

Ci sono opere davanti alle quali il gusto non basta più: il bello diventa urto, vertigine, quasi ferita. Da Rothko agli Uffizi, da Botticelli a Palazzo Barberini, l’arte mostra la sua forza più rara: farci sentire piccoli, vulnerabili eppure più vivi.
Esiste una soglia invisibile, un confine sottile tra la semplice osservazione estetica e l’esperienza mistica. È quel punto di non ritorno in cui l’arte cessa di essere decorazione, storia o tecnica, per diventare un assalto brutale e meraviglioso alla nostra sensibilità.
Chi ha provato questa sensazione sa che non si tratta di piacere, ma di una sorta di “ferita” luminosa: ci si ritrova piccoli, nudi e disarmati di fronte a qualcosa che è, indiscutibilmente, molto più grande di noi.
Il mio viaggio personale in questo abisso è iniziato a Londra, tra le mura della Tate, al cospetto dei campi di colore di Mark Rothko. Davanti a quell’arancione vibrante, che sembra pulsare di una vita propria, sono rimasto immobile per minuti, prigioniero di una crisi di Stendhal che non lasciava spazio a pensieri logici.
In quel momento, ho sentito che il sublime era sublimato: l’emozione aveva trasceso la materia, il pigmento si era fatto luce e io ero stato inghiottito da un infinito che non potevo contenere.
Ma è stata la solitudine dei musei italiani a portarmi al punto di rottura definitivo. Ricordo una giornata feriale di febbraio a Firenze. Il museo degli Uffizi era insolitamente vuoto, e io ero solo, immerso in un silenzio che sembrava amplificare il battito del cuore.
È stato un crescendo emotivo insostenibile, un assedio ai sensi che non mi ha dato tregua. Ho camminato tra i corridoi passando dal mistero intellettuale di Leonardo alla grazia assoluta e composta di Raffaello, sentendo la tensione salire a ogni passo.
Quando sono giunto davanti alla Venere di Botticelli, la diga è crollata. La perfezione di quei tratti, la malinconia di quel volto che sembra sospeso tra due mondi, ha scatenato una reazione fisica violenta.
Non è stato un pianto composto, ma un singhiozzare profondo, di quelli che ti costringono a metterti da parte, a cercare un angolo d’ombra per non essere visto, mentre il corpo tenta disperatamente di scaricare l’energia di una bellezza troppo grande per essere sopportata da un solo uomo.
Questa stessa vertigine mi ha inseguito a Roma, tra le sale monumentali di Palazzo Barberini. Lì, il confronto è stato con la materia dura che si fa carne: le sculture.
Davanti al marmo che sfida le leggi della fisica, dove la pietra si piega come cera sotto la pressione di dita invisibili, ho compreso ancora che il genio umano può agire come un tramite per qualcosa di ultraterreno.
È solo in questa arte eccezionale che possiamo davvero riconoscere il divino. Che si manifesti nella perfezione di una pennellata che sembra respirare, nella parola scritta che illumina angoli oscuri della nostra coscienza, in una sequenza di note che vibra nel petto o nella precisione millimetrica di un gioiello che imprigiona la luce, il messaggio è lo stesso: esiste un’altezza che ci trascende.
In quegli istanti di assoluto, l’opera d’arte diventa uno specchio dell’infinito. Ci sentiamo fragili, quasi annientati dalla maestosità di ciò che stiamo guardando, eppure, in quel pianto e in quello smarrimento, ci sentiamo più vivi che mai.
Perché riconoscere il divino nell’arte significa, in fondo, riconoscere che anche noi facciamo parte di quel mistero immenso e terribile che chiamiamo Bellezza.
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L’ho provato di fronte al disegno preparatorio per la Vergine delle Rocce, in quella saletta appartata, immersa nella penombra; mi sono seduta per terra e ho pianto.
E poi all’Alhambra.
E nella cattedrale di Chartres.
E poi alle tombe di Ben Gurion e sua moglie, in mezzo al suo amatissimo deserto, in un tardo crepuscolo
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2014/09/05/le-grandi-emozioni/ (scusate…)
Ma anche di giorno, indubbiamente
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2014/09/18/sde-boker/