

Quando Donald Trump ha cominciato ad annunciare che, grazie al suo intervento, la guerra in Ucraina si sarebbe conclusa in 24 ore, no 48, forse un paio di settimane, presumibilmente a Pasqua, più o meno entro l’estate, molti aspiranti negoziatori e pacifisti sulla pelle degli ucraini hanno legittimamente gioito. Avevano ragione loro, negoziare con Putin era possibile e doveroso fin dal primo giorno di guerra.
Ci voleva Donald Trump per finirla una volte per tutte con questa deriva guerrafondaia degli europei ipnotizzati dal soldatino Vladimir Zelensky. Col santino di The Donald in mano, c’è stato chi ha ironizzato: “ma la guerra non doveva finire quando lo decidevano gli ucraini?” Qualcun altro ha rincarato la dose prendendosela direttamente con Zelensky reo di aver sacrificato centinaia di migliaia di giovani vite quando una soluzione negoziale era sempre stata lì a portata di mano.
Oggi, di fronte all’ennesimo niet russo all’ennesima boutade del negoziatore americano sulla spartizione dell’Ucraina in zone d’influenza sul modello Berlino 1945, chissà se si sarà insinuato, nella testolina di questi buontemponi del negoziato, il dubbio che sull’Ucraina i russi non hanno alcun desiderio di negoziare. Che l’Ucraina è roba loro con le buone e soprattutto con le cattive. Che ogni tentativo di fermarli dal loro unico e non negoziabile intento, rendere l’Ucraina uno stato vassallo, verrà considerato come un atto di guerra.
E soprattutto lo avrà capito Donald Trump? Inutile farsi questa domanda perché Trump vive nella sua bolla Maga come un dittatore nel bunker ed il piano della realtà è una variabile noiosa e per lo più manipolata dai suoi nemici.
Sono i suoi nuovi compagni di viaggio, “i pacifisti del dovevamo negoziare” che meritano uno sberleffo ogni giorno sempre più sonoro.
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