Ieri è stato il 2 agosto, data in cui si ricorda il Porrajmos, l’Olocausto dei Rom. O meglio, si dovrebbe ricordare il Porrajmos, ma non lo fa quasi nessuno.
La data non è casuale: il 2 agosto 1944 fu “liquidato” lo Zigeunerlager, il settore di Auschwitz-Birkenau preposto per l’internamento degli zingari. All’incirca 4500 persone furono sterminate nel giro di poche ore. Molti superstiti dello sterminio nazista ricordano quella tragica notte; particolarmente significativa è la testimonianza diretta di Piero Terracina: “Ero rinchiuso nel settore D, quello dove i prigionieri erano condannati a morire e dove la vita media non superava i tre mesi. A fianco, a pochi metri, separati soltanto dal filo spinato c’era un lager anomalo per Birkenau. Vivevano lì delle famiglie al completo; c’erano tanti bambini molti dei quali certamente erano nati dentro quel recinto. Avevano conservato i loro abiti; quindi lì c’era tanto colore. A loro non erano stati tagliati i capelli. C’era sempre tanta animazione; i bambini giocavano e dove ci sono i bambini c’è sempre speranza, c’è futuro, cosa che nel nostro settore, dove esisteva soltanto violenza e morte, non c’era. Avevano anche degli strumenti musicali e spesso sentivamo che suonavano. Quella notte, in piena notte, sentimmo arrivare in quel lager le SS e l’abbaiare dei loro cani; poi degli ordini urlati in tedesco. Una grande confusione; gente che si chiamava, il pianto dei bambini che erano stati svegliati in piena notte, le grida di quelli che venivano colpiti. Tutto questo durò almeno un paio d’ore. Noi nel lager D non potevamo vedere niente, perché la notte le nostre baracche venivano chiuse per il coprifuoco, ma sentimmo tutto. Trascorso questo tempo, non sentimmo più niente. La mattina dopo, alla sveglia alle quattro e mezza del mattino, il primo pensiero fu quello di andare a dare uno sguardo al di là del filo spinato. Non c’era più nessuno; solo silenzio. Un silenzio doloroso, un silenzio agghiacciante, a paragone dei tanti suoni, tanti rumori, tante voci di qualche ora prima. Fu sufficiente dare uno sguardo alle ciminiere dei forni crematori per capire che tutti i Rom e Sinti (quelli che noi chiamiamo Zingari) del lager E erano stati, tutti, assassinati per gas e dati alle fiamme dei crematori.” La stima complessiva dei Rom e Sinti uccisi dal regime nazista si assesta tra il mezzo milione e il milione e mezzo: è imprecisa perché non di tutti si riuscì a ricostruire l’identità, e io credo che la rimozione collettiva della storia e dell’identità di questo popolo non abbia aiutato in questo. Gli zingari (che non è una parola offensiva, se non la si vuole usare come tale) fanno parte di noi, sono nostri concittadini, eppure nessuno li conosce, salvo tirarli in ballo quando si tratta di promuovere politiche securitarie. Cosa che, in effetti, non è una novità. Nei manuali di storia non v’è traccia di secoli di vessazioni e persecuzioni (pur documentate), a cominciare dal bando con cui Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona ordinarono l’espulsione di “mori, ebrei e gitani” e degli analoghi bandi diramati in tutta Europa tra il XV e il XVIII secolo, a volte anche contenenti disposizioni che scriminavano l’omicidio e il saccheggio ai danni dei Rom.
Fu nel XIX secolo che l’infame e imperituro pregiudizio razziale sulla predisposizione genetica degli zingari al crimine venne incensato di dignità scientifica e cristallizzato nei noti scritti di De Gobineau e Lombroso; proprio sulla scorta di questa dignità scientifica la legislazione persecutoria proliferò, fino a culminare nel decreto tedesco (replicato in molti Paesi europei) che, nel 1934, dispose la sterilizzazione coatta delle persone di etnia rom e sinti. Lo Zigeunerlager fu istituito l’anno successivo. Fra il 13 e il 18 giugno 1938 ebbe luogo una violenta “pulizia” di rom e sinti dalla Germania, una sorta di Kristallnacht. Non molto tempo dopo, il 16 dicembre 1942, Himmler stabilì che era ora di attuare “la soluzione finale della questione zingara”. Neppure va dimenticato che furono loro le principali cavie dei diabolici esperimenti compiuti sui gemelli e delle altre atrocità di Josef Mengele, l’efferato medico di Auschwitz. Eppure a Norimberga queste vittime non furono sentite come testimoni, e solo nel 1979 la Germania Ovest riconobbe che quanto accaduto era, a tutti gli effetti, uno sterminio su base razziale; a quel punto, e non prima, i superstiti acquisirono il diritto di ottenere un risarcimento, ma molti di loro erano già defunti. I rom dell’Est Europa furono anche fra le vittime delle brutali pulizie etniche che ebbero luogo negli anni novanta nell’ex Jugoslavia. Furono del tutto ignorati dalla Corte Internazionale di Giustizia nel caso Bosnia and Herzegovina v. Serbia and Montenegro: la sentenza del 2007 si concentra unicamente sui musulmani bosniaci, in quanto tali (molti bosniaci musulmani sono rom, ma questa circostanza non ebbe alcun rilievo), perché su di essi si concentravano le argomentazioni di parte attrice, che a tutti gli altri “non-serbi” faceva soltanto generici riferimenti. Ancora non vi è un sufficiente riconoscimento di quello che fu il Porrajmos: un genocidio vero (perché l’abuso che ultimamente si fa di questo termine è vergognoso, ma qui purtroppo questo rischio non c’è), il genocidio degli zingari, un altro genocidio commesso dai nazisti, quello a cui si dedicano, forse, tre righe sui libri di scuola. E non esiste nemmeno un’adeguata presa di coscienza di cosa lo provocò: l’odioso pregiudizio che da sempre li colpisce. In effetti, si tratta dell’unico odio che, ad oggi, pare non destare alcuna indignazione e, al contrario, sembra quasi unire tutti, tanto che viene liberamente manifestato in ogni occasione e in ogni luogo, addirittura nelle Istituzioni del nostro Paese. La prova di questo è ovunque e sotto gli occhi di chiunque, o quantomeno di chi ha occhi per vedere e vuole vedere. Credo sia giunto il momento di porre rimedio a un’ingiustizia secolare. Il primo passo, per il quale siamo già in gravissimo ritardo, è quello di ripristinare la verità, la conoscenza e la memoria, finora ignobilmente rimosse.
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