. Una realtà talora ossequiata esteriormente dai ceti più umili, ma impermeabile a una superstizione che affondava le sue radici nel Medioevo.
Stesso discorso si può fare per i soldati e i mercenari che attraversavano ogni contrada europea. La loro reputazione era pessima. Quando il 6 maggio del 1527 i lanzichenecchi al soldo del cattolico re di Spagna Carlo V entrano a Roma, si abbandonano a inenarrabili violenze, stupri, massacri di civili e di preti inermi. Si accaniscono contro le opere d’arte, sfigurano dipinti, decapitano sculture, rubano l’oro e l’argento conservato nelle chiese e nei palazzi patrizi. Iconoclasti per indole, erano avidi di ogni oggetto che capitava a tiro e smaniosi di sfogare i loro istinti più bassi.
Classificarli come protestanti non sarebbe però esatto. Le milizie mercenarie erano costituite dalla feccia delle società, ossia da individui privi di ogni senso morale e di istruzione religiosa. La maggior parte ignorava di essere luterana, e nemmeno sapeva chi fosse Lutero. Non basta. Era assai difficile disfarsene. Un improvviso periodo di pace dopo decenni di guerre avrebbe causato problemi enormi di ordine pubblico e di sicurezza nei territori in cui erano stanziate le milizie mercenarie, o costi insopportabili per quei principi e sovrani costretti ad aumentare la pressione fiscale per pagare eserciti inattivi.
Paradossalmente, la guerra era meno cara della pace, perché gli eserciti in parte venivano compensati con il bottino delle rapine e dei saccheggi. Una volta formate, le milizie non si potevano sciogliere senza gravi ripercussioni sulla stabilità delle monarchie. Anche per questo motivo le corti diventano luoghi di intrighi e di complotti spietati per la conservazione o la conquista del potere, che più tardi saranno messi in scena da Shakespeare.
Le proteste delle popolazioni, i dipinti di Bruegel, i disegni di Dürer, non lasciano dubbi sulle gesta efferate degli eserciti dei Valois e degli Asburgo. Le stesse frequenti ordinanze reali volte a reprimere gli atti più sconci dei militari (come la defecazione nelle acquasantiere) si rivelano del tutto inefficaci. Le armate somigliano sempre più a bande di malfattori e di miscredenti. Il fenomeno assumerà dimensioni ancora più rilevanti all’inizio del Seicento, con l’impiego massiccio di truppe mercenarie nella guerra dei Trent’anni.
Truppe a cui comunque occorreva garantire il soldo pattuito pena sedizioni cruente, in quanto non sempre era sufficiente il ricavato delle razzie nei villaggi e nei campi coltivati dei contadini. Le gloriose armate di Wallenstein e di Condé, dunque, erano composte dalla futura popolazione penitenziaria, quella dei bagni penali, delle galere, degli ospizi, che ora si aggirava per le campagne. È stato questo il conto saldato per ottenere precarie tregue sociali.
L’ateismo cinquecentesco, dunque, si presenta in innumerevoli forme e lambisce tutti gli ambienti sociali. C’è chi per questo ha proposto, come Minois, di chiamarlo il “secolo degli increduli”, raggruppando con questa espressione tutti coloro che non riconoscono l’esistenza di un dio personale e che si cura del mondo. Non solo atei, quindi, ma agnostici, panteisti, scettici, indifferenti e anche deisti, considerate le infinite sfumature che caratterizzano tali posizioni. Ma si trattava spesso di un’incredulità manifestata con discrezione anche in privato, che solo pochi spiriti coraggiosi esibivano alla luce del sole. Malgrado ciò, i teologi non di rado venivano spiazzati dalle domande di questa specie di franchi tiratori del libero pensiero sulle grandi questioni della grazia, del libero arbitrio, dell’eucarestia, della predestinazione, del potere papale.
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