

Nella crisi iraniana, due rifiuti europei alla richiesta americana di cooperazione militare hanno attirato l’attenzione del dibattito pubblico: quello del Regno Unito e quello della Spagna.
Ma la reazione dell’opinione pubblica e di una parte consistente del commentariato europeo non è stata simmetrica.
Il rifiuto britannico è passato quasi sotto silenzio, mentre quello annunciato da Pedro Sánchez è stato amplificato, celebrato e trasformato in un gesto di presunta coerenza morale.
In molti ambienti della sinistra europea, il premier spagnolo è stato dipinto come il leader che ha avuto il coraggio di opporsi alla linea americana, rafforzando l’immagine costruita negli ultimi mesi attorno alla sua figura: quella dell’“eroe di Gaza”, del nuovo volto di una sinistra continentale alla ricerca disperata di simboli e leadership.
Eppure la realtà è più complessa. Non è corretto dire che Sánchez e Starmer siano stati gli unici a rifiutare un coinvolgimento militare.
Ma è evidente che il “no” spagnolo ha finito per oscurare quello britannico, monopolizzando l’attenzione mediatica e politica.
Questo squilibrio narrativo non è casuale. Riflette un problema più profondo: la tendenza a valutare le scelte di politica estera non in base al peso geopolitico degli Stati, ma in base alla loro utilità simbolica all’interno delle battaglie ideologiche europee.
È così che due decisioni formalmente simili vengono percepite in modo opposto: una ignorata, l’altra esaltata come gesto di coraggio politico.
Il peso strategico della scelta britannica
Il rifiuto di Keir Starmer di partecipare direttamente alle operazioni militari contro l’Iran non può essere letto come un gesto simbolico.
Il Regno Unito rimane uno dei pilastri dell’architettura di sicurezza occidentale e il partner europeo più integrato con gli Stati Uniti sul piano militare e di intelligence.
La cosiddetta “special relationship” tra Londra e Washington non è un semplice slogan diplomatico, ma una struttura operativa che si manifesta nella cooperazione tra apparati militari, nei programmi nucleari condivisi e nell’integrazione dei sistemi di intelligence.
Storicamente, quando gli Stati Uniti hanno intrapreso operazioni militari di grande portata – dall’Iraq all’Afghanistan – il Regno Unito è stato quasi sempre il primo alleato a unirsi alla coalizione.
Proprio per questo, la decisione di Starmer assume un significato geopolitico concreto.
Londra non è una potenza simbolica: è uno Stato dotato di capacità nucleare, proiezione navale globale e forze armate di primo livello. Il suo coinvolgimento o la sua assenza modificano realmente l’architettura operativa di qualsiasi coalizione militare occidentale.
Inoltre, il Regno Unito è oggi uno dei principali sostenitori militari dell’Ucraina nel confronto con la Russia. La sua posizione influenza quindi l’intero sistema di sicurezza euro-atlantico.
Il rifiuto britannico di intervenire in Iran può essere letto come una scelta di priorità strategica: evitare di aprire un nuovo fronte mentre l’Europa è già impegnata nel contenimento dell’espansionismo russo.
In altre parole, il “no” di Starmer è una decisione calcolata all’interno di una visione complessiva dell’equilibrio internazionale.
È una scelta che riflette il peso geopolitico di Londra e la responsabilità che deriva da quel peso.
La postura di Sánchez: politica interna e retorica internazionale
La posizione di Pedro Sánchez appartiene invece a un contesto radicalmente diverso.
La Spagna è certamente un membro importante della NATO e dell’Unione Europea, ma non rappresenta un attore militare centrale nelle dinamiche strategiche del Medio Oriente.
Per questo motivo, il rifiuto di Madrid di collaborare militarmente con Washington non produce effetti significativi sull’equilibrio operativo della crisi.
La scelta del governo spagnolo si colloca piuttosto nel campo della comunicazione politica e del posizionamento ideologico, dove Sánchez ha costruito negli ultimi anni una forte visibilità internazionale.
Questa esposizione esterna coincide con un momento di difficoltà sul piano domestico.
Il governo socialista è stato colpito da sconfitte elettorali a livello regionale e municipale, mentre diverse vicende giudiziarie e polemiche politiche hanno coinvolto figure vicine all’esecutivo e la stessa famiglia del premier.
In questo contesto, la proiezione internazionale del leader spagnolo – soprattutto su temi altamente simbolici come Gaza o l’Iran – appare sempre più come uno strumento di consolidamento politico interno.
La strategia comunicativa di Sánchez ha trovato un’eco significativa all’interno della sinistra europea.
Il premier spagnolo è stato spesso presentato come un nuovo punto di riferimento del campo progressista continentale, tanto che leader come la segretaria del Partito Democratico italiano Elly Schlein hanno pubblicamente elogiato la sua fermezza nei confronti degli Stati Uniti.
Tuttavia, proprio su uno dei temi più utilizzati dal governo spagnolo – il rapporto con Israele – emergono evidenti contraddizioni.
Nonostante le dichiarazioni politiche molto dure contro Tel Aviv, diversi esponenti istituzionali spagnoli hanno ricordato che le relazioni economiche e commerciali tra Spagna e Israele non sono mai state completamente interrotte.
Questo scarto tra retorica e prassi alimenta l’impressione che la politica estera di Madrid su questi dossier sia guidata più da esigenze comunicative che da una reale strategia geopolitica.
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Il paradosso della legalità e l’ipocrisia europea
Il punto più controverso della posizione della sinistra europea riguarda però l’uso del diritto internazionale come argomento politico contro l’intervento americano in Iran.
In teoria, il richiamo alla legalità internazionale dovrebbe rappresentare un principio universale.
In pratica, nel dibattito politico europeo viene spesso applicato in modo selettivo.
È qui che emerge quello che molti analisti definiscono il “paradosso della legalità”.
Quando uno Stato viola sistematicamente i pilastri dell’ordine internazionale – finanziando organizzazioni terroristiche, sostenendo milizie armate in più Paesi e minacciando apertamente l’esistenza di un altro Stato membro delle Nazioni Unite – l’uso della forza per neutralizzare quella minaccia può essere interpretato non come una violazione del diritto internazionale, ma come un tentativo di ripristinare la sicurezza del sistema internazionale.
L’Iran rientra pienamente in questa categoria.
Per decenni la Repubblica islamica ha costruito una rete regionale di milizie armate, ha sostenuto organizzazioni come Hezbollah e Hamas e ha sviluppato programmi nucleari in violazione degli accordi di non proliferazione.
Di fronte a questo quadro, limitarsi a invocare genericamente il diritto internazionale senza considerare la natura del regime iraniano significa ignorare il contesto reale in cui quel diritto dovrebbe operare.
Questa selettività emerge ancora più chiaramente se si osserva il comportamento di una parte della sinistra europea rispetto alla guerra in Ucraina.
Mentre il diritto internazionale viene evocato con forza per criticare le operazioni occidentali in Medio Oriente, la violazione palese della sovranità ucraina da parte della Russia riceve spesso un’attenzione politica molto più ambigua o intermittente.
Il risultato è una forma di moralismo geopolitico selettivo, in cui il diritto internazionale diventa uno strumento retorico più che un principio coerente di analisi politica.
Due “no” che non significano la stessa cosa
Comprendere il peso geopolitico dei due Stati aiuta a restituire proporzioni reali a questa vicenda.
Il Regno Unito è una potenza militare di primo piano, uno dei principali partner strategici degli Stati Uniti e un attore centrale dell’architettura di sicurezza euro-atlantica.
La sua posizione ha conseguenze concrete sugli equilibri delle coalizioni militari e sulle dinamiche dell’alleanza occidentale.
La Spagna, pur essendo un membro importante della NATO e dell’Unione Europea, non svolge lo stesso ruolo nelle crisi mediorientali e non determina l’architettura operativa delle operazioni militari internazionali.
Proprio questa differenza spiega perché la narrazione politica che ha trasformato Sánchez in un simbolo di resistenza morale sia, in realtà, profondamente distorta.
Quando la politica internazionale viene ridotta a teatro ideologico, il rischio è che tragedie reali – guerre, repressioni, crisi regionali – diventino semplicemente strumenti di comunicazione.
In questo senso, la vicenda rivela qualcosa di più inquietante della semplice divergenza tra due governi europei: mostra come una parte della politica continentale utilizzi le tragedie internazionali come materiale per la propria agenda interna.
In altre parole, dietro certe posture morali non sempre si nasconde una visione strategica o un autentico impegno per la pace.
Talvolta si intravede qualcosa di molto più cinico: i morti trasformati in argomento politico, la sofferenza altrui piegata al proprio tornaconto interno.
Conoscere il peso reale degli Stati e delle loro decisioni è l’unico modo per evitare che la geopolitica venga sostituita dalla propaganda.

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Morale magari no, ma di un tipo di coerenza per la Spagna direi che si può parlare, ricordando come immediatamente dopo Atocha si è messa a 90° di fronte al terrorismo islamico. E sta continuando ad evitare con la massima cura qualunque cosa possa far innervosire i suddetti soggetti, in questo caso l’Iran. Fermi restando i problemi politici e personali ricordati nell’articolo.
Pare che Sánchez soffra della “sindrome del primo attore”, alimentando una visione della politica fatta di riflettori più che di trincee, in cui il palcoscenico globale finisce per contare molto più della coerenza domestica. Rappresenta l’ironia della politica moderna, quella dove certi ideali pacifisti diventano improvvisamente elastici non appena si apre uno spiraglio sullo scacchiere internazionale.
In fondo, la coerenza sembra avere oggi lo stesso tempo di dimezzamento di un tweet o di quella celebre repubblica catalana, consumandosi come un lampo di gloria, giusto il tempo di uno scatto fotografico, prima che il sipario cali di nuovo.
L’ambiguità e le decisioni imprevedibili di Trump possono in questo caso avere avuto un peso sulle prese di posizione di certi leader europei.
Gli alleati si consultano prima di un’operazione militare di quella portata, ma è ormai chiaro che per Trump non lo sono veramente come si è già visto in altri episodi.
Piuttosto li vede come dei sudditi, dove non possono partecipare a certe decisioni ma prendere atto della decisione sua di Trump e obbedire perché come ha già affermato più volte, la sicurezza e la difesa europee dipendono soprattutto dagli Usa.
Inoltre certi leader europei temono che scontrandosi direttamente con l’Iran e i suoi alleati regionali, incrementi di tentativi di atti di terrorismo possano verificarsi all’interno dei propri confini. Esistono poi già movimenti molto attivi e rumorosi vicini alle posizioni “rivoluzionarie” di certi gruppi mediorientali, che le istituzioni fanno fatica a contenere ed influenzano diversi partiti politici e i governi stessi in carica.