

Esiste un’arte retorica sottile e perversa, molto in voga tra una variegata schiera di figure pubbliche – dagli opinionisti ai politici, fino ai funzionari istituzionali –, che consiste nell’annullare una condanna nel momento stesso in cui la si pronuncia. È la strategia del “ma”.
Quella piccola congiunzione avversativa è capace di spalancare un abisso etico. Francesca Albanese ne ha dato una dimostrazione magistrale commentando l’irruzione squadrista nella redazione de La Stampa.
“Condanno”, dice, per poi aggiungere subito quel corollario agghiacciante: “ma al tempo stesso che questo sia un monito”.
Ecco svelato il trucco. Trasformare un atto di intimidazione fisica, un assalto a un presidio di libera informazione, in un momento pedagogico necessario: è rieducazione. Secondo questa logica, la violenza non è più un tabù da respingere senza appello, ma un “correttivo”, uno strumento rude ma utile per raddrizzare chi, secondo il tribunale ideologico di cui lei è stata consacrata sacerdotessa, non sta “facendo il proprio lavoro”.
Siamo ben oltre la critica politica. Questa è la legittimazione intellettuale del metodo violento, la versione istituzionale del “ve la siete cercata”. Se il giornalista non scrive sotto dettatura della narrazione approvata, allora l’irruzione diventa un “monito” meritato.
Ma la figura della Albanese, osservata in filigrana, suggerisce qualcosa di più inquietante di una semplice uscita infelice. La sua non è – né vuole essere – la postura di un arbitro super partes, ma l’azione militante di chi, forte dell’investitura ricevuta dal proprio mondo di riferimento, si sente ontologicamente dalla “parte giusta della storia”.
Proprio per questo agisce come una testa d’ariete lanciata contro le fondamenta stesse delle democrazie liberali. Si muove con la sicurezza impunita di chi si sente coperta, non tanto dal diritto internazionale, quanto da logiche e poteri eterodiretti, profondamente ostili all’Occidente.
Sembra agire come un perfetto cavallo di Troia: inserita nei meccanismi delle istituzioni globali, ne utilizza il prestigio non per mediare, ma per scardinarle dall’interno, facendosi megafono di interessi che tollerano la libera stampa a una sola condizione: che sia perfettamente allineata alla loro narrazione.
In questo quadro, Francesca Albanese non è un incidente di percorso, ma il sintomo di una patologia più vasta: l’infiltrazione capillare di un’agenda politica che, brandendo i diritti umani di quel preciso e circoscritto territorio, è tracimata ovunque, investendo e condizionando ormai la vita, la politica e le istituzioni di tutto il mondo.
Un pensiero che, col pretesto di difendere le vittime, arma ideologicamente i carnefici. Dire che un assalto a un giornale, alla libertà di parola, è un “monito” significa sdoganare l’idea che la giustizia si possa fare con la forza, che l’intimidazione sia un linguaggio politico accettabile. È un invito neanche troppo velato a continuare su quella linea, un lasciapassare morale per la prossima irruzione.
Perché se la violenza diventa didattica, allora la democrazia è già finita.
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Usare la violenza per educare fa molto… ?ekista! E nessuno che ne prenda le distanze nè che altri (gli organi preposti, non quelli che guidavano la ?eka) la denuncino per quello che è veramente, una sobillatrice neo-rivoluzionaria!!
Questa signora non è la causa principale e come una parte della stampa e della politica occidentale è un sottoprodotto di chi ha sdoganato una narrazione basata su fatti non confermati, pregiudizi etnici e accettazione di una propaganda gestita da terroristi e criminali.
Le responsabilità principali sono di quelle organizzazioni e apparati internazionali in teoria sostenitori e difensori dei diritti umani e di tutti i popoli, quando invece si nascondono al loro interno propositi opportunistici di lobby particolari sostenuti da regimi non democratici.
Un atteggiamento, quello dell’intimidazione su base ideologica, che conosciamo bene fin dalla seconda metà degli anni 70. Stessa matrice.
Sappiamo anche i frutti amarissimi di un simile atteggiamento.
Al sempre acuto commento di Paolo ho risposto come la Francesca mi faccia pensare a Adriano Sofri
Questa mattina Massimo Franco su La7 invitava a considerare le varie “Francesca Albanese” tra i (cor)responsabili dell’irruzione a La Stampa, non meno dei protagonisti “fisici” di detta irruzione, i quali talvolta parlano, pensano e agiscono sulla base non di una conoscenza storica e politica effettiva, ma solo dei proclami di questa maestrina saccente, mistificante e perennemente col ditino alzato. Che a loro può apparire fonte di (illusoria) competenza.
In effetti, ci risiamo: siamo tornati ai “cattivi maestri”.
“La mandante”. Buffo come mi faccia pensare a Adriano Sofri… Sia chiaro, analogie iperboliche.
Magari fossero iperboliche … Analogie belle e buone.
(l’ho detto io, non tu)
Brutto momento. Lo si sottovaluta…
Se quell’altro era “il figlio sano del patriarcato tossico”, questa qui è la figlia sana di un’ideologia marcia.