

Da mesi l’Unione Europea ripete che la guerra in Ucraina rappresenta una prova decisiva per la sua credibilità politica e per la sua capacità di agire come soggetto strategico. Non è un’esagerazione retorica: in gioco non c’è soltanto il sostegno a Kyiv, ma la possibilità stessa che l’Europa dimostri di saper assumere decisioni coerenti con il proprio peso economico e normativo.
Il Consiglio Europeo riunitosi nelle ultime ore avrebbe dovuto sciogliere uno dei nodi più delicati dell’intera architettura sanzionatoria: l’eventuale utilizzo dei circa 200 miliardi di euro di asset russi congelati per continuare a finanziare la resistenza ucraina. La decisione finale – arrivata nel cuore della notte – è stata invece quella di escluderne l’impiego diretto, optando per 90 miliardi di euro di debito comune europeo.
Formalmente, l’obiettivo immediato è stato raggiunto: l’Ucraina continuerà a ricevere sostegno finanziario. Politicamente, però, il messaggio che ne deriva è molto più ambiguo e, per certi versi, rivelatore delle difficoltà strutturali dell’Unione nel tradurre risorse in potere effettivo.
Gli asset russi: tra timore giuridico e paralisi politica
Il punto centrale della discussione non è mai stato tecnico, bensì eminentemente politico. Gli asset russi sono congelati, non confiscati: una distinzione giuridica sostanziale, che ha consentito finora all’Unione di mantenere una postura rigorosamente conforme al diritto internazionale. Spingersi oltre, anche solo utilizzando quei fondi come garanzia o leva finanziaria, avrebbe significato forzare un confine che molti Stati membri considerano pericoloso.
Il timore principale – sollevato in modo esplicito dal Belgio, ma condiviso anche da altri governi – riguarda la possibilità di una sconfitta legale davanti a tribunali internazionali o nazionali. La Russia ha già avviato iniziative giudiziarie e ha lasciato intendere che un uso degli asset congelati aprirebbe una stagione di contenziosi e richieste di risarcimento potenzialmente molto onerose.
Questo elemento ha pesato più di ogni altro. Non tanto perché il rischio non esista, quanto perché è stato considerato inaccettabile, non bilanciabile con altri costi. L’Unione ha preferito evitare un conflitto giuridico con l’aggressore, anche a costo di rinunciare a una scelta che avrebbe avuto un valore politico enorme.
Qui emerge il nodo strutturale: l’Europa è disposta ad assumersi il rischio del debito, ma non quello della decisione. È disposta a trasferire il costo della guerra sulle generazioni future, ma non a sostenere oggi un confronto diretto sul piano legale e politico con la Russia. In altre parole, accetta un rischio diluito nel tempo, ma rifugge quello immediato, visibile, conflittuale.
La scelta di non utilizzare i fondi russi non è quindi solo una decisione prudente: è una rinuncia consapevole a esercitare una leva di potere di cui l’Unione disponeva pienamente. E questo ha un peso che va oltre la contingenza ucraina.
Debito comune e dimostrazione di potere mancata
L’emissione di debito comune per finanziare l’Ucraina viene presentata come una soluzione di equilibrio. In parte lo è. Ma il contesto in cui avviene ne ridimensiona fortemente la portata politica.
Il debito comune, in questo caso, non nasce da una scelta offensiva, né da una volontà di affermazione dell’Unione come attore sovrano. Nasce come soluzione di ripiego, come via d’uscita da uno stallo politico che l’UE non è riuscita a superare. Non è il frutto di una visione condivisa, ma il risultato di una mediazione al ribasso tra paure, veti e calcoli interni.
Il fatto che dall’impegno siano stati di fatto esclusi Paesi apertamente filorussi o euroscettici – Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca – è un ulteriore segnale di fragilità. L’Europa procede, ma lo fa in modo disomogeneo, rinunciando ancora una volta a presentarsi come soggetto unitario quando la posta in gioco è alta.
Il messaggio esterno che ne deriva è problematico: l’Unione dimostra di avere risorse, ma non di saperle trasformare in atto politico risolutivo. Dimostra capacità amministrativa, ma non volontà di imprimere una direzione netta agli eventi. La scelta di non toccare gli asset russi, pur avendone il controllo, rafforza l’idea di un’Europa che preferisce gestire le crisi piuttosto che deciderle.
Questo non equivale a un disimpegno dall’Ucraina. Ma segnala chiaramente un limite: l’UE fatica a concepirsi come soggetto capace di imporre costi diretti a chi viola l’ordine europeo, quando ciò comporta un’assunzione di responsabilità politica piena.
L’Europa ha paura di essere “matura”
La decisione del Consiglio Europeo non segna una resa, ma mette a nudo una verità scomoda: quando l’Europa dispone di strumenti, fatica a usarli. I Paesi hanno timore di esercitare “potere” quando ne hanno la possibilità.
Certamente, l’obiettivo formale del Consiglio Europeo è stato raggiunto: garantire la continuità del sostegno finanziario all’Ucraina. Ma è il modo in cui lo si è fatto a rivelare tutta la fragilità politica dell’Unione. L’Europa ha scelto di non esercitare pressione sulla Russia utilizzando i suoi stessi beni congelati, preferendo invece trasferire il costo della guerra sulle finanze comuni europee, cioè sui contribuenti di oggi e di domani. È una decisione che salva il risultato, ma indebolisce il messaggio.
Un segnale davvero potente sarebbe stato colpire Mosca nel punto più sensibile – il capitale – e farlo senza ambiguità, senza risparmiare governi filorussi o veti politici interni. Invece l’Unione ha dimostrato, ancora una volta, di saper reagire solo a metà: capace di mobilitare risorse, ma riluttante a trasformarle in leva politica e strategica. Il sostegno all’Ucraina continua, ma la pressione sulla Russia resta incompleta. E questo, sul piano geopolitico, pesa.
In geopolitica, spesso, non è l’assenza di mezzi a determinare l’irrilevanza, ma l’incapacità di trasformarli in decisioni. Oggi l’Europa continua a sostenere l’Ucraina. E questo è un fatto. Ma resta aperta una domanda più ampia, e più inquietante: quanto a lungo potrà evitare di esercitare potere senza pagarne il prezzo in termini di maturità?
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Mi permetto alcune osservazioni.
L’Europa non è a oggi uno stato sovrano e quindi non c’è da stupirsi che non si comporti da “attore sovrano”. Ne conseguono inevitabili divisioni interne, tempi di reazioni lunghi e compromessi al ribasso.
Data questa realtà, questo stato dell’arte, l’accordo non mi pare una “rinuncia ad esercitare potere”. Gli asset russi restano congelati, gli aiuti militari continuano a convergere verso l’Ucraina, il famigerato piano americano in 28 punti è oggettivamente morto e sepolto.
Non mi sembra poco. Si poteva fare di più? Indubbiamente, ma realisticamente era possibile? Risponderei di no.
Non si poteva fare di più date le divergenze tra alcuni Paesi europei.
Codesti continuano a pensare che la guerra in Ucraina non li riguardi direttamente.
Per il momento (forse) è vero, ma chi assicura che la Russia si fermerà una volta eventualmente raggiunto il suo obiettivo?
Nulla può assicurarlo, certe nazioni con i loro leader e cittadini si renderanno conto della gravità soltanto se certi eventi capiteranno direttamente anche a loro.
D’altronde nemmeno la leadership ucraina credeva inizialmente a un’aggressione russa in base ai dati comunicati dall’intelligence americana.
Qualcuno può dire che è una posizione precauzionale, però la Russia potrebbe intenderla come una debolezza e un’incapacità di reazione dandosi più forza e determinazione per organizzare e portare avanti future aggressioni.
Sempre che riesca effettivamente a fare ciò in futuro, data le varie difficoltà attuali sul campo e sul lato interno con economia e finanza non proprio in un buono stato.