Il termine “antisemitismo” cominciò a diffondersi nel linguaggio politico europeo dopo la pubblicazione, nel 1879, di un pamphlet in cui il giornalista tedesco Wilhelm Marr denunciava il “parassitismo sociale” degli ebrei. Ma un forte movimento antiebraico fu presente anche nel paese che poteva vantare la scuola laica e il suffragio universale maschile. Un movimento culminato nell’affaire Dreyfus, il capitano d’artiglieria ebreo accusato nel 1895 di intelligenza con la Germania. Nei mesi in cui Alfred Dreyfus fu arrestato e processato, “La France juive” di Édouard Drumont (1886) aveva superato le cento ristampe. In un’epoca in cui lo scientismo positivista si mescolava allo spiritismo e al satanismo, Drumont lo utilizza per spiegare come il tradimento sia connaturato all’ebreo. Per il fondatore della “Libre Parole” l’ebreo non appartiene al nemico, non appartiene a nessuno: è “errante” e si dissimula nelle pieghe della società.
La prima piattaforma elettorale apertamente antisemita venne presentata nel 1879 in Austria dal pangermanista Georg von Schönerer. Nel 1881 un secondo manifesto fu appoggiato dalla “Società antisemita per la difesa del lavoratore manuale di Vienna”, in nome della “guerra all’ebreo, al vampiro assetato di sangue […] che batte alle finestre delle case abitate dai contadini e artigiani tedeschi”. Prima del borgomastro di Vienna Karl Lueger, fu quindi Schönerer a scegliere come riferimento sociale gli artigiani radicali, i bottegai ostili ai grandi magazzini e ai loro proprietari ebrei, i piccoli consumatori contrari all’immigrazione degli ebrei russi scampati ai pogrom. E ben prima di Hitler fu Karl Lueger il fondatore di un partito di massa che si prefiggeva di piantare i semi “dell’incantesimo politico antisemita” anche nelle campagne. Considerato un mago della manipolazione delle folle, a lui guardarono gli antisemiti francesi quando il caso Dreyfus rivelò che la crisi del sistema liberale non investiva solamente l’impero asburgico.
Hannah Arendt ha collocato l’antisemitismo tra le componenti determinanti dei totalitarismi novecenteschi. Per l’allieva di Karl Jaspers, solo riconoscendo che gli ebrei d’Europa erano stati selezionati per un progetto di feroce epurazione dell’umanità, lo sterminio poteva essere definito come un crimine contro “tutta” l’umanità. Gli ebrei erano stati le prime vittime delle fabbriche della morte, ma il loro destino tragicamente eccezionale doveva gettare la luce sul destino di “tutti” i popoli. Arendt, inoltre, era convinta che la ultrasecolare tradizione antigiudaica chiamava in causa tutte le élite europee, culturali, religiose, politiche e sociali (“Le origini del totalitarismo”, 1951). Ne aveva ben donde. In fondo, come aveva capito lo storico francese March Bloch, la catastrofe dell’Olocausto non sarebbe stata possibile senza la sconfitta della logica, ovvero senza la vittoria della menzogna sulla verità. E, come aveva capito il filologo tedesco Victor Klemperer, essa non sarebbe stata possibile senza lo scempio della lingua: “il nazismo [intende] privare il singolo della sua natura di individuo e anestetizzare la sua personalità, sino a renderlo un elemento del gregge senza pensiero né volontà, […] a farne un atomo di un masso rotolante” (“LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo”, Giuntina, 2008).
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Grazie per questo articolo: abbiamo bisogno di un po’ di chiarezza in questi tempi durissimi.