

La possibile vittoria mondiale del Marocco sarebbe molto più di un’impresa sportiva: diventerebbe il terreno di scontro tra emancipazione del Sud globale, orgoglio identitario e propaganda radicale.
La vittoria ai rigori contro l’Olanda ai Mondiali, arrivata nelle prime luci del mattino in Europa, non è stata soltanto un saggio di atletismo e tattica calcistica. È la fotografia nitida di un baricentro globale che si sta spostando, dentro e fuori dal rettangolo verde.
Quando le superpotenze storiche del calcio faticano a contenere l’esuberanza organizzata delle nazioni emergenti, la cronaca sportiva sfuma inevitabilmente nella sociologia. E la domanda che oggi galleggia sul fondo di questo risultato smette subito di essere un gioco da tifosi per farsi dilemma politico: cosa accadrebbe se il Marocco vincesse davvero un Mondiale?
A innescare questa riflessione è anzitutto l’impatto visivo di una vittoria che ha immediatamente trasceso lo sport. Le immagini dell’allenatore marocchino Mohamed Ouahbi e della sua squadra sono diventate virali sui social per essersi raccolti in cerchio a recitare preghiere pochi istanti prima dell’inizio della lotteria dei rigori. Subito dopo l’errore decisivo degli olandesi, i giocatori si sono prostrati a terra in preghiera (il tradizionale Sujud) per ringraziare Allah e mostrare pubblicamente la loro umiltà.
Un simile traguardo si presterebbe a una doppia, speculare narrazione, diventando il terreno di scontro ideale tra emancipazione globale e recupero identitario radicale.
Da un lato, il cammino della nazionale marocchina viene vissuto come il definitivo riscatto di quello che un tempo veniva liquidato come “Terzo Mondo”. Non si tratta semplicemente di una rivalsa sportiva, ma di un atto di emancipazione culturale: l’irruzione di una nazione post-coloniale ai vertici di un gioco di cui l’Occidente ha sempre dettato le regole, i codici e l’immaginario.
Sul piano politico, un successo di questa portata potrebbe offrire una formidabile sponda al mondo islamico moderato. Diventerebbe la dimostrazione che il successo globale si può conquistare anche al di fuori dei canoni eurocentrici, senza per questo rinnegare le proprie radici.
Per milioni di giovani nel Sud globale, e per le seconde generazioni che popolano le metropoli europee, quel trofeo rappresenterebbe una grande speranza: la prova che è possibile conquistare un posto al tavolo dei grandi. A patto, però, che questo successo si traduca in un’autentica adesione a una comunità universale di valori, che la stessa Coppa del Mondo rappresenta, e non nell’ennesima rivendicazione di un isolamento identitario.
Dall’altro lato dello specchio, tuttavia, lo stesso identico evento verrebbe immediatamente sequestrato e strumentalizzato dalle frange più radicali del fondamentalismo. Nel gran teatro della propaganda ideologica, il successo sportivo si trasformerebbe in un segno divino, in un manifesto politico-religioso da esibire come trofeo di guerra: “Ecco, l’Islam sta diventando più forte e governerà il mondo. È la fine del modello occidentale”.
Le istantanee che arrivano in queste ore dall’Europa — con le strade di Amsterdam, Rotterdam e, soprattutto, il quartiere Schilderswijk all’Aia trasformati in un teatro di guerriglia urbana, tra lanci di pietre, bottiglie e fuochi d’artificio diretti contro la polizia per invadere la via dei tifosi rivali — mostrano come la narrazione tossica sia già in atto.
In queste derive, la Coppa del Mondo non è più il simbolo dell’emancipazione di un popolo, ma l’avanguardia di una rivincita teocratica contro la decadenza dell’Occidente laico.
Il pericolo reale è che la complessità di una nazione moderna e in crescita come il Marocco venga compressa e arruolata d’ufficio nella guerra culturale globale, trasformando una festa di popolo nell’ennesimo pretesto per profetizzare lo scontro di civiltà.
A dimostrazione di come il rettangolo verde sia ormai diventato il prolungamento drammatico delle fratture geopolitiche, basta guardare, simmetricamente, a quanto è accaduto all’Iran, impegnato nello stesso torneo oltreoceano.
Le denunce del capitano Mehdi Taremi sulla “troppa tensione” che circonda la squadra negli Stati Uniti, tra proteste anti-ayatollah fuori dagli stadi e un clima di esasperata militarizzazione ideologica, confermano che l’atleta non è più padrone del proprio gesto.
La pretesa che una squadra di calcio si trasformi nel palcoscenico permanente di una rivoluzione, o al contrario nel baluardo di un regime teocratico, evidenzia lo stesso identico vizio: l’annullamento dello sport in favore di un allineamento obbligatorio alle agende politiche globali.
Resta l’ipotesi che il calcio, con la sua spietata capacità di riflettere le nevrosi del nostro tempo, ci stia dimostrando che nessun campo è ormai più neutro.
Se la palla è rotonda, il mondo che vi gira intorno è sempre più polarizzato, drammaticamente sospeso tra il sogno di un’emancipazione reale e l’incubo di un nuovo, rassicurante fanatismo.

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E pensare che lo sport dovrebbe essere un catalizzatore di emozioni e uno sfogo ai conflitti. Diventa invece uno strumento di rivendicazioni e un mezzo per affermare la propria superiorità.
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La cosa più orribile è il gesto che hanno scelto per esultare: il segno del taglio della gola. Non dovrebbe essere ammesso, ma tanto nessuno se ne occuperà.”