

Le società liberali sono giunte a coltivare la convinzione che la guerra non sia necessaria: è un abominio del passato, e le persone civili la fuggono come la peste, perché hanno a disposizione altri strumenti per scongiurarla. In effetti, è improbabile che due stati democratici si muovano guerra!
C’è l’idea diffusa che nei rapporti tra gli stati – anche con quelli non propriamente democratici – si possa applicare, sic et simpliciter, il sano principio che regola e stempera i rapporti tra i soggetti privati in democrazia: cercare di dirimere le dispute con il dialogo.
E, davanti all’obiezione che la storia ci propone una realtà non lineare e ben diversa, scatta spesso un pregiudizio, tutto moderno, per cui è sempre necessario aprirsi e dare prova di buona fede verso i nostri nemici. In tal modo si produrrà certamente un dialogo taumaturgico con sollievo e soddisfazione delle parti in causa.
Il negoziato è condizione necessaria ma non sufficiente per la fine dei conflitti. Invece, pare che il sedersi a un tavolo con soggetti che ci odiano e hanno già attentato alla nostra esistenza, e discutere intensamente e a lungo, sia il grimaldello per un sicuro accordo pacifico che lascerà tutti contenti.
Tra il fideismo nel “potere del dialogo” e la credenza che gli interlocutori siano disposti ad abbandonare, d’un tratto, la loro ideologia e i loro valori più profondi, è difficile stabilire quale sia la postura più ingenua. Se di ingenuità si può parlare!
Quando si obietta che il ridimensionamento della spesa militare, tout court, consentirebbe di alimentare il fiume, sempre sotto il livello di guardia del consenso, della spesa sociale, si è sulla buona strada per rendere inefficiente e inadeguata la difesa nazionale.
Le negoziazioni ai tavoli diplomatici sortiscono effetti positivi quando gli eventuali accordi costituiscono una reale alternativa all’uso della forza. E se una delle parti questa forza non ce l’ha, o si dimostra titubante nell’usarla, risulterà poco credibile e convincente: si chiama capacità di deterrenza. Elemento di straordinaria importanza strategica per le democrazie che considerano la guerra una soluzione di extrema ratio.
Il senso di queste brevi considerazioni pare risultare estraneo al tenore delle recenti affermazioni pubbliche del professor Alessandro Barbero, il quale, coadiuvato dal sodale Travaglio pronto a fargli l’assist, si è sperticato – mettendo a frutto le sue indubbie doti comunicative, magnificate dalla mimica e dal pathos teatrali della migliore accademia drammatica, nel tentativo di metterci in guardia dal temibile orso russo che, vedendoci “comprare carri armati”, non sapendo cosa pensare, potrebbe rifilarci una delle sue istintive zampate.
Si sa, mai sfidare un orso, nemmeno quando sei fuori dal suo territorio, perché con le tue mosse avventate potresti irritare il suo umore imperialista.
Nel far ciò, il professor Barbero fa ricorso a un parallelismo tra la rincorsa agli armamenti che precedette la prima guerra mondiale e l’incremento della spesa militare per la difesa europea.
A dire il vero, se vogliamo proprio trovare un paragone, l’occupazione dei Sudeti e la successiva conferenza di Monaco, nel 1938, che sancì l’appeasement verso la Germania di Hitler, quale preludio al secondo conflitto mondiale, ci sembrano riferimenti molto più calzanti rispetto all’attuale guerra di aggressione della Russia nei confronti dell’Ucraina. Ma lasciamo che ognuno nutra i suoi bias scegliendo il metro storico che più gli aggrada.
Sul paragone storico di Barbero, ha già esaurientemente replicato, con la competenza che gli è propria, Andrea Gilli su queste pagine, in una recente intervista di Filippo Piperno: Se per il professor Barbero il problema è il riarmo europeo. Intervista ad Andrea Gilli.
Gilli, ha evidenziato il ribaltamento della prospettiva storica, citando gli innumerevoli episodi che hanno visto la Russia agire in violazione di accordi, e protagonista di veri e propri atti di guerra e di interferenze – sotto forma di guerra ibrida e cognitiva – verso numerosi paesi, almeno negli ultimi vent’anni. Ha rilevato poi, come la vera corsa agli armamenti è quella messa in atto dalla Russia, divenuta oramai un’economia di guerra. Il tutto dati alla mano, con riferimenti precisi. A ulteriore riprova di ciò, Putin ha recentemente richiamato 135 mila militari che prenderanno servizio entro il 2025.
Un altro aspetto di rilievo che emerge dall’intervista a Gilli è la conferma che il racconto di Barbero ingloba il perpetuarsi di certi automatismi storici.
Se vogliamo è un approccio simile a quello di certi esperti di geopolitica. Quella disciplina – spesso confusa con la politica internazionale – che, per via del suo determinismo geografico, si risolve in una sorta di darwinismo sociale tra stati che sono grandi potenze, o che ambiscono a esserlo, e considera lo spazio territoriale (detto anche “vitale”) molto più delle idee e dei valori alla base dei processi politici interni. In tal modo trascura che gli stati sono entità in grado di autodeterminarsi con decisioni prese da comunità politiche, fatte da individui, che non necessariamente antepongono la propria espansione al loro sistema di valori.
Una visione del mondo in cui i rapporti tra gli stati sono considerati un gioco a somma zero, che considera quasi sempre la grande madre Russia come una variabile indipendente della storia. Barbero stesso ha avuto modo di rilevare, con la sua solita enfasi, che la storia ci ha certamente insegnato una cosa: “Non invadere la Russia”. Ecco, la storia non ci ha ancora insegnato, però, che è meglio non provocare la Russia.
Sullo sfondo l’antica pretesa, figlia di una postura storicista, condivisa da diversi importanti filoni di pensiero – da Platone, a Hegel e Marx, fondata sulla credenza nel determinismo storico e nella possibilità di predire il corso degli eventi in modo razionale o, addirittura, scientifico.
E’ stato Popper, con Miseria dello storicismo, a dirci che tale credenza è profondamente errata. Noi non possiamo fare alcuna predizione storica, perché la storia non ha una direzione di marcia precisa né un senso univoco. Gli accadimenti storici sono slegati dalle scelte e decisioni personali, e la responsabilità del nostro agire ricade esclusivamente su di noi stessi.
Come lucidamente sottolinea Popper:
“siamo noi che introduciamo finalità e significato nella natura e nella storia. Gli uomini non sono eguali, ma noi possiamo batterci per l’eguaglianza dei diritti. Le istituzioni umane non sono razionali, ma noi possiamo decidere di lottare per renderle più razionali”.
Gli fa eco Salvatore Veca:
“E se la storia non ha un senso indipendente, catturato da una qualche teoria delle sue leggi di movimento, resta il fatto importante che noi possiamo dargliene uno”.
L’Italia repubblicana affonda le sue radici nell’opposizione e nella resistenza in armi – seppur di pochi – contro il nazifascismo. La Costituzione, che sancì il riscatto e la rinascita della società italiana sulla base delle libertà individuali e delle responsabilità comuni, fu elaborata da imponenti figure come quella di Piero Calamandrei. Quest’ultimo, nell’aprile del 1940, annotava nel suo diario:
“Gli inglesi e i francesi e i norvegesi che difendono la libertà, sono ora la mia patria.“
Allora, caro professor Barbero, a chi si riconosce in questa storia, di quello che può pensare la Russia non gliene importa un fico secco!
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Va bene, ma senza omettere che la corsa al riarmo non discende da una preoccupazione reale circa le intenzioni espansive dell’orso russo, alle quali nessuno crede seriamente.
Il riarmo europeo e` una mano generosa tesa all’azionista di maggioranza dell’Unione, per evitare che la Germania debba convertire la produzione delle fabbriche di automobili in spruzzatori da giardino e pentole a pressione.