

Nel suo saggio Governare il linguaggio, Donatello D’Andrea analizza il ruolo delle parole nella politica contemporanea e nelle relazioni internazionali. Non un semplice strumento per raccontare i fatti, ma una forma di potere capace di delimitare il campo delle decisioni, costruire consenso e modificare i rapporti di forza.
Le parole della politica vengono spesso trattate come un rivestimento dei fatti. Prima accadrebbero le cose serie – guerre, vertici, trattative, sanzioni, accordi – e soltanto dopo arriverebbe la comunicazione, incaricata di raccontarle, giustificarle o deformarle.
Governare il linguaggio. Diplomazia, potere e comunicazione nell’età della performance, di Donatello D’Andrea, parte dal rovesciamento di questa prospettiva: il linguaggio non si limita a descrivere l’azione politica, ma contribuisce a renderla possibile, a delimitarne lo spazio e, in alcuni casi, costituisce esso stesso l’azione.
È un’intuizione nota almeno da quando John Austin spiegò che con le parole non ci limitiamo ad affermare qualcosa, ma possiamo promettere, ordinare, minacciare, riconoscere o escludere. D’Andrea, però, prova a portare questa intuizione nel campo della politica contemporanea e delle relazioni internazionali, costruendo un quadro unitario nel quale confluiscono filosofia del linguaggio, semiotica, comunicazione politica, analisi critica del discorso e teoria dei giochi.
La tesi che attraversa il libro è espressa con nettezza: prima ancora di controllare un territorio, un’economia o un esercito, il potere cerca di controllare le parole con cui quel territorio, quell’economia o quell’esercito saranno nominati.
Definire un’invasione come “operazione”, una minaccia come “deterrenza”, una resa come “pace” o un avversario come “regime” significa predisporre il terreno sul quale gli eventi verranno interpretati. Non basta possedere una forza materiale superiore se si perde la capacità di stabilire che cosa quella forza rappresenti agli occhi dei propri cittadini, degli alleati e dell’opinione pubblica internazionale.
Il merito principale del saggio sta nel non fermarsi a questa affermazione, ormai familiare nel dibattito sulla propaganda e sulla post-verità. D’Andrea tenta una sistemazione teorica articolata in quattro strumenti: la diplomazia performativa, il modello dell’adottabilità del frame, il governo della comunicazione e la teoria dei giochi comunicativa.
La diplomazia performativa descrive quelle situazioni nelle quali un leader non comunica semplicemente ciò che intende fare, ma agisce attraverso la comunicazione. Una minaccia tariffaria può modificare il comportamento di un interlocutore prima ancora che il dazio venga applicato; la scenografia di un incontro può stabilire una gerarchia prima che inizi il negoziato; un’umiliazione pubblica può restringere lo spazio politico dell’avversario quanto una misura concreta.
I casi dedicati a Donald Trump, Volodymyr Zelensky, Vladimir Putin, Giorgia Meloni e alla disputa sulla Groenlandia mostrano con efficacia come parole, gesti, silenzi e disposizione dei corpi concorrano alla definizione dei rapporti di forza.
Basti pensare all’incontro nello Studio Ovale del febbraio 2025 tra Trump e Zelensky: le telecamere accese, il tono degli scambi e la stessa disposizione della scena trasformarono un colloquio bilaterale in una rappresentazione pubblica delle gerarchie, con effetti politici immediati e indipendenti da qualsiasi documento firmato.
Particolarmente utile è la distinzione fra comunicazione di governo e governo della comunicazione. La prima interviene dopo una decisione per illustrarla o difenderla. Il secondo agisce prima, costruendo l’ambiente semantico nel quale alcune decisioni appariranno naturali, necessarie o inevitabili e altre diventeranno difficili persino da formulare.
È il passaggio dalla conquista del consenso su una singola scelta al controllo del campo entro cui le scelte possono essere pensate.
D’Andrea prova inoltre a formalizzare l’adottabilità di un frame attraverso quattro fattori: la coerenza con le convinzioni già presenti nel pubblico, la credibilità della fonte, la tempestività e la disponibilità di narrazioni alternative.
Non si tratta, come l’autore chiarisce nella nota metodologica, di attribuire un valore numerico all’efficacia di una narrazione. Il modello è ordinale, non cardinale: serve a confrontare frame concorrenti e a scomporre ciò che normalmente liquidiamo con formule impressionistiche come “quel messaggio ha funzionato”.
È probabilmente questo il punto più ambizioso e, insieme, più esposto alla discussione. Le formule matematiche conferiscono ordine alle intuizioni e obbligano a distinguere variabili che il commento politico tende a confondere. Resta tuttavia aperta la questione della loro effettiva capacità predittiva e della possibilità di sottoporle a una verifica empirica sistematica.
D’Andrea non nasconde il problema e presenta il proprio lavoro come un saggio teorico, non come un modello econometrico già compiuto. La formalizzazione va quindi letta soprattutto come proposta di ricerca: una mappa da mettere alla prova, non una legge definitivamente dimostrata.
Anche la scelta di casi molto recenti espone inevitabilmente alcune valutazioni all’usura degli eventi. Ma è il prezzo di un libro che vuole osservare la comunicazione strategica mentre accade, senza attendere che la cronaca venga sterilizzata dalla distanza storica.
Nei passaggi migliori, l’attualità non serve a decorare la teoria: permette di vedere meccanismi che il ritmo dell’informazione quotidiana tende a nascondere.
Governare il linguaggio è dunque un libro ambizioso che ha soprattutto il pregio di restituire serietà allo studio delle parole in un’epoca che oscilla fra due errori opposti: credere che la comunicazione sia tutto oppure considerarla soltanto propaganda.
Le parole non sostituiscono i fatti, ma decidono spesso quali fatti vedremo, come li chiameremo e quali conseguenze saremo disposti ad accettare. Comprenderne il funzionamento non ci rende immuni dalla manipolazione.
Come scrive D’Andrea, può almeno rallentarla: dare un nome agli strumenti con cui veniamo persuasi significa riconquistare il tempo necessario a decidere se lasciarci persuadere. Ed è già molto.
Nota di trasparenza: Donatello D’Andrea è redattore di InOltre.
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

D’altra parte se, come narra la Bibbia, con la sola parola è stato creato l’intero universo e tutto ciò che contiene – e non conta essere credenti o no: il valore simbolico di quella narrazione rimane comunque intatto – non dovremmo avere difficoltà a credere che la parola possa di per sé creare la politica e tutto ciò che ne consegue (sul potere della parola e di ciò che può scatenare, proprio in ambito politico, uno degli esempi più potenti che mi vengono in mente è il discorso di Antonio sul cadavere di Cesare).