
La libertà di espressione non è un assoluto della modernità. È una conquista che vive in un contesto, non un bene sospeso nel vuoto. Cambia quando cambiano i mezzi con cui ci parliamo, gli spazi pubblici, il modo in cui ci immaginiamo come collettività. Siamo ancora giustamente terrorizzati dalla censura formale, che in gran parte del mondo non occidentale è lo status quo. Ma non è più l’unica né la principale nelle democrazie. Accanto ai tentativi di limitare ciò che possiamo dire, è emerso un altro fronte: un ecosistema informativo che decide se quelle parole circolano o svaniscono.
La storia della libertà di espressione è la storia delle condizioni che danno potere alla parola. Per capirlo bisogna tornare indietro, prima dei social e della televisione, a quando la parola era una concessione, non un diritto. Nel senso moderno nasce con l’Illuminismo. Per secoli la parola era un territorio sorvegliato dal sovrano, dalla Chiesa o dalla comunità. Dire qualcosa di sgradito significava rischiare reputazione e vita. Galileo si salvò abiurando. Bruno no. Non erano eccezioni: la parola non era un diritto, era un favore revocabile.
La svolta arriva quando l’individuo diventa portatore di diritti, non destinatario di permessi. È la Rivoluzione francese a tradurre in atto politico quel principio. Parlare senza chiedere autorizzazione significa sentirsi parte attiva del mondo. La libertà implica responsabilità e azione. Ma quando un principio entra nel reale si deforma. Il principio è universale, il terreno no. Nel 1793 la Rivoluzione ghigliottina Olympe de Gouges, autrice della Dichiarazione dei diritti della donna, per essersi opposta ai giacobini. La libertà era universale a parole, selettiva nei fatti.
Con l’Ottocento cambia il paesaggio mentale delle società. Stampa industriale, Stati nazionali e alfabetizzazione trasformano la parola in un’infrastruttura politica. La stampa non informa soltanto: crea comunità tra persone che non si conoscono ma condividono notizie e immaginario. Pubblici che esistono soprattutto nella percezione condivisa. L’opinione diventa misurabile, indirizzabile, mobilitabile. È un nuovo attore del potere, che nessun sovrano aveva mai dovuto affrontare. Arrivano giornali pensati per orientare il mondo, non solo per raccontarlo.
Prima si convinceva un re, ora si può agire sulla pressione della popolazione. Fogli come Il Risorgimento in Italia o Le Petit Journal in Francia mostrano come l’informazione sia già un campo di battaglia. Le prime redazioni non raccolgono solo notizie: costruiscono narrazioni che accendono o spengono il consenso. Intanto maturano le condizioni del salto novecentesco: diffusione, alfabetizzazione, politicizzazione.
Il salto arriva con il secolo totalitario. Radio, cinema e stampa industriale creano un flusso informativo continuo. Per la prima volta la popolazione vive immersa in flussi che contano più dell’esperienza diretta. Nel 1922 Walter Lippmann lo mette a fuoco: la pseudo-environment, l’immagine mentale costruita dai media, diventa più influente dell’esperienza diretta. I totalitarismi non si limitano a censurare, costruiscono il contesto percettivo stesso. Qui si vede il potere ambientale: plasmare il mondo in cui i cittadini credono di vivere.
Le società di massa diventano sensibili alle oscillazioni comunicative; il consenso smette di essere accessorio e diventa condizione del potere. Bernays nel 1928 lo formalizza definendo la propaganda come “ingegneria del consenso”. I totalitarismi lo applicano su scala industriale. Goebbels costruisce un ecosistema mediatico dove la popolazione tedesca non vede alternative alla narrazione nazista: non censura soltanto, riorganizza la percezione del reale e plasma la cornice simbolica con cui la società interpreta se stessa.
Il dopoguerra porta la televisione, ultimo spazio comune occidentale prima della frammentazione digitale. Unisce video, simultaneità e diffusione capillare, ma resta uno spazio controllato. Pochi canali, palinsesti decisi dall’alto, accesso limitato a chi ha risorse o potere. Il pubblico è comune ma passivo: riceve, non produce. La televisione restituisce un’immagine unitaria, costruita dalla verticalità del mezzo.
I telegiornali delle 20 come rituale collettivo, gli sbarchi lunari seguiti da centinaia di milioni di persone simultaneamente, i grandi eventi sportivi come momenti di identità nazionale. La televisione creava l’illusione — reale nei suoi effetti — che la nazione guardasse se stessa nello stesso momento.
Con Internet quel mondo comune si dissolve. Il digitale rovescia tutto: dalla centralizzazione si passa alla dispersione. Quell’unità aveva costi — verticalità, passività — e non va rimpianta. Aveva però un orizzonte condiviso. Il sogno di Internet come nuovo spazio pubblico sembra infranto, davanti alla costellazione di micro-spazi che abbiamo oggi. Ognuno con la propria memoria e il proprio ritmo.
La frammentazione è solo il primo passo. Gli umani non abitano più da soli questi spazi. Ci sono reti automatizzate: bot che simulano emozioni e conflitti, IA che genera flussi infiniti di contenuti. L’opinione pubblica diventa un insieme ibrido, dove umano e artificiale si confondono. La parola non scompare perché censurata ma perché perde il punto d’appoggio. Non trova più un terreno comune su cui depositarsi.
Durante le elezioni americane del 2016, l’Internet Research Agency russa gestiva migliaia di account automatizzati che generavano contenuti politici su Facebook e Twitter. Non serviva eliminare le voci critiche. Bastava sommergerle sotto un flusso artificiale che simulava consenso o dissenso. Su TikTok, l’algoritmo decide in frazioni di secondo se un contenuto vivrà o morirà. Un video può raggiungere dieci milioni di persone o fermarsi a cento visualizzazioni, non per qualità intrinseca ma per criteri opachi di engagement.
La differenza tra visibilità e oblio non dipende da un censore che blocca, ma da un sistema che seleziona secondo logiche proprie. Non è censura classica ma selezione ambientale. Il contenuto esiste formalmente, ma senza contesto che lo sostenga svanisce come se non esistesse.
I social riorganizzano il discorso secondo logiche proprie come velocità, conflitto, emozione, cattura dell’attenzione. Lì, con una parte crescente del “pubblico” composta da entità automatiche, l’individuo non perde solo visibilità ma anche peso politico e orientamento. L’ambiente reagisce artificialmente, amplificando ciò che conviene e ignorando ciò che disturba. Parlare in questo contesto significa perdere il nesso con il reale, perché le reti sintetiche costruiscono illusioni di consenso e dissenso. Il dibattito appare formalmente intatto ma è svuotato dentro.
Nelle democrazie non è più tanto lo Stato a limitare la parola, e non principalmente attraverso la censura classica. Il controllo passa dalla configurazione del contesto privato — perché i social sono privati — in cui la parola circola. La censura non scompare ma convive con un potere che agisce prima dei contenuti, modellando il luogo in cui una parola può incidere o dissolversi. È un potere meno visibile, non meno incisivo.
La libertà, dove c’è, entra così nella sua fase più ambigua. Formalmente tutti possono parlare, concretamente decide l’algoritmo. E paradossalmente l’appello alla libertà di parola viene usato per oscurare i nuovi meccanismi che la rendono inefficace pur senza vietarla. In un ambiente dove le narrazioni possono essere replicate, amplificate o distorte all’infinito, non serve imporre una verità né censurare, né fare propaganda nel senso classico. Basta alterare il contesto in cui la realtà prende forma.
Se ogni versione dei fatti circola con la stessa forza, la moltiplicazione delle narrazioni rende irrilevante la realtà. Non è più questione di imporre una bugia, ma di dissolvere la possibilità stessa di una verità condivisa.
Il paradosso è evidente. La libertà individuale di pubblicare è enorme, ma la capacità collettiva di costruire una realtà condivisa è più fragile. Non perché qualcuno vieti, ma perché il terreno comune si sbriciola e ogni cosa compete a colpi di stimolo. Il fronte passa tra chi difende uno spazio leggibile e chi vive del suo caos.
Come si difende un ecosistema sotto pressione? La regolazione delle piattaforme rischia di reintrodurre forme di controllo verticale che assomigliano alla censura. Chi decide cosa regolare, con quali criteri, e chi vigila sui regolatori? L’alfabetizzazione digitale è necessaria ma strutturalmente insufficiente quando i sistemi sono progettati per sfruttare bias cognitivi. Non si può chiedere ai singoli di resistere a meccanismi ottimizzati da ingegneri per massimizzare dipendenza.
Spazi pubblici digitali non commerciali — Mastodon, piattaforme federate, forum indipendenti — esistono ma restano marginali, incapaci di competere con le risorse e l’effetto rete delle grandi piattaforme. La risposta non è una soluzione unica: la libertà di espressione si difende riconoscendo che il contesto in cui vive non è mai neutro. Chi controlla algoritmi, infrastrutture e regole di amplificazione esercita potere politico anche senza censurare una sola parola. La posta in gioco è garantire che parlare abbia ancora senso. Difendere la libertà di espressione oggi significa difendere le condizioni che la rendono possibile.
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