


Il caso Garlasco mostra un riflesso ricorrente della stampa italiana: cambiano i nomi, ma resta la stessa fretta di costruire un volto colpevole. Prima Stasi, ora Sempio. Il problema non è seguire le indagini, ma trasformarle ogni volta in racconto definitivo.
C’è un copione che il giornalismo italiano conosce a memoria e ripete senza variazioni. Una procura avanza un’ipotesi investigativa. I giornali la raccolgono, la amplificano, la dispongono in una cornice narrativa riconoscibile. Il pubblico trova il suo volto, la sua spiegazione, il suo mostro.
Poi l’ipotesi cambia — per nuove indagini, per sentenze assolutorie, per prove che non reggono — e i giornali seguono la nuova versione con lo stesso acritico entusiasmo. Senza un passo indietro. Senza una domanda su cosa abbiano scritto il giorno prima. Senza memoria.
Il caso Garlasco è oggi il campione più limpido di questo meccanismo. Per quasi vent’anni Alberto Stasi è stato il condannato definitivo (e come tale è riconosciuto ad oggi dal nostro ordinamento), il fidanzato assassino, la figura su cui si è sedimentato un giudizio pubblico costruito ben prima che i tribunali si pronunciassero in via definitiva.
La cronaca si è intrecciata con la caratterizzazione morale: i suoi silenzi letti come indizi, il suo stile comunicativo interpretato come freddezza, la sua laurea alla Bocconi trasformata in elemento di un profilo psicologico. Non vi era soltanto l’imputato: vi era il personaggio, costruito a puntate.
Ora la procura di Pavia ha riaperto il caso. Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, è indagato per omicidio volontario. La stessa procura che aveva sostenuto la colpevolezza di Stasi si appresta a sollecitare una richiesta di revisione.
E la macchina si è rimessa in moto identica a se stessa: nuovo nome, stesso schema. I giornali hanno già ricostruito la biografia di Sempio alla ricerca di segnali premonitori. Le chat di quando aveva diciotto anni. Lo sguardo che “fissa a lungo”.
È un metodo narrativamente potente che merita di essere nominato, perché è trasversale e ricorrente: il dettaglio biografico che diventa segnale. Il frammento personale riletto alla luce dell’ipotesi investigativa. Il passato ricostruito come se contenesse già, in forma latente, una spiegazione del presente.
Nel caso di Stasi, per anni, ogni elemento del suo profilo — il modo di parlare, le scelte processuali, i rapporti familiari — è stato disposto dentro una cornice interpretativa che lo rendeva coerente con la colpevolezza.
Ora lo stesso schema si replica intorno a Sempio. I messaggi in una chat di adolescenza vengono trattati come prove di un carattere. I silenzi davanti alle telecamere vengono letti come indizi. La decisione di non rispondere ai magistrati diventa conferma implicita di qualcosa.
È un ragionamento che funziona sempre, perché qualunque comportamento può essere reinterpretato alla luce di una tesi già formata.
La prudenza non dovrebbe essere una cautela formale, limitata all’uso del condizionale o alla formula di rito sulla presunzione d’innocenza. Dovrebbe riguardare l’intero modo in cui un caso viene raccontato: la selezione dei dettagli, l’uso delle caratteristiche personali, la trasformazione di elementi ancora controversi in segnali morali.
È in questo passaggio che il giornalismo oltrepassa il proprio compito informativo e contribuisce alla formazione di un giudizio pubblico difficilmente reversibile.
La Cassazione, nelle motivazioni dell’assoluzione definitiva di Sollecito e Amanda Knox, scrisse che «l’inusitato clamore mediatico non ha certamente giovato alla ricerca della verità, provocando una improvvisa accelerazione delle indagini nella spasmodica ricerca di colpevoli». Era una condanna esplicita di un metodo. È stata ignorata.
Un sistema informativo maturo non dovrebbe limitarsi ad aggiornare il nome al centro del racconto. Dovrebbe chiedersi come ha raccontato prima, quali certezze ha lasciato sedimentare, quali immagini ha contribuito a fissare nell’opinione pubblica. Dovrebbe — almeno — rendere conto del salto.
Invece ogni nuova fase viene raccontata come se la precedente non fosse mai esistita. Il passaggio da Stasi a Sempio avviene senza soluzione di continuità narrativa, come se i vent’anni precedenti fossero stati una parentesi provvisoria di cui nessuno è responsabile.
Nel passaggio da Stasi a Sempio, il giornalismo italiano avrebbe un’occasione per interrogarsi su se stesso. Non per riscrivere la storia a partire dall’ultima svolta, ma per riflettere sul proprio modo di accompagnare le svolte.
Non per sostituire un’immagine con un’altra, ma per chiedersi perché abbia così spesso bisogno di un’immagine definitiva anche quando la realtà giudiziaria resta aperta, stratificata e controversa.
Ogni grande caso di cronaca produce una domanda di ordine narrativo. Il pubblico chiede spiegazioni, volti, motivi, sequenze comprensibili. Il giornalismo è chiamato a rispondere a questa domanda, ma dovrebbe anche saperne contenere gli eccessi.
Raccontare non significa riempire ogni vuoto. Informare non significa rendere psicologicamente coerente ciò che, in una fase ancora incerta, resta frammentario. Spiegare non significa anticipare una sentenza attraverso una costruzione narrativa.
La domanda che nessuno si pone — o quasi nessuno — è la più semplice: cosa hanno scritto questi stessi giornali su Alberto Stasi negli anni in cui era il mostro? Quali certezze hanno lasciato sedimentare? E ora che la stessa procura si appresta a chiederne la revisione, chi tornerà sulle proprie parole?
Inserisci la tua mail per non perdere nessuno dei contenuti di InOltre. Ogni volta che pubblicheremo qualcosa sarete i primi a saperlo. Grazie!
*Iscrivendoti alla nostra newsletter accetti la nostra privacy policy

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
