

Quando Alex Karp, CEO di Palantir, parla di un “ritorno alle origini” della Silicon Valley, non indulge in nostalgia. Sta indicando una traiettoria precisa: quella di un capitalismo tecnologico che nasce, cresce e si afferma in stretta connessione con lo Stato.
Non come sua appendice burocratica, ma quale mezzo per liberare il suo effetto acceleratore. È una visione che rompe con l’immagine, oggi dominante e oggettivamente distorta, della Silicon Valley come ecosistema libertario, anarchico e orientato esclusivamente al mercato.
Karp sa bene che Arpanet, il padre nobile di Internet, venne cesellato “all’ombra delle armi nucleari”, per riprendere una fortunata espressione di Johnny Ryan.
Come non ha mancato di rilevare Margaret O’Mara, nella sua storia della Silicon Valley, l’industria dei chip, prima, e quella dei personal computer e di Internet poi hanno visto come attore irrinunciabile e come motore finanziario il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti.
Il fatto che negli scorsi decenni lo stesso Dipartimento della Difesa si sia riaffacciato tra le soleggiate vallate della California, per lo sviluppo di Maven Smart System, sistema integrato di difesa basato su machine learning e large language models (LLM), è stato un ritorno a casa per la stessa sfera pubblica.
Eppure questa presenza è stata accolta con diffidenza, generando tumulti e proteste, fino a cagionare quella sorta di primo vento di cyber-sindacalismo interno a Google, allora coinvolta nel progetto. Una mobilitazione tale da spingere l’azienda a fare un passo indietro, lasciando poi campo libero a Palantir che ne ha raccolto il testimone caduto a terra.
Questa apparente divaricazione tra due modi antitetici di concepire il ruolo d’impresa, l’innovazione tecnologica e la scaturigine stessa della Silicon Valley è tanto risalente quanto attualissima.
Dal primo punto di vista, si pensi alla figura di Robert Noyce, uno dei fondatori di Intel. Quando il suo ritratto venne composto e pubblicato sulle pagine di Esquire, nel 1983, dalla penna di Tom Wolfe, apparve stagliarsi davanti agli occhi dei lettori la figura di un imprenditore proveniente dall’America profonda.
Noyce rappresentava quell’anello di congiunzione tra due mondi in apparenza antitetici e che sembravano destinati a odiarsi tra loro. Due mondi che invece troveranno, secondo il nuovo tech, una profonda connessione proprio nella riscoperta dell’interesse nazionale e nella funzione tecnologica per rivitalizzare aree socialmente ed economicamente depresse.
La lezione di Noyce è giunta fino a noi. Si pensi in questo caso al volume di Kevin Scott, Il nuovo sogno americano, non casualmente con prefazione di J.D. Vance: Scott è CTO di Microsoft, proviene dalla Virginia e vede nell’intelligenza artificiale un elemento capace di rinfrancare quei distretti rimasti indietro nella corsa sociale.
Dall’altro punto di vista, le recenti vicende che vedono contrapporsi l’Anthropic di Dario Amodei all’amministrazione Trump in tema di utilizzo militare dei LLM riproducono plasticamente un copione già visto con Maven Smart System. Al “pacifismo” di Anthropic si contrappone il realismo a geometria variabile di Palantir.
Palantir rappresenta forse il caso più emblematico, e coerente, del suddetto ritorno alle origini. Fin dalla sua nascita, l’azienda ha costruito tecnologie avanzate per l’aggregazione e l’analisi dei dati non semplicemente per ottimizzare la pubblicità online di una determinata azienda o i consumi di un certo prodotto o servizio, ma per rispondere a bisogni strategici di governi e apparati pubblici: sicurezza, intelligence, difesa, sanità, amministrazione.
In questo senso, Palantir incarna una forma di political entrepreneurship: una imprenditorialità che nasce per operare dentro, contro e oltre le istituzioni pubbliche tradizionali.
Quando Peter Thiel ha ricordato, in varie interviste, il senso della nascita della società originariamente con sede a Palo Alto, e poi trasferitasi a Denver e proprio in queste settimane rilocatasi in Florida, ha rammentato come dopo la tragedia dell’11 settembre sul palcoscenico del mondo si fossero affacciate due minacce: da un lato quella di un terrorismo jihadista il cui spettro nullificante appariva mettere in crisi i dispositivi di difesa, storicamente tarati sull’idea che l’attaccante sia comunque interessato alla propria autoconservazione; dall’altro quella della reazione spaventata degli apparati statali, invasiva e profondamente lesiva della dignità e della privacy individuale.
Proprio per questo Palantir nasce, si sviluppa e modula i propri servizi di piattaforme integrate per cercare di rispondere a quei grandi quesiti sulla violenza latente nella condizione umana che si sono posti, tra i molti, Baudrillard, Girard, Adorno e, sulla scia di questi, lo stesso Karp nella sua tesi di dottorato.
Un nemico che non considera la propria esistenza come un valore assoluto è un nemico che si situa al di là della linea di comprensibilità razionale desumibile da analisti umani: una minaccia che deve essere vagliata e anticipata attraverso potenza computazionale particolarmente raffinata.
Del pari, strumenti di contrasto a queste radicali minacce, innovative ed esorbitanti dai canoni consolidati, devono essere bilanciati con modalità che contemperino e tutelino anche la dignità e la privacy dell’individuo.
È proprio in questa tensione tra accelerazione tecnologica e tutela dell’ordine politico che si apre la questione decisiva: cosa accade allo Stato quando l’imprenditore non si limita più a servirlo, ma inizia a ridisegnarne l’architettura operativa?

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