


Il caso Ilva resta uno dei grandi cortocircuiti italiani tra giustizia, politica, industria e opinione pubblica: una vicenda in cui la ricerca dei colpevoli ha finito per accompagnare la morte dello stabilimento, senza restituire a Taranto né salute, né lavoro, né verità definitiva.
L’affaire Ilva è un classico caso in cui una verità storica imposta a furor di popolo precorre la verità giudiziaria e, se è possibile, la determina, ovvero, se non riesce a determinarla, la surroga per acquisire un titolo pubblico di indiscutibilità.
Il sabba giudiziario che ha distrutto la siderurgia italiana è lontanissimo da qualunque definizione processuale. Le condanne di primo grado sono state annullate dalla Corte d’assise d’appello di Lecce, che ha trasferito il processo a Potenza (trasferimento poi confermato dalla Cassazione), perché i giudici onorari costituitisi parte civile erano in servizio nel periodo tra il 1995 e il 2012, cioè nel periodo in cui si sarebbero consumati i reati contestati.
Un’obiezione, oggettivamente insuperabile, che i difensori degli imputati avevano già sollevato molti anni prima, ma che era stata rigettata per radicare a Taranto il processo, che avrebbe dovuto rappresentarne la catarsi civile, politica ed economica.
Già le date raccontano tutto. Il caso ambientale di Ilva diventa per gli inquirenti un caso giudiziario nel momento in cui Ilva passa dalla mano pubblica alla mano privata della famiglia Riva. Le indagini di “Ambiente svenduto” partono dal 1995.
E di lì parte una valanga di equivoci, di sospetti e di aborti normativi – la vicenda del cosiddetto scudo penale tra il Conte 1 e il Conte 2 – che ha prodotto una catena ininterrotta di commissariamenti e amministrazioni straordinarie, una grottesca privatizzazione à rebours con ArcelorMittal e prestiti ponte, garanzie e aumenti di capitale per più di tre miliardi di euro.
Il tutto per tenere in vita uno stabilimento proprio mentre lo si faceva morire e se ne celebrava la morte come condizione necessaria per la rinascita pulita della città di Taranto.
Senza volere minimamente ripercorrere tutte le tappe di una vicenda che in quattordici anni ha lasciato Taranto senza fabbrica, senza lavoro e senza salute – la crisi industriale ha bloccato anche le attività di bonifica ambientale – e per cui rimandiamo volentieri agli articoli scritti sul tema da Annarita Di Giorgio, vale la pena di riflettere sul cortocircuito politico-mediatico-giudiziario innescatosi a seguito della recente decisione della Corte d’assise del Tribunale di Potenza.
La Corte ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione nei confronti di Nichi Vendola e di altri quattordici imputati.
Rimangono in piedi i reati più gravi, quelli che riguardano la salute pubblica e i danni ambientali, a carico degli imputati più simbolici, a partire dai presunti inquinatori che dal 2012 la vulgata addita alla riprovazione popolare.
Ma sono caduti la gran parte dei reati, come nel caso di Vendola, che nella ricostruzione accusatoria erano stati considerati funzionali alla condotta criminale contestata ad azionisti e dirigenti dell’Ilva privatizzata.
In questo quadro, la verità storica e quella giudiziaria potrebbero almeno parzialmente ricongiungersi se, ripartendo da capo dopo tre lustri, alla fine dal processo a Potenza sortisse qualche colpevole da consegnare alla storia, sperando sempre che, in caso di pronuncia di condanna, l’allineamento delle prove della colpevolezza degli imputati non sia guidato dall’insormontabile pressione delle aspettative pubbliche.
Rimane però l’impressione che il sabba giudiziario celebrato fino a oggi sull’Ilva nella ricerca dei colpevoli della malattia e della morte dei tarantini sia stato la causa principale della morte dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, senza neppure avere ripristinato l’originaria (originaria quando?) salubrità dell’ambiente svenduto.
Intanto la reazione di Vendola all’uscita dall’inchiesta per prescrizione, più che suscitare la solidarietà per una persona che ha certamente sofferto le molestie della giustizia sine die, giustifica il sospetto che, come tanti autoproclamati servitori della virtù, anche egli ritenga di non avere esercitato un diritto che spetta a tutti, ma di avere meritato un riconoscimento che spetta a lui, perché il suo caso è diverso dagli altri, anzi perché lui non è come gli altri.
Essendo esponente di un partito che usa le prescrizioni, in quanto non rifiutate, come ragione di ulteriore incolpazione e sospetto, suona strano che oggi si presenti come la vittima di “un capolavoro di ingiustizia” e della “vendetta di qualche centro di potere”, giudichi la prescrizione un insufficiente risarcimento per i torti subiti e non dica una parola per tutti i suoi compagni di sventura, che il suo stesso partito continua d’ufficio a iscrivere, in quanto prescritti, dal lato dei cattivi di questa e di molte altre storie giudiziarie.
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