Nel dibattito pubblico il termine populismo, curiosamente, è tanto più inflazionato quanto più è lontano dalla sua origine storica. Origine che è duplice: il populismo russo da un lato, e quello americano dall’altro. In Russia il termine fu coniato a metà Ottocento per indicare un movimento di intellettuali che, in opposizione all’autocrazia zarista, riscoprì il popolo, in particolare i contadini. Movimento che vagheggiava un socialismo romantico, agrario, tradizionalista, volto a restaurare una mitica comunità incontaminata, in grado di resistere alle spinte modernizzanti provenienti dall’occidente. Del tutto indipendentemente, a quel primo populismo corrispose verso fine secolo un secondo sull’opposta sponda dell’Atlantico, dove nel 1892 lo U.S. People’s Party indirizzò il malessere dei piccoli farmer proprietari del Midwest e del Sud contro grandi imprese, alta finanza e ambienti corrotti di Washington.
Come ha osservato uno dei suoi più acuti studiosi, Alfio Mastropaolo, nel populismo vive un orientamento politico-ideologico presente nella tradizione politica americana fin dai suoi esordi. In esso convergono i temi del “self made man”, dell’autonoma responsabilità degli individui, del decentramento, dell’autogoverno locale e delle sane virtù della “middle class”, alternative ai vizi e ai privilegi delle élite. Ma il termine ben presto divenne così elastico da risultare fuorviante, oppure inutile. Roosevelt e Reagan, Bush e Obama e oggi Trump: non c’è presidente degli Usa che sia sfuggito all’appellativo di populista. Il suo abuso che si è fatto e si fa tuttora oltreoceano, quindi, dovrebbe già costituire un monito alla prudenza.
Il lemma populismo torna in auge per classificare i regimi nati in America Latina negli anni Venti del secolo scorso. Getulio Vargas in Brasile e Juan Domingo Perón in Argentina sono forse i due casi più noti. Entrambi attratti dai fascismi europei e dalle loro tecniche di mobilitazione del consenso, riuscirono a integrare ceti sociali prima condannati all’esclusione mediante una singolare miscela di manifestazioni di piazza, leadership carismatica e generosi provvedimenti paternalistico-redistributivi. Il populismo sudamericano, tuttavia, non ebbe mai la dignità di un’ideologia. Fu capace di sfruttare abilmente la retorica del popolo umile, rapinato dalle oligarchie latifondiste e dalla borghesia “compradora”.
Ridefinito in questo modo, il concetto di populismo era pronto a fare il giro del mondo. Nella seconda metà del Novecento viene infatti impiegato per designare i movimenti nazionalisti e antimperialisti proliferati in Africa e in Asia. Questa svolta semantica trova il suo imprimatur nel primo testo scientifico dedicato all’argomento, una volta abbandonato il teatro americano. Si tratta di un libro pubblicato nel 1969 a cura di Ernest Gellner e Ghita Ionescu (“Populism: Its Meanings and National Characteristics”), in cui il populismo diventa ufficialmente un contenitore dove si potevano far rientrare comodamente, per citare qualche nome, i cartisti inglesi, il bonapartismo, Gandhi, Sukarno, Nyerere. Bastava a definirli una concezione organicistica, secondo cui l’antica armonia, saggezza e moralità del popolo sarebbero state turbate da classi dominanti rapaci e dissolute. Il populismo terzomondista era, in verità, una categoria prevalentemente accademica. La novità è che alla fine anni Ottanta diventa una categoria mediatica e politica alla ricerca di antenati “illustri”. In Francia vengono trovati nel sanguigno movimento creato nei primi anni Cinquanta dal bottegaio di provincia Pierre Poujade, intriso di nazionalismo antiarabo, antisemitismo, rivolta fiscale, suggestioni antiparlamentari.
In Italia sarà il Fronte dell’Uomo Qualunque, fondato da Guglielmo Giannini nel 1946, ad essere riconosciuto come il suo avo più genuino. Marco Tarchi gli ha poi affiancato la retorica dell’antifascismo e della maggioranza silenziosa, il frontismo del Pci e del Psi, il popolarismo della Dc, le battaglie contro il “Palazzo” di Pasolini e contro la partitocrazia di Pannella, le picconate di Cossiga e Mario Segni, Bossi, Berlusconi e Di Pietro, i “girotondini” e il “popolo viola”. (L’Italia populista, il Mulino, 2018). Questo per dire che un po’ di populismo, senza neanche cercarlo troppo, si può scovare dappertutto e che quindi un minimo di cautela è indispensabile. Da ultimo, una breve parentesi sul movimento fondato da Gianroberto Casaleggio e Beppe Grillo. Al di là del rituale appello diretto al popolo sovrano, infatti, esso si è caratterizzato anzitutto come una rivolta contro la modernità.
Il popolo dei movimenti populisti del terzo millennio è quello dei disoccupati, della borghesia minuta, dei disorientati, degli impauriti dalla globalizzazione. Ma con il M5s delle origini ci troviamo su un pianeta diverso: il popolo al quale si rivolge o, meglio, si rivolgeva non è il popolo “semplice e umile”, ma è il popolo sofisticato del web; non nasce dallo spaesamento di fronte alla modernità, ma dalla modernità stessa. Si trattava di un elemento determinante del suo profilo politico e culturale. Si trattava, perché nell’èra di Giuseppe Conte per un verso è entrato nella stanza dei bottoni con un’attitudine sfacciatamente trasformistica, per l’altro si è caratterizzato come rappresentante dei perdenti nella lotteria della vita: i poveri, gli ultimi, i sofferenti, non senza una spruzzata di ambientalismo di marca paleoindustriale. Cosa che, almeno in parte, spiega il crollo della capacità attrattiva del “Vaffa” in vasti settori del ceto medio.
In conclusione, forse occorrerebbe restituire al termine populismo la sua antica funzione descrittiva. Nel testo citato, Tarchi lo definisce così: “Una mentalità che individua il popolo come una totalità organica artificiosamente divisa da forze ostili, gli attribuisce naturali qualità etiche, ne contrappone il realismo, la laboriosità e l’integrità all’ipocrisia, all’inefficienza e alla corruzione delle oligarchie politiche, economiche, sociali e culturali e ne rivendica il primato come fonte di legittimazione del potere, al di sopra di ogni forma di rappresentanza e di mediazione”. Dal canto suo, il politologo inglese Paul Taggart lo ha definito “servitore di molti padroni”, perché “il populismo è stato uno strumento dei progressisti, dei reazionari, degli autocrati, della sinistra e della destra”. E gli attribuisce “un’essenziale capacità camaleontica, nel senso che acquisisce sempre il colore dell’ambiente in cui si manifesta” (“Il populismo”, Città aperta, 2002). In estrema sintesi, il populismo è al massimo una ideologia “debole”, nelle cui espressioni storiche sono tuttavia ricorrenti alcuni elementi distintivi: primo tra tutti l’appello diretto al popolo, senza mediazioni istituzionali, contro l’establishment.
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