


Il vertice di Ankara ha confermato l’articolo 5, il sostegno all’Ucraina e il progressivo riequilibrio degli oneri tra Stati Uniti ed Europa. Intanto, a Torre Veneri, la NATO ha sperimentato sistemi autonomi, intelligenza artificiale e capacità multidominio, affidando all’Italia un ruolo strategico di primo piano.
Ci lasciamo ormai alle spalle il NATO Summit di Ankara, un vertice molto atteso per il ruolo fondamentale che avrebbe avuto nel delineare il futuro dell’Alleanza Atlantica e, al tempo stesso, molto controverso, come del resto accade dall’insediamento di Trump per il suo secondo mandato alla Casa Bianca.
Dell’evento hanno già parlato, o ne parleranno ancora, Mario Greco (qui e qui)e altri autori del nostro giornale. Possiamo limitarci ad alcune considerazioni.
Il bilancio, infatti, a dispetto delle più pessimistiche previsioni, formulate anche da autorevoli analisti strategici, non è stato negativo. Fa eccezione la consueta narrazione del Presidente statunitense, orientata a sminuire il prestigio dell’Alleanza e, di conseguenza, a indebolirne coesione e unità, vero centro di gravità della NATO. Una strategia che, pur non potendo realisticamente tradursi in una USexit dall’Alleanza, poiché Trump non dispone di una maggioranza parlamentare sufficiente, finisce comunque per favorire Mosca, che percepisce una NATO meno compatta.
Forse, per riaffermare con maggiore forza questa indispensabile coesione politica, sarebbe servito un altro Segretario Generale, come Paul-Henri Spaak (1957-1961), storico primo ministro belga e padre fondatore dell’Alleanza, oppure il nostro Manlio Brosio (1964-1971), unanimemente apprezzato per le sue capacità di mediazione. L’attuale Segretario Generale sembra invece voler competere con il Presidente della FIFA nella gara a chi riesce a adulare di più il Presidente degli Stati Uniti.
Vale la pena ricordare che i 30 alleati europei e il Canada si presentavano al vertice con un obiettivo comune: garantire il mantenimento dell’impegno americano, dimostrando a Trump che l’Europa sta finalmente assumendosi una quota maggiore degli oneri della difesa.
Alla fine, i 32 Stati membri, oltre ad aver confermato l’impegno ad aumentare le spese per la Difesa, hanno portato a casa due risultati importanti, tutt’altro che scontati.
Il primo riguarda la piena conferma della validità dell’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, che sancisce il principio fondamentale della difesa collettiva. In sostanza, un attacco armato contro uno o più Stati membri, in Europa o in Nord America, viene considerato un attacco contro l’intera Alleanza.
Il secondo è il rinnovato sostegno all’Ucraina, risultato tutt’altro che prevedibile se si considera la precedente posizione politica del Presidente americano, che aveva sostenuto che Kiev “non aveva le carte”.
Nonostante le critiche formulate al suo arrivo, Trump, reduce da una serie di insuccessi in politica estera e da una situazione interna tutt’altro che brillante, ha infine sottoscritto una dichiarazione sostanzialmente in linea con il messaggio che gli altri alleati intendevano trasmettere.
La dichiarazione finale, articolata in sei punti, ha ribadito gli impegni derivanti dall’articolo 5, ha confermato almeno 70 miliardi di dollari di sostegno all’Ucraina per quest’anno e, per la prima volta, ha riconosciuto esplicitamente che gli alleati europei e il Canada stanno facendo i compiti a casa, cioè stanno assumendo una quota crescente dell’onere della difesa convenzionale dell’Alleanza, dando così forma concreta al cosiddetto burden shifting.
Il prossimo passaggio è già stato pianificato, in realtà ben prima dell’insediamento di Trump. Gli Stati Uniti procederanno a una revisione della propria presenza militare in Europa, valutando possibili riduzioni del dispositivo americano sul continente.
La priorità diventa quindi investire collettivamente nelle capacità strategiche sulle quali Washington potrebbe ridurre il proprio contributo o dalle quali l’Europa continua a dipendere: intelligence satellitare, sistemi anti-drone, difesa aerea, artiglieria di precisione a lungo raggio e trasporti strategici. Quanto prima gli alleati riusciranno a colmare queste lacune, tanto più rapidamente l’Europa potrà avvicinarsi alla tanto invocata autonomia strategica.
In estrema sintesi, Ankara non ha risolto la tensione di fondo tra il progressivo ridimensionamento americano e le ancora insufficienti capacità europee. Ha però consentito di guadagnare tempo. La vera domanda è se l’Europa saprà impiegarlo nel modo giusto.
Strettamente collegata al Summit, e non certo per una semplice coincidenza temporale, si è svolta un’altra iniziativa che avrebbe probabilmente meritato maggiore attenzione: l’esercitazione NATO Task Force X CentMed, ospitata presso il poligono militare di Torre Veneri.
Di cosa si è trattato?
Sul piano dottrinale, la NATO Task Force X rappresenta uno dei programmi più avanzati dell’Alleanza per accelerare l’adozione di sistemi autonomi e dell’intelligenza artificiale nelle operazioni militari. L’iniziativa rientra nel Rapid Adoption Action Plan, approvato al vertice dell’Aia, con l’obiettivo di accelerare l’introduzione operativa delle tecnologie emergenti e dirompenti. Non a caso il momento centrale dell’esercitazione è stato fatto coincidere con il Summit di Ankara, prevedendo anche un collegamento in diretta.
L’edizione di quest’anno ha portato in Italia uno dei più avanzati programmi di sperimentazione operativa dell’Alleanza, concepito per testare, integrare e validare nuove tecnologie e nuove capacità operative. In concreto, è stata sperimentata l’integrazione di sistemi con e senza equipaggio, mettendo in rete droni navali, subacquei e aerei per rafforzare la sicurezza e la situational awareness dell’Alleanza.
Guidata, per la prima volta nella storia, da una sola nazione, l’Italia, attraverso lo Stato Maggiore della Difesa, l’esercitazione multidominio ha impiegato oltre cento sistemi senza equipaggio, verificando sul campo l’interoperabilità e la piena condivisione di un’enorme quantità di dati.
Il segnale politico è altrettanto rilevante. La NATO ha affidato al nostro Paese l’organizzazione di un evento di tale complessità, rafforzando il ruolo strategico del fianco Sud dell’Alleanza, cui l’Italia attribuisce un’importanza crescente alla luce di una minaccia ormai estesa a 360 gradi. La scelta del Mediterraneo conferma il ritorno di quest’area al centro delle priorità strategiche, per effetto dell’instabilità in Nord Africa e nel Sahel, dei traffici illeciti, delle minacce ibride, della protezione delle rotte energetiche e dei cavi sottomarini, oltre che della persistente pressione migratoria. Una scelta che testimonia anche l’eccellenza raggiunta dalle nostre Forze Armate.
Per la prima volta sono state sperimentate simultaneamente capacità operative nei cinque domini, terrestre, marittimo, aereo, cyber e spaziale, integrando inoltre dati provenienti dall’ambiente subacqueo e dallo spettro elettromagnetico, con l’obiettivo di migliorare la gestione del rischio e la discriminazione delle minacce.
La Task Force X, articolata in diverse fasi progressive di sperimentazione, ha coinvolto personale e assetti di numerosi Paesi dell’Alleanza. L’obiettivo era validare un sistema di sistemi capace di integrare e rendere interoperabili piattaforme, sensori e sistemi con e senza equipaggio, mantenendo sempre il controllo umano sulle decisioni operative. L’iniziativa ha inoltre coinvolto alcune tra le più avanzate realtà industriali del settore della difesa, creando occasioni di collaborazione e sviluppo di nuove sinergie a livello nazionale e internazionale.
La presenza di grandi gruppi industriali, italiani e stranieri, come Leonardo, Iveco Defence Vehicles e Thales, ha confermato il rilievo dell’iniziativa.
Una parte fondamentale dell’esercitazione si è svolta nel dominio spaziale. In questo contesto, aziende come D-Orbit e Planetek hanno dimostrato una capacità ISR multidominio basata sull’integrazione di dati satellitari, piattaforme orbitanti, sistemi senza pilota, algoritmi di intelligenza artificiale e strumenti avanzati di data fusion. È stato inoltre dimostrato il tasking rapido dei satelliti, l’accesso on demand alle risorse in orbita e il processamento dei dati a bassa latenza.
La direzione è ormai tracciata. Esercitazioni NATO di questa portata, caratterizzate da una piena integrazione multidominio e dal coinvolgimento diretto dell’industria della difesa, rappresentano una concreta manifestazione della deterrenza necessaria in una fase di crescente instabilità geopolitica. Una deterrenza indispensabile per difendere quel valore che le democrazie europee non intendono negoziare: la libertà.
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