

Nella Milano livida che dagli anni Ottanta arriva al presente, Margherito, detto Gretel, cerca un ragazzo scomparso e un senso ormai difficile da trovare. Il respiro del delfino oppone i suoi antieroi alla retorica motivazionale del successo e della meritocrazia, mostrando come il fallimento possa diventare uno spazio di verità, condivisione e resistenza all’ansia da prestazione.
“Il respiro del delfino” di AN15 (pseudonimo di Anna Laugelli, edito da Dalia Edizioni nella collana Crono Corrente) si presenta come una scossa elettrica nel panorama della narrativa contemporanea.
Si tratta di un romanzo dichiaratamente punk, urbano, che si muove tra le strade di una Milano livida che scivola dagli anni ’80 fino a un presente disilluso. Al centro di questa costellazione di anime smarrite c’è Margherito, detto Gretel, che si trascina con le sue Converse bucate alla ricerca di un ragazzo sparito e di un senso che sembra non esistere più.
Il vero nucleo filosofico del romanzo, tuttavia, risiede nel suo feroce attacco frontale a uno dei dogmi più tossici della nostra epoca: il mito della crescita personale, l’imperativo del “credi in te stesso e ce la farai”.
Il realismo sporco è la cifra stilistica del romanzo, il cui obiettivo è quello di demolire il mito dell’Eroe, sia come protagonista della storia letteraria sia come concetto che influenza la vita di tutti noi. Milano penetra nell’animo dei personaggi e il suo moto urbano, come si legge nel libro, “è la somma del respiro di milioni di persone addormentate”.
AN15 firma un’opera che dialoga apertamente con il nichilismo di Bret Easton Ellis e il realismo isterico di David Foster Wallace: ed ecco che il romanzo si apre laddove crollano le grandi narrazioni capitalistiche e performative del successo a tutti i costi.
“C’è un momento in cui la promessa dell’eroe smette di funzionare. Credi in te stesso. Lavora duro. Ce la farai. Non è più vero.”
Se la massima “credi in te stesso e ce la farai” è un mantra popolarissimo, suona bene, sta benissimo sulle tazze da colazione e nei post motivazionali di Instagram, AN15 mette in guardia il lettore dal perseguirla ciecamente, perché non è detto che chi crede in se stesso possa farcela o sia davvero capace. Troppe le variabili e gli ostacoli, siano essi umani, sociali, psicologici, lavorativi.
Grattando la superficie, tale mantra può trasformarsi in un’arma a doppio taglio decisamente affilata. Quando la fiducia in se stessi viene spacciata come l’unico e sufficiente ingrediente per il successo, la mentalità che ne deriva rischia di diventare profondamente tossica, in quanto anche il culto della meritocrazia può risultare una trappola.
L’autrice milanese mette a nudo l’inganno di questa retorica: l’idea che il fallimento sia solo una mancanza di forza di volontà, una colpa individuale. I suoi personaggi sono programmaticamente degli antieroi, persone che hanno perso l’orientamento, che non cercano la scalata sociale ma semplicemente un modo per restare a galla, per non affogare. Il “disastro dei loro fallimenti” diventa paradossalmente l’unico spazio di verità e di autentica condivisione rimasto, liberato dall’ansia da prestazione della società contemporanea.

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