
Il Regno Unito ha avviato quella che per Londra rappresenta una prima fase obbligata per rientrare gradualmente nel mercato unico europeo: la rinegoziazione degli accordi post-Brexit. Non si tratta di una reintegrazione, ma di un tentativo di ridurre l’attrito dei costi commerciali generati dall’uscita dall’Unione europea, a partire da quelli che colpiscono l’export agroalimentare.
Malgrado le buone intenzioni di Keir Starmer, per Bruxelles la questione è delicata. Se il Primo ministro parla di un impegno verso un riallineamento con l’Unione europea ed è intenzionato a perseguirlo a lungo termine, i sondaggi in vista delle elezioni del 2029 raccontano uno scenario che non garantisce affatto il “lungo termine”.
La crescita di Reform Uk e la possibilità di un ritorno al governo di una destra euroscettica hanno spinto Bruxelles a porsi una domanda semplice: che senso avrebbe investire tempo e risorse in un nuovo accordo se questo potesse essere smantellato alla prima alternanza elettorale? Tra quattro anni, alla guida del Regno Unito potrebbe esserci Nigel Farage. Così, per cautelarsi, la Ue ha richiesto l’introduzione della “Farage clause”, la clausola Farage.
Si tratta di una clausola di salvaguardia inserita nei negoziati, necessaria perché il “reset” post-Brexit possa avere luogo. La disposizione prevede che, in caso di recesso unilaterale del Regno Unito, la parte uscente sia tenuta a versare compensazioni finanziarie, destinate a coprire i costi sostenuti per infrastrutture, attrezzature, assunzione e formazione del personale addetto ai controlli alle frontiere. In altre parole, uscire costerebbe caro. Nei corridoi europei la definiscono senza imbarazzo una “misura di sicurezza”, pensata esplicitamente per scoraggiare un futuro governo Farage dal fare marcia indietro.
La clausola si applica in particolare all’accordo su Sps, cioè sulle norme sanitarie e fitosanitarie, uno dei dossier più sensibili del post-Brexit – un’intesa che prevede anche l’allineamento del Regno Unito alle regole europee su prodotti animali e vegetali, oltre a un coordinamento sui meccanismi di prezzo del carbonio.
L’obiettivo è ridurre i controlli, i ritardi e i costi che oggi penalizzano pesantemente le esportazioni britanniche verso l’Ue. In cambio, Londra accetterebbe di contribuire finanziariamente alle agenzie europee di ispezione, con una quota proporzionale e una fee di partecipazione stimata intorno al 4%.
Starmer insiste sul fatto che questo percorso non comporterebbe la sottomissione alla Corte di Giustizia dell’Unione europea, uno dei tabù più duri del dibattito Brexit. Per il Labour si tratta di un compromesso pragmatico: meno burocrazia, più accesso al mercato, senza cessioni simboliche che possano essere presentate come un “ritorno indietro”. Ma Nigel Farage ha definito il piano un “oltraggio democratico”, accusando il governo di legare le mani ai futuri esecutivi, quanto ai Conservatori, anche loro promettono di abrogare l’accordo in caso di vittoria.
D’altra parte, le organizzazioni commerciali britanniche guardano con favore all’intesa. Secondo le stime, l’accordo potrebbe generare un aumento fino al 22% delle esportazioni agroalimentari.
È un dato che rafforza la linea del governo, ma non cancella il rischio politico. La “Farage clause” fotografa perfettamente il problema strutturale del post-Brexit: l’assenza di consenso interno su una direzione stabile che per la Ue rende l’Uk politicamente poco affidabile. Finché quella frattura resterà aperta, ogni riavvicinamento all’Europa sarà accompagnato da garanzie, penali e assicurazioni.

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Inutile fare concessioni che possono essere ribaltate facilmente successivamente da qualsiasi governo britannico.
Devono fare un altro referendum popolare per rientrare nel mercato europeo, con obbligo di raggiungimento almeno del 65-70% per l’approvazione (non basterebbe il 50%), così da avere una base popolare che future promesse di partiti sovranisti e euroscettici non potranno essere approvate con facilità.