


Chi si aspettava un nobile richiamo all’unità ha dovuto ricredersi, chi si aspettava l’epoca dell’isolazionismo americano ha dovuto ricredersi due volte. Nel suo discorso più duro di sempre, amplificato dal luogo e dalla solennità dell’evento, il neopresidente Trump traccia una traiettoria molto diversa da quella della sua precedente elezione.
Per anni Trump è stato definito un isolazionista, un presidente che rappresentava la voglia degli americani di disimpegnarsi dal mondo, di guardarsi l’ombelico in casa propria noncuranti di ciò che accadeva fuori dai propri confini. Da tale aspirazione è nata una narrazione giornalistico-letteraria sul presidente che metteva fine al “sogno americano”, che al desiderio di grandezza degli Stati Uniti e allo slancio ecumenico avrebbe anteposto il proprio benessere interno, riducendosi ad una specie di grande Svizzera (il libro “Trump e la fine dell’american dream” di Sergio Romano è solo uno dei tanti esempi). Il discorso di insediamento del 2017, effettivamente, rispecchiava appieno questa visione, la chiamata all’azione dei “dimenticati di questo paese” era un richiamo di rivolta contro le élite interne.
Ieri la narrazione si è ribaltata. Pur segnato da una verve nazionalistica ancora superiore al precedente insediamento, il discorso di Trump porta il concetto di “sogno americano” alla sua massima potenza. Non più un discorso “da dentro per dentro”, ma “da dentro per fuori”. La ricerca della potenza interna (con tutti i temi cruciali, dall’economia all’immigrazione, allo sfruttamento delle risorse naturali) come spinta per una nuova età dell’oro, concetto pronunciato all’inizio e alla fine del discorso. Poi, l’imposizione della forza americana sul resto del mondo (fondamentale il passaggio su Panama), fino alla conquista dello spazio e l’annuncio di voler “piantare la bandiera a stelle e strisce su Marte”.
La retorica patriottica americana ci ha abituati alle manìe di onnipotenza, ai proclami magniloquenti sull’umanità e la salvezza del mondo, e da questo punto di vista anche Biden non scherzava, sebbene sottovalutato e affaticato negli ultimi anni, dimostrava nei momenti cruciali una capacità oratoria ammirevole. Ma Trump, questa volta, ha superato ogni record. In un discorso degno d’altri tempi si è riallacciato al mito della frontiera, ai cowboy e agli esploratori, alle avventure dei coraggiosi che hanno conquistato il continente: “Gli americani hanno attraversato migliaia di miglia di territorio aspro e selvaggio. Hanno oltrepassato deserti, scalato montagne, affrontato pericoli indescrivibili, conquistato il Far West, posto fine alla schiavitù, salvato milioni di persone dalla tirannia, sollevato miliardi di persone dalla povertà, sfruttato l’elettricità, scisso l’atomo, lanciato l’umanità verso i cieli e racchiuso l’intero universo della conoscenza umana nel palmo di una mano.”
Un discorso imperiale dove il fervore nel decantare l’onnipotenza americana è stato usato come un piccone per demolire in quattro e quattr’otto tutti i totem progressisti: dal gender alla social justice, dal green deal all’immigrazione. Gli sguardi attoniti dei Biden, dei Clinton, di Obama e Kamala Harris mentre il neopresidente annunciava di ribattezzare sul serio il Golfo del Messico “Golfo d’America” valevano più di mille parole nell’ammissione che sì, è tutto vero, e forse “qualche colpa ce l’abbiamo pure noi”. Forse il successo di questo personaggio incredibile, dalla capacità politica formidabile, smisurato e megalomane, a tratti grottesco, è anche il risultato di un filone culturale che ha fatto del senso di colpa e delle naturali debolezze dell’America una virtù (con i più nobili intenti), ma non ha fatto i conti con gli istinti della sua stessa popolazione, che di “chiedere scusa al mondo” a proprie spese non gli ne può fregar di meno.
Il richiamo alla forza militare “ricostruiremo di nuovo l’esercito più forte che il mondo abbia mai visto”, l’anelito a fermare le guerre “questo è ciò che voglio essere: un pacificatore e un unificatore” dimostra la volontà di essere nel mondo più di prima. Chissà quale sarà il risultato di questi proclami, quali le azioni concrete, quali le conseguenze. Certamente, soprattutto nelle prime settimane, le azioni dimostrative saranno più forti della sostanza, e c’è da aspettarsi che i media di tutto il mondo si tufferanno nella spettacolarità della seconda amministrazione Trump, che promette la lotta ad un establishment che, in concreto, è molto più dalla sua parte rispetto ad 8 anni fa.
Qualsiasi saranno le analisi giornalistiche ed i racconti dei media, è però doveroso ricordare sempre che Trump non è un meteorite né incidente della storia, ma il frutto di una società che lo ha eletto (convintamente o turandosi il naso), e al di là dei messaggi epocali a parole, sarà come tutte le figure politiche in balìa del desiderio di continuo cambiamento, dell’inarrestabile istinto a rinnovare sé stessi che costituisce la vera peculiarità della società americana.
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