di Michele Magno
Vietnam, villaggio di My Lai,16 marzo 1968: una compagnia di fucilieri americani uccide alcune centinaia di civili inermi, soprattutto anziani, donne e bambini. I soldati si abbandonano anche alla tortura e allo stupro degli abitanti. Il comandante della compagnia, il tenente William Calley, fu condannato nel 1971 ai lavori forzati a vita (pena commutata dal presidente Nixon nella detenzione in un carcere federale). Il massacro di My Lai indignò l’opinione pubblica degli Stati Uniti, che reagì con imponenti manifestazioni di massa per il ritiro delle sue truppe dai territori occupati.
La differenza tra una democrazia e una dittatura sta qui. Anche la prima può macchiarsi di crimini orrendi, ma ha gli anticorpi -a partire da una libera informazione- per contrastare il virus della violenza e dell’infamia. Ma c’è anche una differenza tra ieri e oggi. Ieri i pacifisti si battevano contro l’imperialismo americano, e chiedevano come condizione della fine della guerra la resa degli aggressori. Né, ovviamente, denunciavano gli aiuti militari ad Hanoi della Russia e di quella Cina tanto cara a Massimo D’Alema, e ben prima del traffico dei ventilatori fasulli made in Beijing.
Oggi i pacifisti non si battono contro l’imperialismo russo, non denunciano i massicci aiuti militari a Mosca dei regimi di Teheran e di Pyongyang e chiedono come condizione della fine della guerra la resa degli aggrediti. Detto fuori dai denti: il pacifismo dei pacifisti etici, come quello dei pacifisti che dell’etica invece se ne fottono, è mosso in primo luogo da amore per la pace, oppure da odio per la democrazia occidentale? Certo, c’è poi chi sostiene (sempre D’Alema) che il principio cardinale di quest’ultima (“una testa, un voto”) è ormai degenerato in un principio censitario (“un dollaro, un voto”). Il paradosso è che lo ha sostenuto non molto lontano da Piazza Tienanmen, dove il 4 giugno 1989 migliaia di studenti, intellettuali e operai sperimentarono le virtù miracolose della “democrazia cingolata” made in China.
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