

da Yoda riceviamo e volentieri pubblichiamo

Leggiamo quotidianamente sui giornali europei enfatiche e costernate articolesse sulla “marea nera” e sull’”avanzata delle destre”; più raramente sentiamo commentare la drammatica incapacità della sinistra non populista e del centro democratico di concepire uno spazio politico comune.
Misuriamo per un momento la “marea”: in Francia il RN alle ultime europee ha preso il 31%; in Germania AfD il 16%; Vox in Spagna il 10%. l’Italia tra i grandi Paesi europei è forse il Paese più esposto, con FdI e Lega che superano – insieme – il 36%.
È tanta roba, in effetti, lungi da me l’idea di sottovalutarla. Ma l’egemonia della destra è una prospettiva politicamente ineluttabile? Tutto ci porta a dire il contrario.
Tralasciamo per un momento la fenomenologia della destra, argomento interessante ma ampiamente sviscerato da penne ben più nobili della mia. Appuntiamoci solo che da quelle parti il tema della leadership non sembra rappresentare un problema, ma piuttosto un’opportunità; partitacci privi di dirigenti e con basi scalcagnate riescono a compattarsi disciplinatamente dietro al capopolo di turno, che – incredibile dictu – non viene buttato dalla finestra ad ogni tornata elettorale.
Concentriamoci però sull’altra metà del mondo. Se la destra-destra riesce ad aggregare al massimo un terzo (poco più in Italia) dell’elettorato, dov’è la sinistra democratica? Dove sono i progetti politici di un progressismo riformista e governante, capace di confrontarsi con le sfide dello sviluppo economico ma anche con le paure di questi tempi (l’immigrazione e la sicurezza in primis)?
Dov’è la sinistra adulta che non ha paura di dichiarare il suo atlantismo, la sua ripulsa del populismo, la sua vicinanza senza se e senza ma all’Ucraina? Dov’è il centro democratico che alza il muro verso ogni tentazione reazionaria? Dov’è l’antifascismo dei partigiani e della resistenza, che cerca la pace ma non rinuncia alla libertà? Ma soprattutto, dov’è il cantiere comune, dov’è il desiderio condiviso di coltivare un’alternativa credibile alla destra? Dove sono le alleanze politiche? Dove sono i leader?
In Francia a sinistra di Le Pen imperversa uno stupefacente coacervo di egoismi, declinati in ogni possibile nuance dal rosso vivo di France Insoumise al grigio scuro dei Républicain; tra di essi fiammeggia una rivalità politica che assomiglia molto all’odio e che pare prevalere di molto sulla preoccupazione per una futura – tutt’altro che improbabile – affermazione del Rassemblement National.
In Germania liberali e socialisti non riescono a far fronte comune e il governo Scholz esplode, rifugiandosi in elezioni che consegneranno la Germania a un (im)probabile governo biancoverde; in Spagna Sanchez governa grazie a un rocambolesco appoggio esterno di nazionalisti e populisti locali. In Italia neppure si riesce a tracciare un perimetro dell’opposizione a Giorgia Meloni, i populisti boicottano le alleanze e gli unici due leader centristi libdem ai quali si possa riconoscere un po’ di carisma passano le giornate a randellarsi tra di loro se non (più) a vaneggiare di fantomatiche terze vie.
In tutta Europa il progressismo di governo arranca e soffre, stretto tra la scalata ostile del populismo radicale – da una parte – e la diffidenza (ricambiata) verso il centro moderato – dall’altra. Il populismo “di sinistra” (sappiamo tutti che di sinistra lì non c’è nulla, ma questo è un altro tema) ha seminato danni un po’ ovunque: France Insoumise, Movimento 5 Stelle, Podemos, BSW (Sahra Wagenknecht) non hanno fatto che centrifugare e disaggregare l’elettorato progressista, spacciando l’illusione che un radicalismo rivendicativo, rabbioso e regressivo (nonché qua e là antiatlantista, xenofobo e putiniano) potesse rappresentare una efficace risposta all’avanzata sovranista.
Sotto questa spinta la sinistra si è frantumata, decomposta, disorientata; ha perso fiducia in sé stessa e nella sua capacità di innovare, di rappresentare le categorie produttive (a partire dai nuovi operai), di staccarsi dai suoi totem ideologici novecenteschi e concentrarsi sui reali bisogni quotidiani (a partire da quelli “proibiti”, come la sicurezza), di archiviare le pulsioni antisistema e di astenersi dal definire sprezzantemente “liberista” chiunque si ponga il problema dell’efficacia della spesa e del vincolo delle risorse. A questa regressione fa eccezione il solo Keith Starmer, che non a caso ha tagliato bruscamente i ponti con il corbynismo e ha scongelato il Labour dal limbo minoritario socialpopulista dove si era confinato per 16 anni.
La destra è forte, è vero, ma le sue affermazioni non sono tutta farina del suo sacco. Sono soprattutto l’effetto di una sinistra impaurita, arroccata, indisponibile a confrontarsi con le ansie e le aspirazioni dei non garantiti eche appartengono alle classi meno agiate ma non la votano.
La destra prevarrà finché il progressismo europeo non si scrollerà di dosso l’assurdo terrore per il liberalismo democratico, del quale ha bisogno come il pane per rendere credibili e sostenibili le sue sacrosante istanze solidaristiche.
Occorre un nuovo centrosinistra, che assuma come pilastri strategici la crescita economica (indispensabile per un’equa redistribuzione della ricchezza) e una linea di politica internazionale esplicitamente europeista e atlantista. Un nuovo centrosinistra che stringa un patto politico con tutto il mondo del lavoro e non con le sue sole componenti sindacalizzate e tutelate. Che non sottovaluti la sfida dell’immigrazione e della sicurezza. Tutto ciò comporta un taglio netto con ogni forma di populismo massimalista, in compagnia del quale diventa impensabile costruire una proposta di governo.
Se escludiamo il caso britannico, oggi nulla di tutto questo si scorge in Europa, neppure all’orizzonte. La sinistra è in ritardo, manca di leader capaci di leggere la storia e viaggia con la testa rivolta all’indietro. Il centro, o comunque vogliamo chiamarlo, si guarda l’ombelico e litiga con sé stesso.
La destra è fragile, contraddittoria, frammentata e incapace di rispondere ai reali bisogni dei popoli europei. Può essere agevolmente battuta. Ma oggi non ha un vero avversario.
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Caro Yoda,
Concordo su tutto, ma faccio notare che il Nuovo Centrosinistra esisteva già grazie al governo Renzi. Non ho seguito Renzi nel suo passaggio al campo largo proprio per i motivi che hanno costretto lo stesso Renzi ad abbandonare il PD.
Il Suo testo è condivisibile, ma sa di wishful thinking alla luce della situazione delle sinistre europee e, in particolare, italiane arroccate al massimalismo e dedite alla damnatio del “nemico”.
Ps. Mi manca leggerla su tweetter.
Nadia Mai
L’analisi é corretta, aggiungerei che la sinistra ha perso il consenso dopo decenni di governo per l’incapacità di elaborare una visione del XXI secolo spendibile e accattivante, continuando a guardare il mondo attraverso le lenti del XX.
Stereotipi e parole d’ordine sono gli stessi di sempre, impedendo le alleanze con il centro liberal-democratico, senza le quali è impossibile una politica riformista.
In pochi anni il panorama sociale e politico è radicalmente mutato, mentre la sinistra, occupata a mantenere il potere, non ha elaborato una visione aderente al futuro e non ha espresso delle leadership credibili.
In questo contesto bisognerà attendere a lungo lo scollamento fra governi di destra ed elettorato, evento fisiologico che avverrà, a meno che qualcuno a sinistra non decida di andare a recuperare il rapporto con il centro, a sua volta frammentato o spesso in soccorso alla destra.