
Decima puntata del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. Qui i precedenti articoli:
La liquefazione del pensiero: anatomia di una civiltà smarrita di Alessandro Tedesco
Menti in corto circuito di Enrico Marani
Il regno del simulacro. Dallo schermo al cortocircuito collettivo di Alessandro Tedesco
La libertà, una dimensione sublime tra desiderio, caos, paura e disprezzo di Enrico Marani
La Pre-Crimine algoritmica: viviamo già nel “Minority Report”? di Alessandro Tedesco
Niente è per sempre, dalla libertà al deserto è un attimo di Enrico Marani
L’inconsistente peso della Cultura di Alessandro Tedesco
Benvenuti nel diritto penale kafkiano: la colpa è sempre fuori discussione di Enrico Marani
Dialogo sulla Libertà: dalla “malattia autoimmune” alla gabbia d’acciaio di Alessandro Tedesco
I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.
Ludwig Wittgenstein – Tractatus Logico-Philosophicus
Language is a guide to social reality. It imposes upon us a view of the world and molds our conception of social relationships.”
Edward Sapir – Language: An Introduction to the Study of Speech
Il mio nome fiorisce come quello di Ra ogni giorno.
Libro dei Morti, formula 142
Proseguendo nel dialogo con Alessandro Tedesco direi a proposito del suo ultimo articolo che la burocrazia si contraddistingue per un linguaggio degno di una casta e lo spavento del cittadino, il suo cadere nei tentacoli della burocrazia, è anzitutto cadere nei tentacoli di un linguaggio incomprensibile, capace di ridurci a maceria, come appunto in alcuni romanzi di Franz Kafka. Raccolgo da qui il testimone e parto con una nuova fascinazione in questo zibaldone di pensieri a quattro mani sulla libertà.
Negli ultimi anni, molte parole e categorie fondamentali sono state ridefinite in una trasformazione del loro significato che è a tutti gli effetti un atto politico ed essendo il linguaggio un modo per dire del mondo, hanno anche modificato il concetto di libertà e l’intendimento che ne abbiamo. In quest’epoca tutto cambia e i dittatori diventano “autocrati” in un gioco di arzigogoli degni del dottor Azzeccagarbugli di manzoniana memoria. I dittatori nell’immaginario occidentale sono Mussolini, Hitler, Franco, l’autocrate cos’è mai? Non uno di questi tre, ed ecco che l’autocrate diventa più digeribile del dittatore: magia. L’antisemitismo si maschera in un grottesco “antisionismo”, si insite nel definire i due concetti diversamente, salvo poi come “antisionisti” ridursi ad imbrattar tombe, lapidi e sinagoghe e a menar le mani o ammazzare ebrei come a Manchester, in perfetto stile antisemita. Sinonimi. Ovvio che dirsi antisionisti è decisamente più accettabile di dirsi antisemiti, parola che rimanda ai forni di Auschwitz, mentre qui ci si vuole fregiare di vesti progressiste o rivoluzionarie, assai diverse da quelle delle SS.
La donna non è più un dato biologico, ma una costruzione culturale e così ci ritroviamo “donne” con il pene a gareggiare nei giochi olimpici di Parigi con donne di nome e di fatto, penalizzando queste ultime ovviamente, visto le masse muscolari differenti. Continue trasformazioni, su cui mi interessa poco qui emettere un giudizio, hanno una forte ricaduta: confondono e modificano le percezioni nel discorso pubblico, creano e legittimano mondi prima inesistenti od oggetto di censura morale. Wittgenstein ci avverte che i limiti del nostro linguaggio sono a tutti gli effetti i limiti del mondo che pensiamo: ridefinire le parole significa ampliare o restringere ciò che possiamo pensare e concepire o mutarne radicalmente la percezione. Ogni nuova definizione non è solo un gioco lessicale, ma è un confine del pensiero e dell’agire. È appunto un atto politico e a suo modo magico. Magico a tutti gli effetti direbbero gli Antichi Egizi.
Questa mutazione semantica produce effetti concreti sulla vita sociale e politica, vi ho stuzzicato con due esempi da tempo nelle cronache, ma è un processo sistematicamente diffuso. Pensiamo al termine “antisemitismo”. Ridefinirlo come “antisionismo” modifica il campo etico entro cui si valutano opinioni, azioni e responsabilità o alle metamorfosi di quel che definiamo pace per notare come nella contemporaneità si avvicini pericolosamente al concetto di resa e consapevole rinuncia delle libertà fondamentali. La pace dell’oppressione. Wittgenstein ci ricorda che parlare di qualcosa significa anche limitarlo e circoscriverlo, costruirgli intorno un orizzonte di senso: cambiare i confini concettuali delle parole cambia ciò che è giudicabile e ciò che è accettabile.
Non mi imbarco nel dibattito sul genocidio, limitandomi a notare come anche qui sia stato trasformato e ridefinito il concetto. Prima esprimeva una deliberata e sistematica distruzione di un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come scritto nella Convenzione delle Nazioni Unite del 1948, mentre oggi definisce un numero di morti civili rilevante e considerato inaccettabile dall’opinione pubblica a fronte di una guerra tra due o più parti. Il bombardamento di Dresda (135.000 morti) è con gli attuali parametri un genocidio, non lo fu certo inteso come tale allora e non lo è secondo la Convenzione delle Nazioni Unite.
Il linguaggio è uno strumento di potere. Chi stabilisce le definizioni, i significati, guida la percezione collettiva della realtà. I media, le istituzioni, i movimenti culturali definiscono ciò che è normale, deviante o giusto. Così come una legge troppo frammentata produce arbitrarietà nel giudizio, termini instabili creano discrezionalità interpretativa: due persone possono osservare lo stesso fenomeno e attribuirgli significati addirittura opposti. Non a caso con la trasformazione del concetto di “genocidio” si è aperto un dibattito con fronti contrapposti, visioni opposte, scontri verbali e non solo verbali. La libertà dei cittadini non dipende più solo dalle leggi, ma dalla capacità di comprendere, decodificare e orientarsi in un linguaggio mutevole, per non dire in perenne metamorfosi.
Consideriamo nuovamente la definizione di genere. La ridefinizione della donna se accettata come concetto culturale e non biologico modifica l’intera cornice normativa, educativa e sociale. Ciò implica che diritti e doveri si costruiscono su categorie che mutano nel tempo e la libertà di decidere, agire o giudicare viene filtrata da parametri semantici instabili, con tutte le conseguenze del caso. Wittgenstein sottolinea che il linguaggio non è solo uno strumento di comunicazione, ma è la forma stessa della vita, a suo modo la plasma. Se i significati sottostanti alle parole mutano costantemente, anche la capacità di vivere in autonomia e comprendere il mondo subisce restrizioni invisibili. E se la nostra capacità di vivere in autonomia e comprendere il mondo subisce restrizioni è la nostra libertà a risentirne.
Altro esempio riguarda il linguaggio politico: il termine “popolo” viene spesso rimodulato in funzione di narrative ideologiche. Parlare di “popolo sovrano” o “popolo oppresso” cambia la percezione delle responsabilità, delle rivendicazioni e delle priorità. Ogni scelta lessicale produce effetti pratici immediati: legittima alcune azioni, stigmatizza altre, orienta il consenso. Se “i limiti del linguaggio sono i limiti del pensiero”: in un contesto in cui il significato delle parole è flessibile, il confine tra ciò che è lecito e giusto diventa incerto.
Anche nella ridefinizione di concetti etici i cambiamenti nel significato che diamo alle parole hanno conseguenze concrete. Ad esempio, ciò che prima era considerato crudeltà o violenza può essere ridefinito come “strategia di giustizia sociale”, legittimando azioni prima moralmente condannabili. La libertà individuale, intesa come capacità di discernere e decidere, viene condizionata dal linguaggio stesso: chi conosce e padroneggia le nuove definizioni ha potere, chi non lo fa ne subisce vincoli. Wittgenstein ci offre qui una chiave interpretativa: comprendere la lingua significa comprendere i limiti e le possibilità dell’azione umana in un determinato contesto.
Infine, la ridefinizione dei concetti può essere vista come un vero e proprio strumento politico e culturale. Così come la frammentazione normativa aumenta l’arbitrarietà dei giudizi penali, la trasformazione semantica moltiplica la discrezionalità interpretativa e plasma il consenso. Cambiare le parole significa orientare comportamenti, percezioni e valori. La libertà non è più soltanto una questione di diritto o di legge: è una questione di comprensione condivisa, di chiarezza concettuale e di capacità di pensare liberamente in un contesto linguistico stabile e di saper far sintesi delle informazioni.
In conclusione, ridefinire concetti fondamentali che afferiscono a determinate parole non è un esercizio neutrale. Ogni cambiamento influenza la vita sociale, politica ed etica, la percezione dei diritti e dei doveri e, in ultima analisi, la libertà individuale. La riflessione di Wittgenstein resta attuale: “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Comprendere questi confini e le “grandi manovre” di chi li manipola a proprio uso e consumo o peggio fa di questi processi un’arma per colpire libertà è democrazia è oggi essenziale, altrimenti “Il Mondo Nuovo” di Aldous Huxley rischia di essere la distopia in cui ci ritroveremo presto.
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