
Dopo l’elezione di Trump, verrebbe da dire a furor di popolo, sono iniziate le prese di posizione, in senso letterale, di politici e opinionisti.
Mi viene in mente il titolo del libro di Umberto Eco “Apocalittici e integrati” per definire gli atteggiamenti opposti di chi già si straccia le vesti, come fa oggi Walter Veltroni sul Corriere della Sera, preconizzando un mondo dominato dalla triade armata Russo-cino-americana, con tutti gli altri costretti a scegliere il proprio protettore.
Aggiungendo ad abundantiam che la presenza di Elon Musk a fianco di Trump, sodalizio già soprannominato Trusk, metterà in crisi la forma di democrazia come la conosciamo, surclassata dalle tecnologie informatiche aperte all’accesso di tutti in tempo reale senza filtri né mediazioni. Ma va pur detto che le democrazie dovranno iniziare prima o poi a interrogarsi su come utilizzare al meglio le tecnologie digitali e la rete per aggregare il consenso. Altrimenti il rischio è che i populisti prevalgano sempre. Non a caso il sinistro consulente di Trump, Steve Bannon, ha detto proprio ieri: “Servono media alternativi, podcast, streaming, Twitter hanno battuto i media tradizionali in questa elezione”. E da noi è ancora fresco il ricordo della catastrofica esperienza di “democrazia diretta” dei 5 Stelle.
Dall’altra parte sovranisti e populisti gongolano, certi che il secondo mandato Trump e le annunciate scelte di ministri e collaboratori più stretti annuncino l’inizio di un’età dell’oro.
Naturalmente la realtà si incaricherà come al solito di demolire i giudizi affrettati, dettati il più delle volte da visioni ideologiche e da wishful thinking.
L’agenda di Trump è a dir poco ambiziosa. Ha promesso in campagna elettorale accordi in tempi brevi per far cessare le guerre in corso e, qualora riesca, saranno dei compromessi a ribasso, degli armistizi che scontenteranno attori e spettatori.
L’altra promessa, che sembra premiare presso le sempre più malmostose opinioni pubbliche occidentali, riguarda rallentare o addirittura fermare il flusso migratorio verso gli USA. Ma ragione vuole che sia solo un rinvio alle prossime generazioni dell’ineluttabile necessità per le società in deficit demografico di accogliere nuova forza lavoro.
Quanto ai ripensamenti circa le politiche sul clima, come ha scritto Simone Paoli qualche giorno fa su InOltre, meno ideologia e più pragmatismo non saranno un male.
Questi sommovimenti del primo quarto del XXI secolo sono solo l’inizio di una nuova era sempre più dominata da pulsioni conservative e l’affermarsi ovunque di soluzioni reazionarie è anche la logica risposta alle troppe fughe in avanti e ai troppi no del cosiddetto progressismo.
Sarà come sempre la storia a dire dove si andrà a parare.
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Il contributo di Stefano Piperno: Il nuovo corso di Trump tra apocalittici e integrati mi é piaciuto. Ho tentato di condividerlo su FB ma mi é stato rimosso.