


Prima puntata di un lavoro di Vincenzo Russo in tre parti dedicato alla persistenza dei populismi nelle democrazie contemporanee: dalla crisi della rappresentanza politica alla trasformazione digitale del consenso, passando per il laboratorio italiano.
Il populismo non è solo uno stile politico, ma il sintomo di una democrazia schiacciata sull’oggi. Paura, rabbia, semplificazione e assenza di futuro ne alimentano la persistenza.
La scienza politica, e non solo, può contare una miriade di testi che contengono diverse definizioni di populismo o, meglio, di populismi al plurale, considerata la copiosa casistica originatasi dalle differenti esperienze populiste: dalle pratiche di fine Ottocento e del Novecento a quelle legate alla globalizzazione, fino alle forme emergenti nell’era dei social media.
Vista l’indeterminatezza dovuta alla pluralità di significati, il termine “populismo”, così come utilizzato nel gergo politico e giornalistico, rischia di essere inservibile. È una parola pigliatutto: troppi significati possono convergere verso nessun significato, e alla fine connotare tutta l’attività politica come populista. Tanto che dare del populista all’altro è un po’ come considerare alcolista “uno che beve quanto te, ma non ti sta simpatico”.
Con una buona dose di semplificazione, esistono però dei tratti tipici che concorrono a formare il canovaccio del buon leader populista, ancora oggi: la giacobina identificazione con il popolo – come si trattasse di un’entità pre-politica di stampo russoviano; la tendenza ad assecondare i desideri contingenti delle masse; il cavalcare, se non fomentare, i sentimenti di paura o di odio verso il capro espiatorio del giorno; la brutale semplificazione della realtà; e il nonsense dell’“antipolitica” – anche la più radicale opposizione rappresenta, per ciò stesso, un’espressione politica.
E se il leader è anche un “fuoriclasse”, capace di annichilire i partiti e i corpi intermedi della democrazia, può riuscire a dare corpo a tutto il coerente schema indirizzandolo verso forme illiberali – il “caso Trump” è da manuale. Sono solo le garanzie del sistema liberale che possono frapporsi, infatti, tra il governo ad nutum “in nome del popolo” e la libertà degli individui. Solo il liberalismo può imbrigliare il populismo; in tal senso rimane la sua vera alternativa.
Si tratta, in realtà, di atteggiamenti diffusi trasversalmente tra le varie formazioni politiche, che attecchiscono facilmente a causa di due motivi: il primo deriva dalla difficoltà di controbattere efficacemente alla retorica populista, per cui spesso è più semplice per gli altri partiti incorporarla nella propria piattaforma politica; il secondo è legato all’assenza di una prospettiva che sappia coniugare le conquiste del passato con l’aspettativa di un futuro che le possa garantire migliorando le condizioni sociali.
Quello che di meglio ci può capitare è riuscire a dare forma all’oggi. Solo a esso. Il rischio è paventato da Tocqueville: se “il presente prende corpo e si ingigantisce, copre il futuro che si annulla”.
Ciò per dire che le classi politiche contemporanee sono, come non mai, appiattite sul presente. L’agenda politica è un convulso susseguirsi di problemi spesso sconnessi gli uni dagli altri. I temi da dare in pasto al dibattito pubblico sono fissati giorno per giorno, salvo abbandonarli, senza fornire una soluzione tampone che non sia una mera risposta all’emergenza, in presenza di un nuovo, irresistibile ballon d’essai. Si ha la sensazione di muoversi, ma è un falso movimento perché si rimane impantanati nello stagno del “presentismo”.
In tal senso “populismo” e “presentismo” si alimentano a vicenda perché condividono il primato della contingenza – elettorale e amministrativa – rispetto all’esigenza di coltivare visioni più ampie e unitarie. Il loro paralizzante sodalizio conduce, spesso, fuori dalla storia e dalla realtà.
È un continuo innalzarsi di barricate a difesa di ciò che si ha già, perché se non vedi un domani la politica si trasforma in un gioco a somma zero che impedisce l’avanzamento della società.
Il ricorrente mantra italiano della patrimoniale, che riscatterà ogni ingiustizia sociale in cielo e in terra, è coerente con tale impostazione. Ovviamente, il maggior gettito sarebbe destinato sic et simpliciter a un incremento della spesa pubblica. Nessuno – che io sappia – pone l’accento “sul come” sia stato realmente impiegato il fiume di denaro transitato in questi anni dalle casse dello Stato.
La crescita e la produttività sono temi del tutto marginali nel confronto politico: la mischia attorno all’osso da spartire cancella il fatto che quell’osso qualcuno l’ha prodotto, e non è detto che continuerà a farlo in assenza delle condizioni necessarie, come un livello accettabile di pressione fiscale.
Nel corso della storia il populismo si è manifestato quando un pezzo importante della popolazione ha accusato pesanti disagi, il primo dei quali è stato l’impoverimento. Tanto è accaduto alla piccola borghesia nella Repubblica di Weimar travolta dall’inflazione; lo stesso per la borghesia latinoamericana vittima dell’esplosione dei prezzi delle materie prime negli anni Venti.
Più di recente, qualcosa di simile è avvenuto negli Stati Uniti e in Europa per i “perdenti della globalizzazione” – ad esempio chi ha perduto il posto di lavoro a causa della delocalizzazione delle attività produttive –, che non hanno ricevuto un’adeguata compensazione dai sistemi di welfare. Anche se una vera compensazione per i perdenti è difficile che possa esistere.
Può allora accadere che le truppe degli sconfitti si affidino al primo vincente che promette il riscatto dando voce alla loro rabbia e al loro senso di smarrimento. Anche un miliardario come Trump può andar bene. La sua spregiudicatezza e la sua cafonaggine bastano a compensare il fatto che sia comunque espressione dell’élite “usurpatrice”. I difetti dei leader populisti diventano pregi agli occhi dei loro sostenitori.
Anche per il populismo valgono le categorie politiche destra-sinistra. Il populismo di natura reazionaria si manifesta quando dei leader cinici fomentano i peggiori istinti – paura, rabbia, razzismo, intolleranza religiosa – a sostegno della loro azione politica o per consolidare i propri regimi.
Il peronismo ne è un esempio. Il movimento di Juan Perón, sorto negli anni Quaranta in Argentina, per rispondere alla grave crisi economica e sociale, realizzava una specie di nazionalismo corporativista: un’alleanza tra lo Stato, la borghesia industriale e gli operai, per effetto della quale le distinzioni tra imprese e governo erano sempre meno nette.
Il fascismo e il nazismo, seppur fenomeni dotati di una loro specificità, si manifestarono anch’essi con buone dosi di populismo reazionario.
Forme spaventose di populismo si sono registrate anche negli Stati Uniti con il movimento segregazionista di George Wallace e il Ku Klux Klan. Anche se c’è da dire che l’America può vantare una storia di populismo “buono” che caratterizzò la lotta dei coloni contro la Corona britannica, percepita e promossa come uno scontro tra libertà e potere.
La Rivoluzione americana, scaturita dalla virtuosa alleanza tra l’élite e le masse contro il potere coloniale, ebbe il pregio di compiersi con la creazione, da parte dei Padri fondatori, di un sistema costituzionale di freni e contrappesi per evitare pericolose derive plebiscitarie.
Dall’elezione di Thomas Jefferson alla presidenza nel 1800, e la dichiarazione d’indipendenza, alla successiva elezione di Andrew Jackson nel 1828 – il fondatore del Partito democratico che, con il suo “produttivismo patriottico”, può essere considerato il primo vero populista americano –, fino alla creazione del People’s Party nel 1891, movimento che contestava i potentati economici di allora quali le banche e le ferrovie, il populismo è stato una costante della politica americana.
Oggi, i populismi di destra tendono a individuare il nemico delle fasce sociali in sofferenza, di cui affermano di voler fare gli interessi, soprattutto secondo elementi etnici o culturali, e trovano terreno fertile nei Paesi con forte immigrazione, in particolare quando essa è fuori controllo e genera consistenti flussi irregolari.
Sul versante opposto, i populismi di sinistra si alimentano di invidia sociale e agitano il vecchio feticcio della lotta di classe per contrapporre i poveri ai ricchi.
Nel coltivare l’ossessione per la distribuzione del reddito – in situazioni dove gli Stati intermediano già più della metà del Pil –, il loro obiettivo finale è l’allocazione pubblica delle risorse, con la cancellazione dei criteri di economicità, degli incentivi e della meritocrazia.
Probabilmente, la manifestazione più estrema di populismo di sinistra è stata la Rivoluzione culturale di Mao, che tra il 1966 e il 1976 rivoltò come un calzino la società cinese eliminando tutta la classe intellettuale, e causò milioni di morti.
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2 pensieri su “Il populismo e la trappola del presente”