
Questo è il terzo articolo del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. Qui i precedenti articoli:
La liquefazione del pensiero: anatomia di una civiltà smarrita di Alessandro Tedesco
Menti in corto circuito di Enrico Marani
C’è un momento in Matrix in cui Neo scopre che il mondo che abita non è reale: è un codice, una simulazione perfetta costruita per tenerlo tranquillo mentre le macchine succhiano la sua energia. La metafora è fin troppo precisa. Non viviamo più nella realtà, ma dentro un suo riflesso algoritmico: un flusso continuo di immagini, opinioni, indignazioni e sorrisi filtrati, dove ogni reazione è già prevista.
Jean Baudrillard lo aveva intuito molto prima che arrivassero i social: siamo entrati nell’epoca dell’iperrealtà. Non è che il reale scompare, è che viene sostituito da una sua copia migliore, più pulita, più eccitante, più rapida. La mappa, diceva lui, è diventata più interessante del territorio. L’originale? Sbiadito, noioso, quasi irrilevante. Il selfie al tramonto è più importante del tramonto stesso; la narrazione della nostra vita è più reale della vita che viviamo.
È la logica di The Truman Show spinta all’estremo. Truman almeno aveva un mondo fisico, una scenografia che poteva toccare e da cui, alla fine, poteva evadere aprendo una porta nel cielo. Noi no. La nostra scenografia è il feed, e il regista non è un creatore visionario in una sala di controllo, ma un algoritmo invisibile che dirige miliardi di micro-Truman contemporaneamente. Ognuno chiuso nella sua “bolla di filtro”, convinto che il sole sorga solo per lui e che le notizie che legge siano tutte le notizie.
E noi scrolliamo. Scrolliamo come se stessimo cercando qualcosa, senza sapere cosa. Reagiamo, condividiamo, ci indigniamo a comando. Crediamo di scegliere, ma è l’algoritmo che ci ha già scelto. Ci conosce meglio di nostra madre. Sa quale video ci fermerà per 0,3 secondi in più, quale titolo ci farà ribollire il sangue, quale ricordo nostalgico ci strapperà un like. È un loop di dopamina progettato per non finire mai.
Questo nuovo potere non ha bisogno della forza bruta. Non reprime: prevede. Non censura: satura. Ci inonda di stimoli, opinioni, intrattenimento, fino a svuotare il significato di ogni cosa. È un bombardamento che manda le nostre menti in corto circuito, come osserva lucidamente Enrico Marani nel suo baudrillardiano articolo, trasformandoci in naufraghi in un oceano di dati. La Verità? È solo un altro contenuto che compete per la nostra attenzione, e di solito soccombe di fronte a stimoli più immediati o alla polemica del giorno.
È la logica spietata di Black Mirror, ma senza il finale di puntata, perché la puntata siamo noi e non finisce mai. Il punto non è che loro ci controllano. Il punto è che noi vogliamo essere controllati, perché il controllo è diventato intrattenimento. Non serve un potere oppressivo che ci punta una pistola alla testa, come nel vecchio mondo; basta la nostra felice complicità con la superficie, il nostro desiderio di mettere un punteggio alla vita degli altri, come nell’episodio Nosedive – (esplora un futuro in cui i social media e i punteggi di rating personali determinano lo status sociale, le opportunità e il valore di ogni individuo). Siamo diventati i sorveglianti di noi stessi.
Basta un like, un commento, un visto per nutrire la macchina. In cambio, la macchina trasforma la nostra mente in una timeline. Non c’è più profondità, solo uno scorrimento laterale o verticale infinito. Il pensiero critico? Impossibile, non c’è tempo. Bisogna reagire. Subito. E poi passare al prossimo stimolo.
Il risultato è un paradosso che viviamo sulla nostra pelle ogni giorno. Un mondo saturo di informazioni, dove nessuno sa più nulla di certo. Un pieno digitale che ci lascia emotivamente vuoti. Abbiamo migliaia di amici e ci sentiamo disperatamente soli. La connessione permanente non ha creato una comunità, ha creato miliardi di solitudini che si guardano senza vedersi. Il rumore costante ha preso il posto della voce.
Il simulacro è una regia invisibile: non reprime, ma anticipa. Non censura, ma indirizza. Non mente apertamente, ma satura. Il risultato è un’umanità che scorre dentro flussi di senso prefabbricato, credendo di scegliere, mentre in realtà scorre lungo binari invisibili tracciati dal codice. L’uomo informato è l’uomo previsto.
In questo paesaggio il silenzio è diventato un atto sovversivo. Non reagire, non commentare, non apparire equivale a sottrarsi al copione. Ma forse solo nel silenzio — nella pausa, nella misura, nella sophrosyne perduta — può tornare a esistere un pensiero che non sia riflesso condizionato.
Un pensiero che non cerchi il pieno, ma accetti il vuoto come spazio di libertà.
Perché è nel vuoto che il pensiero respira. Ed è dal silenzio che la verità, ogni tanto, ancora sussurra.
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Gli articoli di Alessandro Tedesco li tengo lì in attesa del momento giusto, del silenzio, per leggerli e assimilarli. Per questo, faccio questo commento a distanza di quasi una settimana. E dopo averlo letto, capisco che questa attesa è essa stessa un atto sovversivo. E che il mio “sentirmi a disagio” per aver letto e commentato dopo 7 giorni è solo la fatica di uscire dall’algoritmo.
Da giurista mi pongo anche una questione sempre meno secondaria: questa “umanità che scorre dentro flussi di senso prefabbricato, credendo di scegliere, mentre in realtà scorre lungo binari invisibili tracciati dal codice” può lasciarci indifferenti sul piano del concetto stesso di responsabilità?
Mi spiego. Sono un convinto sostenitore della “responsabilità personale”. L’uomo agisce sotto numerosi condizionamenti, da sempre, ma le scelte sono sue. L’uomo che sbaglia, l’uomo che danneggia altri, l’uomo che delinque, non può dare la colpa alla società. Solo il poveraccio che ruba al supermercato per mangiare è vittima. Qualunque altro comportamento antigiuridico e antisociale non è mai “colpa della società” (come invece disastrose teorie hanno cercato di sostenere).
Ecco, davanti a questa nuova “società algoritmica” questa mia convinzione comincia a vacillare. E il condizionamento non è più solamente “esterno”, “sociale”. È neurologico, ed è talmente forte e profondo da farmi dubitare che le teorie giuridiche della responsabilità possano continuare a ragionare con i loro canoni consolidati.
Basta leggere le pagine di cronaca nera. Suicidi indotti da commenti negativi. Omicidi per sfida su TikTok. Depressioni per un like dato o non dato. Fatti e fenomeni che un tempo non avremmo esitato a definire patologici, oggi indubitabilmente collegati alla rete e ai suoi meccanismi.
Che ne pensate?
Caro Paolo, ti ringrazio sempre per la tua fiducia.
Il quesito che poni è assolutamente pertinente e grave.
Mi vengono in mente tutti i miei amati romanzi distopici e soprattutto, in questo caso, The Minority report di PK Dick, che sicuramente conoscerai.
E l’aspetto inquietante della rete è che presto potrebbe assumere anche un assetto “neurologico” come preconizza Yuval Harari in 21 lezioni per il XXI secolo.
Fai bene a esercitare il tuo diritto alla “sovversione”.
Grazie ancora
Alessandro