
Ieri, 10 febbraio 2026, si è celebrato il giorno del ricordo e alla trasmissione di Radio 3 “Fahrenheit, i libri e le idee”, è stata invitata e intervistata Greta Sclaunik, giornalista italiana di cognome slavo. La Sclaunik è, insieme a Egea Haffner, coautrice di un libro bello e doloroso, Le foibe spiegate ai ragazzi, (Piemme, 2025) nel quale vengono raccontate le storie di istriani, fiumani e dalmati che hanno sperimentato il dramma delle foibe prima e dell’esodo poi, ovvero di una vicenda che, come ha ricordato il Presidente Mattarella, è stata a lungo sottovalutata e disconosciuta.
Insieme a Greta Sclaunik, a Fahrenheit è stato invitato e intervistato anche Erik Gobetti. Laureatosi a Torino in storia dell’Europa orientale, e successivamente specializzatosi sotto la guida di Luciano Canfora, Gobetti è autore di un libro che ha ottenuto un notevole successo, E allora le foibe, (Laterza editore, 2021) ma che gli è valsa anche l’ingiusta critica di essere un negazionista dei crimini compiuti dai partigiani titini e dai comunisti jugoslavi.
Il libro di Gobetti è ricco di considerazioni interessanti e in parte condivisibili, anche se al prezzo di voler talora fronteggiare, seppur con dati indubbiamente utili alla ricostruzione della vicenda, delle tesi che l’autore individua come falsi obiettivi polemici. Nel perseguire quest’intento, pur essendo una buona fonte d’informazioni e di analisi su alcuni aspetti, risulta omissivo su almeno due questioni centrali: quella relativa alle modalità specifiche con cui vennero uccisi gli infoibati e il lungo oblio sulla loro sorte.
Ma procediamo con ordine. Gobetti ricorda giustamente che il regime fascista aveva imposto “l’uso obbligatorio della lingua italiana nei luoghi pubblici e persino nelle chiese (con il Concordato del 1929)”, che aveva italianizzato “forzatamente nomi, cognomi e toponimi”, ordinato “la chiusura delle scuole, delle associazioni e dei luoghi di ritrovo sloveni e croati.
Oltre alla minaccia portata alle identità nazionali, la politica fascista aveva anche comportato “un generale impoverimento della popolazione slava, esclusa dai posti di potere, da molti impieghi pubblici e svantaggiata in ogni contesto lavorativo.” Ma non ci fu solo questo: sull’isola di Arbe/Rab, per esempio, a poche miglia marine da Fiume, vennero “internate in totale, nell’arco di circa un anno, dall’estate del 1942 al settembre del 1943, 30.000 persone”, di cui almeno 1500, in gran parte donne e bambini, morirono per fame, inedia ed epidemie.
Certo, Gobetti ha ragione: il fascismo non si era comportato affatto bene, per usare un lauto eufemismo, verso le popolazioni slave che vivevano nei territori occupati durante il secondo conflitto mondiale, anche se forse, complessivamente, meglio dei tedeschi; ed è anche vero che noi, in Italia, ci siamo ricordati di quello che aveva fatto in quelle zone solo dopo esserci ricordati delle Foibe; ma in che misura questa sia una giustificazione per i crimini commessi successivamente, per lo più a guerra finita, dai partigiani titini su molti civili italiani che non si erano macchiati di alcun crimine, e soprattutto alla luce delle modalità specifiche in cui tali crimini avvennero, è una questione su cui le risposte di Gobetti risultano poco chiare e piuttosto evasive, oltreché tendenti a spostare l’attenzione su altri aspetti successivi e collaterali.
Quando infatti sostiene che l’equiparazione della tragedia delle foibe con l’Olocausto “è un topos che si sta affermando sempre più spesso nell’uso politico di questa vicenda”, può avere ragione, perché viene da alcuni usato anche in questo modo, ma non è questo l’aspetto centrale della questione.
Non è affatto necessario equiparare la vicenda delle foibe alla Shoah per ritenere che siano entrambe vicende ampiamente degne di essere ricordate. La Shoah naturalmente è stata un tragico crimine contro l’umanità di proporzioni di gran lunga maggiori, che ha coinvolto un numero di persone molto più grande, storicamente e geograficamente molto più esteso.
Il tipo di motivazioni che l’ha innescata, come l’odio razziale e l’antisemitismo, sono inoltre un fenomeno storico ancora più barbaro ed esecrabile delle motivazioni prevalentemente politiche che possono aver originato i crimini verso gli italiani e le altre vittime dei partigiani titini, ma questo non impedisce affatto che entrambi possano essere considerati dei crimini contro l’umanità, e se vi sono narrazioni strumentali in merito, come capita sempre a proposito di qualsiasi ricostruzione storica, questo non è una buona ragione per sminuire la gravità di quanto accaduto in alcun caso.
Il paragone con la Shoah pare infatti costituire, nel saggio di Gobetti, un fantasma polemico e retorico che solo in parte è giustificabile in base a una certa ricorrenza sui media e nell’opinione pubblica di un simile paragone. Questo fantasma gli consente di spostare l’attenzione su aspetti quantitativi, su numeri e percentuali, su sproporzioni abbastanza scontate e non sempre decisive per comprendere le caratteristiche salienti della vicenda.
“Fermo restando che ogni violenza gratuita è condannabile, – scrive Gobetti – da un punto di vista storico il paragone non ha alcun senso. Non tanto per l’ordine di grandezza dei due fenomeni, ma soprattutto per le motivazioni degli aggressori e per la tipologia delle vittime. Le uccisioni commesse sul confine orientale nell’autunno del 1943 e nella primavera del 1945 non possono essere in alcun modo considerate un tentativo di genocidio e le vittime non sono individuate in quanto appartenenti ad uno specifico popolo”.
Ma anche ammettendo che l’intento primario dei partigiani titini non fosse quello di arrivare a un genocidio, resta vero anche che in quella zona uno specifico popolo ne pagò le conseguenze più di altri, e poiché si tratta del popolo italiano è assolutamente normale che in Italia si avverta l’esigenza di ricostruire quella vicenda più di quanto non accada con altre analoghe su confini molto più distanti da noi. Nonostante le profonde differenze, vi furono infatti anche le similitudini, e queste non sono di ordine quantitativo, ma riguardano l’atrocità dei crimini commessi.
Forse l’obiettivo delle violenze non furono gli italiani in quanto tali, ma essi furono comunque tra le vittime più numerose di quelle atrocità in quella zona di confine. In ogni caso, se anche non lo fossero questo poco cambierebbe circa il significato storico e politico di quegli eventi, che resterebbero comunque di una gravità assoluta e raccapricciante, e non tanto per i numeri e le percentuali a confronto con altre di vicende analoghe in altre zone di confine nella fase post bellica, ma soprattutto per le loro modalità, su cui Gobetti sembra invece calare un velo opaco.
Quando infatti scrive che, “al di là della comprensibile memoria traumatica delle vittime, queste violenze non sono condotte da bestie assetate di sangue e accecate dall’odio, come vengono spesso rappresentate”, non si capisce bene a quali autorevoli fonti queste definizioni siano riconducibili. In ogni caso, precisa subito che “tra le persone, pur numerose, che vengono processate sommariamente non figurano bambini e le donne sono in numero limitato, perché ben poche donne ricoprivano incarichi importanti nel regime fascista. La volontà degli aggressori è infatti quella di colpire solo determinate categorie di persone, ritenute, a torto o a ragione, responsabili dell’oppressione subita per più di due decenni”.
In realtà, molte di quelle vittime non furono più “responsabili” di una qualche forma di connivenza col fascismo della maggioranza degli italiani che vissero durante il ventennio in Italia e non si può certo ritenere che a guerra quasi terminata fosse giustificabile il riservare a tutti loro, cioè a vari milioni di cittadini, un trattamento analogo a quello subito dagli italiani che vivevano in Istria o Dalmazia.
A meno che, naturalmente, quando parla di “ragioni politiche” e non “etniche”, Gobetti non le ritenga anche in grado di giustificare crimini verso quei milioni d’italiani che avevano convissuto col fascismo per anni in modo abbastanza compiacente. In base a questa prospettiva, certo, avrebbero potuto ricevere un trattamento analogo.
Essendo stati in qualche modo conniventi col fascismo, e quindi essendosi macchiati d’analoghe colpe degli istriani e dei dalmati, anche semplicemente per aver combattuto in guerra o non essersi rifiutati nel 1931 di giurare fedeltà al regime, come il 99% dei nostri accademici, avrebbero meritato, in base a questa logica, di essere gettati vivi in cavità carsiche qualora se ne fosse trovata qualcuna nelle vicinanze.
Perché è esattamente questo il primo aspetto essenziale che la ricostruzione di Gobetti tratta con un’approssimazione sospetta di scarsa onestà intellettuale. Secondo Gobetti, infatti, la specificità dell’uso delle foibe “ha a che vedere con le caratteristiche del terreno e non con una supposta barbarie slava. Fucilare al muro i prigionieri o esporre i cadaveri appesi, come avviene ad esempio in Italia, non è certo meno barbaro che seppellire i corpi in fosse naturali del terreno”.
Ma quei corpi non furono fucilati e poi seppelliti in grandi fosse presenti in natura, come Gobetti vorrebbe far credere, ma furono spesso gettati vivi nelle foibe, che non è esattamente la stessa cosa. Sostenendo una tesi del genere, si omette di evidenziare proprio uno dei due aspetti più tragici della vicenda, vale a dire la modalità con cui veniva data la morte. Ovviamente, qualsiasi modo di uccidere è sempre accompagnato dal dolore che la vittima, per un arco di tempo più o meno lungo, è costretto a provare, ma c’è una notevole differenza tra l’essere fucilati e l’essere uccisi come allora molti furono uccisi.
Com’è a tutti noto, anche allo stesso Gobetti, spesso i partigiani titini sparavano in testa alle prime persone di una serie in cui erano legate tra loro con un fil di ferro, gettando poi nelle foibe i morti e i vivi. Questi ultimi, se non avevano la fortuna di morire sul colpo per la caduta, morivano dopo giorni di agonia, spesso con ossa e cranio fracassati, tra cadaveri in decomposizione. È capitato che le grida di alcuni di loro si siano sentite per giorni dopo esservi stati precipitati, e si trattava spesso di uomini e donne che svolgevano nella loro vita i lavori più usuali e comuni e che non si erano macchiati personalmente di alcun crimine.
Si è visto poi che Gobetti è convinto che non si possa parlare di pulizia etnica, anche alla luce del fatto che “si contano a decine di migliaia gli italiani in armi nello stesso esercito” che praticò quegli eccidi: “in effetti – scrive – non si tratta di una pulizia etnica”, né nel 1943, né nella primavera del 1945. “Le violenze commesse dai partigiani jugoslavi, infatti, non hanno una logica nazionale (né tanto meno “etnica”) ma politica”.
Appunto, politica. E proprio a queste ragioni “politiche”, non certo a una ipotetica “barbarie innata nelle popolazioni slave” sostenuta non si sa da chi, si devono ricondurre sia quelle vicende tragiche sia l’oblio cui vennero consegnate in Italia per quasi mezzo secolo.
Quelle violenze si svolsero davvero in uno Stato che si stava “strutturando come regime comunista, seguendo un modello che all’epoca è quello stalinista. Sul confine orientale, dunque, la violenza colpisce anche persone che in altri contesti non sarebbero state individuate come obiettivi della repressione.
Oltre a punire i collaborazionisti e i criminali di guerra, le autorità jugoslave operano per eliminare gli eventuali oppositori politici, in un contesto ancora fluido nel quale è necessario ottenere il maggior consenso possibile al nuovo regime. Si tratta di una vera e propria epurazione preventiva, che serve ad intimorire quella parte di popolazione che non accetta l’ipotesi di annessione della regione alla Jugoslavia. La stragrande maggioranza dei possibili oppositori è composta da rappresentanti dell’élite politica e sociale”.
Per svolgere in modo efficace questa epurazione preventiva si fecero quindi morire delle persone in uno dei modi più atroci tra quelli mai concepiti da essere umano, paragonabili alle morti sotto tortura durante il medioevo, sotto il regime di Hitler o quello di Stalin.
In effetti, non si capisce bene se Gobetti sostenga certe tesi cercando di fornire una spiegazione o una giustificazione, ma da quanto scrive dopo sembra non voler attribuire ad alcuni aspetti cruciali il giusto rilievo: “quasi sempre i corpi delle vittime vengono poi gettati nelle foibe, secondo una pratica che, come si è detto, era diffusa da tempo. Ma avvengono anche uccisioni in mare, ad esempio a Fiume o in Dalmazia, come nel caso degli industriali Luxardo di Zara, annegati alla fine del 1944 dopo la liberazione della città”.
Come si detto, ma giova ribadirlo a chi pare restio a ricordarlo, in realtà moltissimi non furono prima uccisi e poi sepolti, bensì barbaramente uccisi gettandoli vivi nelle foibe. E il non evidenziare questa differenza sostanziale rende sospetta di riduzionismo tutta questa parte dell’argomentazione di Gobetti, secondo il quale “da un lato la pratica era diffusa nel tempo, almeno dove esistevano cavità carsiche, dall’altro esistevano allora modalità per uccidere civili in tempo di pace appena meno odiosi”.
Non ci pare che quest’ultimo argomento possa costituire una giustificazione, e come spiegazione si ritorce contro chi adottò certi metodi gratuitamente crudeli, non necessari a qualsiasi epurazione, sebbene efficaci per indurre in molti che ne fossero venuti a conoscenza il desiderio di fuggire prima possibile dal regime che le stava adottando.
Pur essendo vero che le violenze commesse dai liberatori alla fine della guerra costituiscono “un fenomeno drammaticamente ‘moderno’, paragonabile a numerosi fenomeni simili che avvengono negli stessi giorni in tutto il continente europeo”, non si può accettare in alcun caso che quel fenomeno sia giustificato in nome di ragioni politiche nemmeno in sede di ricostruzione storica.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
