
Il fenomeno del revisionismo neoborbonico è oggi in netto calo. Sopravvive in forme latenti e marginali, soprattutto sui social, dove si manifesta con toni vittimistici, ma senza offrire modelli alternativi concreti, a parte una vaga proposta secessionista.
In Calabria, l’unico punto di riferimento di questo filone post-ideologico è Mongiana, piccolo centro in provincia di Vibo Valentia, le cui ferriere, chiuse dopo l’Unità d’Italia, sono diventate un simbolo per i nostalgici del Regno borbonico. Il loro interesse è stato alimentato anche dagli scritti di Nicola Zitara, intellettuale meridionalista della Locride, scomparso nel 2010. È stato un giornalista italiano, noto per la sua critica radicale al processo di Unificazione italiana e per la sua interpretazione del dualismo Nord-Sud in chiave neocolonialista.
È bene evidenziare come il suo pensiero economico presenti diversi limiti teorici e metodologici, approcciandosi al Risorgimento e alla Questione meridionale con un’interpretazione ideologica e deterministica in cui il Nord viene descritto come un’entità territoriale che ha colonizzato il Sud in modo pianificato, senza cogliere le molteplici ragioni culturali e storiche dell’Unificazione italiana.
In realtà la polemica su Mongiana ha radici antiche, perché già nel 1918 Giuseppe De Cristo, un intellettuale di Cittanova, criticava con un pezzo pubblicato sul quotidiano Il Mezzogiorno di Napoli un breve saggio comparso proprio su Mongiana nella rivista La Miniera italiana a inizio anno. La polemica nasceva sulla diversa valutazione del sito e della economicità o meno dei suoi prodotti. Fatto sta che la querelle fu chiusa dal Direttore della Rivista mineraria: “vorremmo essere in errore per il bene dell’Italia ma non è così”, confermando che il prodotto e lo stabilimento fossero costosi.
Malgrado ciò, oggi i neoborbonici calabresi hanno fatto di Mongiana lo strumento per criticare l’Unificazione, enfatizzando il ruolo delle ferriere chiuse dal neonato Stato italiano, senza raccontare del grande balzo da esse compiuto in età napoleonico–murattiana, degli sforzi del garibaldino Fazzari per riattivarle, della stagnazione nel periodo borbonico e della specializzazione in commesse statali. Per i neoborbonici Mongiana è il pilastro su cui poggiano le rivendicazioni identitarie. Questo atteggiamento si basa su vittimismo e fatalismo che si autoalimenta periodicamente del rimpianto delle ferriere. Oggi queste sono nuovamente oggetto di una nuova vulgata con l’edizione di un brano musicale del cantautore Eduardo Bennato, edito nel 2024, dal titolo Mongiana.
Questa impostazione complessiva favorisce una visione limitata del Risorgimento, che diventa il luogo ideale in cui si consumano teorie complottiste sulle élite settentrionali e occidentali del tempo contro il Sud Italia, con il fine ultimo di colonizzarlo. Purtroppo questo legittimismo identitario non tiene in considerazione alcuni fattori interni ostativi al Regno di Napoli prima e al Regno delle Due Sicilie dopo, come il latifondo, il fenomeno criminale del banditismo rurale – conosciuto come brigantaggio – l’insieme delle resistenze verso l’innovazione economica e sociale e le riforme forzate dall’alto.
Un altro grande limite di questa visione è la mancata elaborazione di un modello economico strutturato secondo l’economia politica moderna, ma mantenendo una postura vittimistica e fatalistica. Il dato storico, così come avviene nell’uso distorto della vicenda di Mongiana, è utilizzato in modo selettivo con l’intento di trarre aneddoti e confermare la propria analisi, piuttosto che creare un’area di confronto critico e scientifico.
La visione dei neoborbonici si nutre di più teoremi e teorie compresa quella sul colonialismo interno, che è fragile poiché non tiene conto di un efficace studio comparativo con altri casi internazionali simili, come i dualismi regionali spagnoli, tedeschi e francesi. Nel caso italiano, poi, non si considera il grande sviluppo avvenuto nella regione Veneto dopo l’implementazione del regionalismo degli anni Settanta del Novecento: non bisogna dimenticare che il Veneto è la regione che ha alimentato l’emigrazione negli stessi periodi in cui questo fenomeno era di massa nel Sud Italia.
D’altronde questi studiosi ed eruditi non hanno una visione dinamica della storia risorgimentale, ma tendono a cristallizzare il rapporto Nord-Sud al 1861. Un’impostazione funzionale ad accreditare la teoria del colonialismo interno. In particolare di Mongiana si evidenzia la chiusura, additata come la fine definitiva di ogni sviluppo per la Calabria, ignorando tuttavia i cicli di industrializzazione del Sud e della Calabria stessa (come il periodo dell’IRI e della Cassa per il Mezzogiorno, il caso Pertusola di Crotone, nata negli anni Venti e rimasta in produzione sino agli anni Novanta del Novecento), tralasciando inevitabilmente tutte quelle dinamiche globali e interne ai mercati che hanno portato a diverse fasi di crescita, declino e trasformazione sia del Nord che del Sud del nostro Paese e del mondo. In questa concezione manca totalmente una visione e una proposta economica fondata.
Il secessionismo è la conseguenza di questa postura mentale, frutto della idealizzazione di un Sud indipendente senza capo né coda. Quanti, periodicamente sui media, propongono la secessione più o meno dolce, non fanno mai i conti con questa visione più che superficiale delle difficoltà strutturali che un eventuale atto di questo genere avrebbe comportato, ad esempio sul debito pubblico o sulle infrastrutture o, ancora, su come si potrebbe muovere il capitale umano e altro ancora.
Tale chiave di lettura si presta all’esaltazione populista proprio perché favorisce la polarizzazione delle opinioni, con la conseguenza che le posizioni si spostano verso l’estremo, isolandosi sempre più e riducendo drasticamente le posizioni moderate e di confronto costruttivo. Di conseguenza, i vari gruppi e i singoli che fanno riferimento a questo mondo identitario finiscono per isolarsi, assumendo un atteggiamento che nasconde, in realtà, una sorta di disprezzo nei confronti del Paese in cui vivono e delle sue Istituzioni democratiche.
Il linguaggio adottato dal mondo neoborbonico è rivolto a creare polarizzazione e tensione all’interno di un racconto vittimistico e fatalistico, che enfatizza il Sud come vittima storica del Nord. Questo approccio blocca ogni forma di dialogo, non valorizza le potenzialità del Mezzogiorno e non consente uno studio serio del Sud, né tantomeno promuove una cultura della condivisione e collaborazione. Di contro, porta a un estremo isolazionismo e a comportamenti autarchici, con la promozione di brand etnici e identitari spesso all’interno di eventi in cui la realtà viene romanzata; ne è un esempio l’attuale dissennata idealizzazione del brigantaggio, in cui capi di cartelli della criminalità come Carmine Crocco assurgono a figure eroiche, additati come pubblici esempi. Non dimentichiamo che, se vogliamo attualizzarli anacronisticamente, si deve tener conto che si tratta di persone con sentenze di condanna penale passate in giudicato.
In realtà su Mongiana un dato positivo c’è ed è il restauro del sito e la sua valorizzazione storico-culturale, che lo ha reso fruibile al pubblico. Tuttavia, oltre questo specifico caso, le argomentazioni neoborboniche sono in stallo: la loro autorappresentazione li ha portati a un gridlock, una sorta di blocco sullo stesso pensiero, diventato ormai ossessivo.
Poiché le comunità neoborboniche hanno un meccanismo di selezione delle informazioni attraverso il pregiudizio di conferma, ovvero una distorsione cognitiva che li porta a cercare, ricordare e interpretare informazioni in grado di confermare le proprie convinzioni e teorie, ignorando o minimizzando tutto quello che può essere anche solo contrario. Così facendo questi gruppi, che agiscono secondo i propri pregiudizi, finiscono per alimentare le differenze culturali ed etniche che, conseguentemente, si intensificano, portando le comunità a chiudersi nella propria microstoria assolutizzata e a ritirarsi in ambiti identitari.
Inoltre, questi gruppi si attivano per un consumo mediatico e social mirato e rivolto a ricreare un’area di riflessione indisturbata per le proprie credenze. Nel complesso fenomeno neoborbonico vi sono anche studiosi che si riuniscono in cenacoli culturali, organizzano convegni e portano avanti degli studi – in questo caso con tanto di fonti (finalmente) – sul Mezzogiorno in Età Moderna. Ma questo approccio perde valore quando si cerca con insistenza di riabilitare il Regno delle Due Sicilie, appiattendo il piano oggettivo dello studio scientifico, certamente di valore, al piano soggettivo di una rivendicazione identitaria di sapore populista e anacronistica.
In questo contesto la toponomastica resta il luogo in cui gruppi minoritari come i neoborbonici cercano di esercitare la giustizia riparativa in stile “Woke”. In Calabria nel 2024, nel Comune di Placanica in provincia di Catanzaro, si voleva intitolare una piazza a Ferdinando II di Borbone, sulla quale poi si è fatto marcia indietro. Oppure come nel 2017 a Castrovillari, quando fu cancellata la piazza Cavour con pretesti molto imprecisi, o a Lamezia Terme, dove fu intitolata una via ad Angelina Romano, un personaggio di una nota fake neoborbonica.
La giustificazione a questo attivismo è molto semplice: la politica a livello periferico utilizza queste battaglie identitarie per polarizzare intorno a sé il consenso, ospitando iniziative a carattere identitario come quelle dedicate ai Briganti e proponendo percorsi enogastronomici per i prodotti locali che si sposano bene con le rivendicazioni identitarie localistiche, anche se anacronistiche, ma che polarizzano il consenso.

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