

Se non fu prevalentemente originato dalla volontà di perseguitare una minoranza etnica, e se anche lo scopo delle uccisioni nelle foibe non fosse stato “quello di terrorizzare la popolazione italiana per indurla a lasciare in massa le regioni di confine”, quell’effetto fu comunque ampiamente conseguito.
Se anche l’esodo non fosse stato “il prodotto di un’espulsione formale”, e se anche fosse rimasta per molti “la possibilità di optare, di scegliere legalmente l’espatrio”, se anche avessero avuto “molto tempo a disposizione per prepararsi”, poco cambierebbe rispetto alla tragicità complessiva della vicenda e alle responsabilità di chi scelse di operare in quel modo.
Gobetti ricorda anche che, “nel volgere di quasi quindici anni, sono circa 300.000 i profughi, 250.000 dei quali di nazionalità italiana. Dall’Istria se ne va almeno metà dei 400.000 abitanti presenti prima della guerra. Secondo i censimenti jugoslavi, si registra in questi anni una diminuzione dell’83% della popolazione italiana in Jugoslavia”.
Si chiede quindi perché un’intera comunità abbia deciso di andarsene e “di abbandonare le proprie case, un territorio col quale si identifica e che rimpiangerà per sempre”. Cosa li indusse “a lasciare tutto per intraprendere la strada dell’esilio? Come si è detto – risponde – il fenomeno non è strettamente correlato con le violenze subite alla fine della guerra o con una presunta volontà di espulsione da parte delle nuove autorità jugoslave”.
Secondo Gobetti, dunque, la consapevolezza delle sorti in cui erano incappati parenti, amici, conoscenti non incise poi molto sulla loro decisione di partire perché, evidentemente, è secondo lui poco probabile che una morte inflitta con quelle modalità possa indurre qualcuno ad andarsene prima che sia troppo tardi, visto che in fondo il buttare dei cadaveri nelle foibe era semplicemente un modo per non dover far fronte a problemi di sepoltura e risparmiare tempo.
A suo avviso, le cause di quanto avvenuto sarebbero in definitiva da ricondursi, più che alla crudeltà degli assassini titini, al “circolo vizioso innescato dall’imperialismo italiano e poi dal fascismo. Gli esuli sono le vittime ultime della politica aggressiva del regime, dei crimini di guerra commessi dall’esercito italiano e della sconfitta militare in una guerra che Mussolini aveva ottusamente contribuito a scatenare. L’Italia fascista e monarchica ha perso la guerra, ma a pagare sono stati soprattutto gli abitanti del confine orientale, molti dei quali si sono visti costretti ad abbandonare per sempre la propria terra”.
Le responsabilità di quelle morti ricadrebbero dunque sui fascisti sconfitti. Certo, questi avevano commesso durante la guerra dei crimini verso le popolazioni slave, come in effetti gli eserciti invasori sono spesso soliti compiere verso i popoli aggrediti, ed è comprensibile che a guerra finita in molte persone ancora serpeggiassero verso i loro ex aggressori l’odio e il rancore che in questi casi rimangono spesso vivi a lungo.
Ma qui si sta parlando non tanto degli effetti di questi stati d’animo, comprensibili e presenti in molte altre zone di confine, quanto delle specifiche, gratuite e crudeli modalità con cui tale odio e rancore presero forma. Proprio su questo tema Gobetti sembra stendere un velo omissivo, quando non riduzionista e distorsivo.
L’altro aspetto cruciale della vicenda su cui Gobetti si pronuncia con un pietoso silenzio è quello del silenzio che fece seguito a quelle stragi e a quell’esodo. Si tratta, anche in questo caso, di un’omissione sostanziale, avvolta da circostanziate memorie di vari aspetti e dinamiche atte a distogliere l’attenzione dalla questione centrale.
Circa l’accoglienza che molti esuli trovarono in Italia Gobetti si esprime così: “senza voler negare l’aspetto propriamente umanitario, la Chiesa e la Democrazia cristiana (che domina la politica istituzionale italiana nel dopoguerra) utilizzano anche in maniera propagandistica il dramma dei profughi provenienti da un paese comunista. Lo scenario è quello dell’inizio della Guerra Fredda, dell’acceso scontro politico fra blocchi ideologici contrapposti e delle prime, decisive, elezioni politiche in Italia. Non c’è da stupirsi quindi che si registrino anche fenomeni di rifiuto da parte di membri del Partito comunista”.
E così continua poco dopo: “in questo senso va interpretato, ad esempio, il famoso episodio della stazione di Bologna, dove, nel febbraio 1947, i ferrovieri comunisti inscenano una protesta all’arrivo di un treno carico di profughi dalla Jugoslavia”.
Secondo Gobetti “le condizioni incontrate dai nuovi profughi che arrivano negli anni Cinquanta sono dunque generalmente migliori, anche se resta la difficoltà di integrazione, e la fase iniziale di ricerca affannosa di casa e lavoro rimane problematica”.
Arrivare a considerare migliori le condizioni di vita dei profughi istriani e dalmati rispetto a quella della media degli italiani arricchisce il quadro fornito da Gobetti di un dettaglio significativo.
Le persone che avevano dovuto lasciare la loro casa e la loro terra dopo aver subito persecuzioni, spesso con qualche morto infoibato tra parenti o amici, malamente accolti e talora insultati, che devono ricostruire da zero o quasi la loro vita in un ambiente spesso ostile, avrebbero dunque avuto in Italia una vita migliore degli italiani già residenti che, fatte salve le conseguenze generali del conflitto, erano potuti rimanere nelle loro case, quando non bombardate, e nelle loro città.
In fin dei conti, precisa Gobetti, alla fine della guerra ci furono in tutto il continente europeo “epurazioni violente, processi sommari, massacri anche di civili ritenuti collaborazionisti dei nazisti”.
In Italia, poi, dove operano “bande partigiane molto meno numerose e organizzate di quelle jugoslave, e non tutte comuniste, il livello di violenza non è molto diverso. In Piemonte alla fine della guerra vengono uccisi più presunti fascisti che sul confine orientale: sono poco meno di 2000 solo nel Torinese. Episodi analoghi avvengono un po’ ovunque: in Veneto, Liguria, Lombardia. Senza contare il famoso ‘triangolo rosso’ in Emilia dove, in uno spazio anche più ristretto, il numero delle vittime è simile a quello del confine orientale […]”.
“La guerra, la sconfitta militare, il cambiamento dei confini sono le ragioni principali, il minimo comun denominatore alla base di tutti questi fenomeni. Gli avvenimenti del confine orientale non sono tra i più violenti o i più estesi a livello geografico e numerico. Inoltre, episodi analoghi accadono anche in altre zone d’Italia. La loro specificità sta essenzialmente, come si è visto, nella volontà di instaurare un nuovo regime di stampo comunista”.
E questo regime comunista fu in effetti instaurato in Jugoslavia anche attraverso le modalità qui descritte, menzionate in modo assai impreciso da Gobetti, che poi omette di soffermarsi su un altro effetto non marginale del prolungato oblio che accompagnò il destino degli infoibati e dei profughi.
Dopo aver ricordato che in Italia ne arrivarono migliaia anche da altri paesi e che non ricevettero la stessa attenzione di quelli istriani e dalmati, come se fosse così strano che ogni paese si occupi prima dei propri, sostiene che le responsabilità di tutto ciò che accade in una guerra o nell’immediato dopoguerra sono in primo luogo di chi quella guerra ha determinato.
Sebbene questo sia vero in linea generale, con l’avvertenza che secondo questa logica si potrebbe risalire di causa in causa a lungo a ritroso, ciò non toglie che vi possano essere concause più recenti e dirette. Motivo per cui non bisogna desistere dal cercare di spiegare bene il silenzio che fece seguito alla vicenda delle foibe.
A questo riguardo Gobetti ammette che per un certo periodo essa abbia fatto fatica a essere ricordata, e spiega perché: “sollevare la questione dei crimini commessi dai partigiani (anche se jugoslavi) avrebbe messo in crisi il quadro retorico che si andava costruendo sulla Resistenza. Si sarebbe finito per evidenziare il ruolo svolto dal PCI di Togliatti durante e dopo la guerra nell’appoggio politico alle rivendicazioni jugoslave sul confine”.
Per questo motivo, “sollevare la questione dei crimini commessi dai partigiani (anche se jugoslavi) avrebbe messo in crisi il quadro retorico che si andava costruendo sulla Resistenza. Si sarebbe finito per evidenziare il ruolo svolto dal PCI di Togliatti durante e dopo la guerra nell’appoggio politico alle rivendicazioni jugoslave sul confine” […].
Ben pochi – aggiunge poi – avevano interesse a ricordare pomposamente una vicenda complessa, con molti risvolti imbarazzanti, e che avrebbe sollevato questioni su cui si preferiva non ritornare.
Si tratta di un’analisi corretta, ma incompleta per quanto concerne il seguito, perché omette ancora di rilevare che per circa mezzo secolo dopo l’esodo sui libri di storia in uso nelle scuole italiane la vicenda non venne mai trattata se non in modo sporadico e frettoloso.
I testi scolastici iniziarono a parlarne solo dopo il crollo del muro di Berlino, privando per decenni milioni di studenti di una corretta informazione in proposito.
E non è che non ci fossero storici al corrente di come fossero andate le cose. Ma non lo fecero, mentre l’interesse di quegli studenti non era certo quello di ricordare “pomposamente”, ma semplicemente di poter ricordare, di poter essere informati per capire e valutare, di esercitare il loro diritto di conoscere la sorte in cui era incorsa una parte del popolo italiano e di analizzarne le ragioni.
Cosa che invece non fu possibile anche per il silenzio di intellettuali e politici.
L’esigenza di una ricorrenza civile dedicata fu finalmente avvertita da quasi tutti soprattutto per risarcire le vittime e i profughi di quel lungo oblio e per non correre il rischio di prolungarlo.
E non si tratta di un oblio tra molti altri equivalenti e di diverso segno, ma di uno peculiare e particolarmente profondo, almeno tra quelli concernenti il secondo dopoguerra, al contrario di quanto sostiene Gobetti, che si chiede “come reagirebbe l’Europa, specie i paesi che hanno sofferto l’occupazione nazista, se la Germania di oggi celebrasse solo le proprie vittime della fine della guerra e non i crimini commessi negli anni precedenti”.
Gobetti sembra porsi questa domanda come se in Italia non vi fosse stata memoria storica di quei crimini.
Ma la sacrosanta memoria storica di quei crimini c’è stata, attraverso innumerevoli pubblicazioni, saggi, film, dibattiti e tutto quanto poteva arricchirla di dettagli, chiarimenti e approfondimenti.
Quella che in Italia è invece completamente mancata per circa mezzo secolo è la memoria storica delle foibe, in buona parte per le ragioni da lui riportate.
Che vi siano poi anche delle strumentalizzazioni di quelle vicende, in un’epoca in cui è difficile trovare un’informazione, una notizia o un’analisi che non venga anche strumentalizzata da qualcuno, è probabilmente inevitabile.
Ma sostenere che il Giorno del ricordo sia stato istituito per renderlo uno strumento di propaganda di una parte politica è solo un modo per deviare l’attenzione da quelle che sono state le ragioni della rimozione delle circostanze storiche cui fa riferimento.
Queste ragioni, che lo stesso Gobetti almeno in parte prende in esame, sono essenzialmente due: il desiderio, da parte di una composita classe politica, di conservare buoni rapporti diplomatici con la Jugoslavia, in quanto paese non allineato e di fatto Stato cuscinetto tra l’Italia e il blocco sovietico; e la censura, per lo più comunista, che ha cercato prima d’impedirla e poi di rimuoverla.
Forse, invece di chiedersi cosa è successo a questo paese negli ultimi quindici anni, “cosa abbiamo sbagliato” a questo riguardo, Gobetti dovrebbe chiedersi cosa gli era successo nei precedenti quarantacinque.
Perché sminuire oggi, con omissioni e rinvii a pregresse responsabilità, che nella storia sono sempre attive, il significato e la portata di un ricordo finalmente ritrovato rischia di rivelarsi solo un modo per assecondare le ragioni e gli intenti che provocarono quel lungo oblio.
Un oblio dovuto anche alla complicità con quei crimini di molti che sapevano e non parlavano, alcuni dei quali erano poi anche gli autori dei testi di storia, a volte per altri aspetti eccellenti, che erano abitualmente in uso nelle nostre scuole.

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Anche i crimini nazisti, almeno dalla scuola, sono rimasti assenti piuttosto a lungo, anche se non altrettanto: la prima volta che ho sentito la parola Auschwitz è stato nel disco dell’Equipe 84, come lato B di Bang bang, nel ’66.
Il tema del nazismo a scuola è stato fino a una certa epoca fatto poco perché i professori con i programmi arrivavano a stento alla prima guerra mondiale, ma sui libri di testo c’era eccome e non c’è mai stata in merito alcuna censura ideologica, come c’è stata invece per oltre quarant’anni per le foibe. Scusa se ti ho risposto in ritardo ma non mi arrivano più gli avvisi dei commenti sulla posta e mi sa che devo cambiare email.
Forse gioca qualche ruolo quella manciata di anni che hai meno di me, ma io la seconda guerra mondiale alle medie l’ho fatta, e la Shoah non c’era.
La tragedia delle foibe e del conseguente esodo di quelle popolazioni assomiglia a quell’altra della regione di Konigsberg, oggi Kaliningrad, ex territorio tedesco dove i nuovi occupanti russi incentivarono l’esodo della popolazione tedesca locale attraverso vari metodi, anche l’intimidazione e la repressione.
L’Italia da Paese sconfitto preferì da parte democristiana, ignorare per decenni la questione e i crimini perché ricordava apertamente le responsabilità proprie come Paese attraverso il fascismo.
Da parte comunista chiaramente invece la tralasciarono per connivenza ideologica e politica con la Jugoslavia e il blocco comunista uscito vincitore dalla guerra.
Si, in pratica furono queste le ragioni. Poi da parte democristiana e governativa c’era anche l’esigenza di non disturbare l’orsetto non allineato jugoslavo, che al confine era in fondo sempre preferibile a qualche Stato del Patto di Varsavia.
Analisi corretta, l’Italia non ha mai voluto i conti con la propria storia, lasciando alla sua componente politca più ideologizzata di costruire la narrazione a lei più consono, dalla Liberazione del paese alle foibe appunto. Pochi, forse nessuno oggi per età anagrafica, rammenta quegli anni, dove nelle zone in cui operavano le formazioni partigiane comuniste è stata viva e fortemente sentita la voglia di continuare la battaglia armi in pugno e fare la rivoluzione, imbevuti come erano di ideologia comunista. Lo stesso fanatismo è stato riversato, e assorbito, su figli e nipoti, dove del paese in cui vivono poco importa se non comandarlo per via autoritaria, la loro. Se poi ci aggiungiamo l’armadio della vergogna e tutto quel che ci va dietro, le ferite della guerra civile, il tentativio di svolta “rivoluzionaria”, non sono mai state sanate.
Mi scuso per il ritardo con cui rispondo e concordo pienamente. La memoria del paese è stata a lungo affidata alla parte politica più ideologizzata, e temo che sostanzialmente lo sia ancora.