

Dopo sette mesi e passa, Elly Schlein ha convocato la Direzione del Pd per il 23 settembre. Alla vigilia del voto nelle Marche, il dibattito con ogni evidenza si concentrerà sulle prossime elezioni regionali. Si tratta di un elegante escamotage per rinviare sine die il confronto interno sulla linea, in particolare di politica internazionale, del partito. Infatti, chi si assumerebbe la responsabiltà di inoculare nel suo corpo il veleno della divisione dopo una campagna elettorale caratterizzata dallo slogan “Uniti si vince”?
Leggo che i riformisti dem si sono lamentati per la mossa inaspettata della segretaria. Il motivo, però, non è chiaro. Dopo anni di silenzio (con qualche lodevole eccezione), pensavano di poter alzare la voce all’improvviso con qualche esito significativo? Mi sia consentito, a questo punto, di fare la parte dell’avvocato del diavolo.
Da quando Roberto Michels scoprì la legge ferrea dell’oligarchia (1909), le cose non sono molto cambiate. Con il Pd di Schlein, forse, sono anche peggiorate. Ciò che si chiama democrazia in un partito è infatti puramente e semplicemente la non monoliticità dell’oligarchia, ovvero il suo frazionamento in sottogruppi in contesa tra loro per spartirsi quote di potere e rendite di posizione, nelle istituzioni rappresentative come nella società civile.
Ora la democrazia, tanto nella versione di Tocqueville che nella versione di Rousseau, è l’antitesi del governo oligarchico, mentre la cosiddetta democrazia dei partiti (anche quando sono o si chiamano movimenti) ne è la degenerazione. Ebbene, come non si può negare che il Pd sia un partito oligarchico, non si può certo definire democrazia la sua degenerazione in un potere oligarchico.
Si smetta, quindi, di spacciare per pluralismo politico-culturale quella che è anzitutto una licenziosa logica correntizia.
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Michele Magno, come al solito, breve, succinto e compendioso (grande dote). Il declino esponenziale di questo partito che ho visto nascere ed a cui sono stato iscritto per decenni é inarrestabile.