

Nel comune di Palmoli, in provincia di Chieti, in Abruzzo, una famiglia anglo-australiana composta da madre, padre e tre figli era residente in una casa senza elettricità, gas né acqua corrente, immersa in un contesto rurale boschivo. In seguito a un’intossicazione da funghi, che ha portato la famiglia in ospedale, sono intervenuti i servizi sociali. Il tribunale ha disposto l’allontanamento dei tre figli dalla casa e il loro collocamento in una struttura protetta, inizialmente senza la presenza continuativa del padre.
Quando i giornali hanno reso nota la cosa, qualche giorno fa, sono arrivate prese di posizione politiche e chiacchiere social. Si tratta sicuramente di una situazione limite, ed è giusto che se ne occupino le autorità competenti e quanti conoscono i fatti. Perciò questo articolo non si occupa della vicenda in sé, ma si focalizza su un certo tipo di reazioni.
Tra queste si ripresenta l’idea della “Natura”, con la N maiuscola, come l’ha scritta il noto cantante Simone Cristicchi in un suo post su X, nel quale esprimeva tutta la sua costernazione per l’intervento delle autorità: “I bambini del bosco, rapiti da un sistema demoniaco che finge di proteggerli. Una famiglia che vive in armonia con il respiro della Natura, senza dare fastidio. Uno stato ormai totalmente distante da uno stile di vita, che dovrebbe promuovere anziché ostacolare. Tanta rabbia”. In questi e in altri commenti riaffiora la concezione di una natura intesa come dimensione pre-tecnologica e pre-industriale in cui il contatto diretto con gli enti naturali renderebbe la vita più “armoniosa” e “sana”.
A tal proposito, ricordo un incontro pubblico di qualche anno fa in cui due accademici – uno dei quali con seconda casa nelle campagne fuori Parigi, giusto per coerenza etnografica – sostenevano che sì, certo, la lavatrice sarà anche comoda, ma andare al fiume a lavare i panni creava quella “socialità vera” tra massaie che oggi si è perduta. E naturalmente l’elogio delle “cascine di una volta”, dove tutta la famiglia viveva insieme, contro gli alienanti condomini moderni. Vabbè, avete capito l’andazzo.
Ecco, tra tutti i miti prodotti dalla razionalizzazione del mondo in epoca moderna, forse il più resistente è proprio l’idea che un tempo esistesse una vita pura, in cui l’essere umano viveva felice e in armonia con la Natura – come se la Natura non avesse cercato di ucciderci sistematicamente fin dal Paleolitico. È una costruzione culturale nata dentro la società tecnologica che dice di criticare, e che però tradisce un bisogno profondamente moderno: più le nostre vite diventano urbanizzate, accelerate, mediate dagli schermi e dalla tecnica, più abbiamo bisogno di immaginare un “altrove” primordiale e pacificato. Una sorta di parco tematico mentale: “Preistoria Experience”, tutto compreso, senza il fastidio delle infezioni intestinali.
Il passato viene così filtrato, levigato, reso commestibile. Carestie, malattie, fame cronica, mortalità elevata, instabilità ecologica, fatica, sporcizia: tutto accuratamente rimosso. Restano solo gli “antichi sapori”, tipo la pasta con la cicoria che oggi paghi 15 euro perché “la mangiava il contadino” – il quale però non aveva alcuna intenzione romantica di mangiarla per sempre, e non poteva avere nostalgia della “natura perduta”, dal momento che la natura che aveva era l’unica possibile.
Questa nostalgia è curiosa anche perché funziona a senso unico: nessuno rimpiange davvero la parte faticosa della vita preindustriale. Nessuno organizza convegni per celebrare l’epoca in cui la gente camminava dieci chilometri per procurarsi acqua potabile, o quella in cui bastava una frattura scomposta per essere spacciati. La nostalgia seleziona meticolosamente solo ciò che conferma il racconto: serenità, purezza, armonia, semplicità – ma semplicità vista da lontano, e sempre dall’alto.
Mi torna in mente l’estetica dei programmi TV dove fanno incontrare una coppia di sconosciuti completamente nudi su una spiaggia deserta, per “simulare” una condizione di assoluta naturalità, i cosiddetti “date show” ma con l’aggiunta del “naked”. È una scena che pretende di evocare l’origine dell’umanità, ma che è in realtà l’apice dell’artificio televisivo. Anche perché l’Homo sapiens ha cominciato a vestirsi regolarmente almeno da 100.000 anni – e comunque qualcosa lo indossavamo già prima, magari pelli non cucite. Se c’è qualcosa di profondamente innaturale, è proprio quell’assenza di vestiti spacciata per autenticità.
Il mito della natura incontaminata è uno di quelli che attraversano la cultura occidentale con una continuità sorprendente. Certo, già nell’Antichità l’idea di un’età dell’oro è la prima grande narrazione di una natura pre-sociale e pre-politica, da cui l’uomo non deve più difendersi e a cui non bisogna più strappare con fatica il sostentamento.
Nella modernità, quando la tecnica e la città diventano realtà pervasive, il mito in qualche modo ritorna, ma con delle caratteristiche che lo differenziano da quello antico: l’Eden non è collocato in un tempo simbolico e astorico, ma è dentro la storia. Volendo, ci si potrebbe tornare (e infatti alcuni ci provano). In aggiunta, il mito moderno della natura contrapposta all’industrialismo più che spiegare l’assetto del presente (come i miti antichi), svolge un ruolo critico rispetto alla società in cui si vive: è intrinsecamente politico. Il “buon selvaggio” di Rousseau è un artificio filosofico per criticare la corruzione sociale.
In fondo, l’affacciarsi ricorrente del mito della “natura pura” dice qualcosa di più profondo. Se, semplificando molto il discorso, ancora nel medioevo cristiano la concezione più diffusa riteneva che il male avesse la propria scaturigine nell’interiorità, nel cuore dell’uomo, in epoca moderna viene dislocato nelle strutture che regolano la nostra convivenza, diciamo nelle istituzioni. È un cambiamento d’accento fondamentale.
Più che i peccati individuali, per capire i guai del mondo bisogna guardare ai sistemi economici, agli assetti istituzionali e agli apparati tecnologici: è un mantra ricorrente negli autori moderni. In questo orizzonte, le soluzioni sono perlomeno tre: riforma, rivoluzione o ritiro.
La modernità ci mette di fronte a un “bivio triplice”: la riforma, l’idea che le nostre istituzioni – per quanto imperfette – possano essere corrette; la rivoluzione, se crediamo che il male sia ormai inscritto nel sistema stesso e che solo un salto radicale possa cambiare le cose; il ritiro, di chi immagina che sottraendoci alla società elimineremo anche il male che essa produce.
Il ritirato beatifica la natura: la immagina pura, fuori dalla società, e lì cerca la salvezza; il rivoluzionario, invece, può arrivare a credere di poterla riplasmare, per piegarla ai principi del nuovo ordine che immagina; il riformatore, invece, vede la natura come ciò che non va né mitizzato né riprogrammato: se la assecondi nei suoi vincoli, puoi trovare possibilità per la tua libertà.
Ciascuno può scegliere la via che gli piace di più.
Se ti è piaciuto o se non ti è piaciuto questo articolo, scrivilo nei commenti.

InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

No, non è questione di miti e di natura con la N maiuscola: è questione di tre bambini brutalmente strappati alla loro famiglia, alla loro vita, alle loro abitudini e confinati in uno spazio estraneo.
I bambini non hanno scelto quella vita, è stata imposta dalle convinzioni dei loro genitori. E quando la vita di bambini è probabilmente messa in pericolo dalle scelte o dalle azioni considerate pericolose dei genitori, le autorità possono intervenire a verificare e stabilire se effettivamente esistono delle minacce alla vita dei bambini.
? Lei conosce bambini che abbiamo scelto autonomamente il proprio stile di vita senza dover aderire a quello dei genitori? Bambini che vivano in una casa scelta da loro e non imposta dai genitori? Che scelgano la propria religione o non religione senza dover subire la religione o l’ateismo dei genitori? Quanto alle “minacce alla vita dei bambini” suppongo si riferisca all’intossicazione da funghi (una mia collega integratissima, con appartamento di proprietà in centro paese ovviamente dotato di tutti i comfort, ha fatto una settimana in rianimazione e ha sfangato per un pelo il rischio di trapianto di fegato), quello è avvenuto nel 2023, e per sottrarre i poveri bambini alle minacce alle loro vite messe in atto dai genitori, si precipitano a rapirli, con 5 (CINQUE!) pattuglie a fine 2025? Ma veramente siamo a questo livello di sprezzo del ridicolo? Davvero qualcuno può riuscire a bersi una simile grottesca e ridicola storiellina?
L’intossicazione da funghi è stata un’iniziale segnalazione da parte degli addetti sanitari. Poi le autorità da questa hanno voluto fare partire una verifica dello stato dell’immobile dove risiede la famiglia e delle condizioni igieniche che permettessero soprattutto ai bambini di poter vivere in salute e in sicurezza. Evidentemente sono stati riscontrati dei problemi per poter prendere certe decisioni. Inoltre non sono stati “rapiti”, la madre era con loro.
Appunto perché i bambini non possono scegliere se si riscontrano dei pericoli per la loro salute all’interno della loro famiglia, le autorità possono verificare e decidere di trovare un’altra soluzione.
Fosse stato solo per un’intossicazione alimentare (può capitare anche di subirla dopo una cena al ristorante senza avere una responsabilità personale nel caso), chiaramente non ci sarebbero stati gli estremi per intervenire dopo una verifica.
Qui una spiegazione dei fatti
https://pagellapolitica.it/articoli/famiglia-bosco-bambini-motivazioni-decisione-giudici
Ho pazientemente letto questa lunga ammucchiata di chiacchiere. Interessante quel “L’ordinanza del Tribunale per i minorenni non è pubblicamente disponibile, ma Pagella Politica ha potuto leggerla”, abbondantemente sufficiente a far suonare tutti i campanelli di allarme sull’affidabilità di chi scrive. E ci sono, nell’articolo, molte cose smentite da vari testimoni. Che poi qualcuno si stupisca che i genitori abbiano rifiutato di far sottoporre i bambini a visita neuropsichiatrica, è veramente il colmo. Per un mio scolaro, che indizi molto forti facevano pensare fosse sottoposto sia a sevizie che a violenze sessuali e che mostrava gravi segni di sofferenza, non è neppure stato possibile chiedere l’intervento di uno psicologo perché il padre (al colloquio con me, una collega e il preside erano stati invitati entrambi i genitori, ma si è presentato solo lui) reagendo istericamente alla proposta, si è categoricamente rifiutato di dare la sua autorizzazione, e senza l’autorizzazione della famiglia non abbiamo potuto fare niente: e questi vengono addirittura strappati alla famiglia perché i genitori rifiutano una visita neuropsichiatrica? E lei lo trova normale? Vogliamo ricordare i bambini di Bibbiano strappati alle famiglie dai servizi sociali per “gravissimi abusi” in famiglia estorti con confessioni indotte e affidati a pedofili? E mi fermo a Bibbiano, ma potrei andare avanti fino a sera a citare casi di bambini distrutti dagli interventi dei cosiddetti servizi sociali. E questa è solo un’orrenda pagina in più.
L’ordinanza dei tribunali dei minorenni può essere consultata da chi esercita una professione legale e si occupa del caso.
I testimoni possono dare una loro versione dei fatti certamente ma non sempre si dimostrano veritiere, ci possono essere delle lacune nelle dichiarazioni o non confermano ciò che hanno stabilito le perizie e gli esperti coinvolti del caso. Poi si può dire che quest’ultimi sono tutti imbecilli e prevenuti, ma bisogna prendersi la responsabilità di dimostrarlo.
Anche sul caso di Bibbiano politici e giornalisti hanno sparato un mucchio di sciocchezze per tornaconto personale ed elettorale.
I processi e la giustizia non si fanno sui social, sui giornali o nelle trasmissioni televisive.
Ok, ho capito: ha deciso che ha ragione lei (in realtà avrei dovuto saperlo prima ancora di replicare alla sua prima risposta, considerando TUTTE le esperienze precedenti), quindi mi arrendo e le lascio tutta la ragione che vuole. E spero di riuscire a ricordarmene la prossima volta e risparmiarmi il tempo e la fatica di replicare.
No davvero, mi scusi. Mi sono basato sui fatti al momento conosciuti e riportati dalle autorità e dalla stampa.
Può darsi che in futuro certe verifiche e valutazioni fatte dai soggetti incaricati del caso potrebbero risultare non propriamente corrette o evidenziate con esagerazione. Poi è facile montare certe questioni seguendo voci o supposizioni di questo o quello.
Ma al momento la situazione sembrerebbe essere questa.
La giustizia deve fare il suo corso, non tutto chiaramente potrebbe andare avanti nella perfezione e potrebbero capitare degli errori anche gravi. Bisogna essere pronti a tutto e non dare per scontato ciò che si recepisce perché sono già capitati casi completamente ribaltati dopo ulteriori verifiche e indagini.
Ma partire già con un certo pregiudizio non fa bene a nessuno, in nessun campo e in nessuna professione. Penso che su questo possa essere d’accordo anche Lei.
Con tutta la simpatia che provo per questa famiglia, per il loro diritto di scegliere come vivere, voglio solo ricordare che, se non ci fosse stato un ospedale a salvarli dall’intossicazione da funghi, saremmo qui a fare un dibattito “post mortem”.
Infatti hanno scelto di vivere in un posto da cui è possibile raggiungere un ospedale: qual è il problema.
(Daniela Martino)
Ho letto con grande interesse la sua analisi critica sul mito occidentale della “Natura” incontaminata. Vorrei arricchire la riflessione con la mia esperienza diretta tra gli Yanomami e i Pemón dell’Amazzonia venezuelana. Per queste comunità la foresta non è un paradiso idilliaco in cui ritirarsi – come vorrebbe il mito romantico occidentale – ma un sistema vivo di relazioni, sinonimo di libertà e autonomia culturale. Il punto cruciale è un altro: il loro pragmatismo. Quando un Yanomami o un Pemón chiede un pannello solare, un motore fuoribordo o una scatola di antibiotici, non sta “tradendo” la propria cultura. Sta semplicemente cercando gli strumenti più efficaci per due obiettivi essenziali:
* Ridurre la sofferenza quotidiana – meno fatica, meno ore di cammino, meno bambini che muoiono per una febbre o per il morso di un serpente, la possibilità di studiare la sera con una lampadina.
* Difendere l’autonomia territoriale – droni per sorvegliare i confini, telefoni satellitari per denunciare i minatori illegali, motori fuoribordo per spostarsi rapidamente e organizzare la resistenza.
Questo approccio non rientra nelle tre categorie classiche dell’articolo (Riforma, Rivoluzione, Ritiro). È qualcosa di diverso: un’Integrazione Negoziata.
Gli oggetti esterni vengono “indigenizzati”: assorbiti, risemantizzati e messi al servizio del modo di vita tradizionale, anziché il contrario. La lezione è semplice e potente: la vera saggezza non sta nel negare romanticamente la tecnica, né nell’arrendersi all’omologazione culturale, ma nel trovare un equilibrio pragmatico tra i vincoli della biologia e le possibilità della modernità.
Condivido il commento, l’ultima parte esemplifica bene il concetto.
Anche il Suo esempio, al pari delle riflessioni di Lanzieri, è interessante e condivisibile, e certamente profondo.
Credo però che l’articolo di Lanzieri proponga il “bivio triplice” come caratteristico (o come chiave di lettura) delle scelte possibili dell’uomo occidentale, urbanizzato e nato in un sistema capitalistico. È la modernità a proporre quel “trivio” (che in realtà è un repertorio di opzioni alternative ad una quarta, che noi occidentali europei, americani, australiani, abbiamo: l’accettazione della modernità come tale, iper-urbanizzata, ipertecnologizzata, ecc.).
Quanto ci ha raccontato (grazie!) sugli Yanomami e i Pemòn rappresenta scelte in qualche modo speculari alle nostre: da noi si sceglie la riforma/rivoluzione/ritiro come reazione al lifestyle occidentale; loro scelgono una “indigenizzazione” degli strumenti della conoscenza (medica e farmacologica, ad esempio) e della tecnologia (droni) occidentali come reazione a quanto di più difficile, faticoso e sgradevole c’è nel loro stile di vita (reazione all’esperienza che essi quotidianamente sono costretti a fare della “natura matrigna”).
(Daniela Martino)
La ringrazio molto per il Suo stimolante commento e per l’ulteriore spunto di riflessione. La vera specularità, a mio avviso, risiede nel tipo di appropriazione messo in atto dai due attori principali: l’Occidente compie un’appropriazione retrograda — o anti-moderna. Si appropria di pratiche percepite come esterne alla modernità iper-tecnologica (meditazione, vita non connessa, comunità organica) con l’obiettivo di curare i mali esistenziali che quella stessa modernità genera.
Le comunità indigene compiono invece un’appropriazione proattiva — o selettivamente moderna. Adottano strumenti altamente tecnologici per contrastare i mali strutturali che ne minacciano l’esistenza — malattie, deforestazione, invasioni territoriali —, proteggendo al contempo il proprio nucleo culturale.
In altri termini, entrambi rifiutano la modernità imposta, ma seguono vettori opposti: l’Occidente va “indietro” alla ricerca di senso; le popolazioni indigene vanno “avanti”, incorporando selettivamente la tecnica per preservare il proprio orizzonte di significato già posseduto. La modernità, dunque, finisce per configurarsi come un vasto repertorio globale di strumenti: ciascuno vi attinge in modo selettivo, a seconda delle sfide che deve affrontare — strutturali o esistenziali.
Mah … credo che l’indignazione per il sequestro dei bambini della “famiglia nel bosco” abbia poco a che fare col mito di cui si parla nell’articolo e abbia molto più a che fare con l’illuministico concetto della libertà individuale. L’intervento della Torquemada di Chieti scaturisce dalla convinzione che esista un modello di vita unico da imporre a tutti. “La facevano in una buca nel bosco: orrore!” “Si scaldavano a legna e non col riscaldamento a gas o nafta: orrore!” “Studiavano a casa e non a scuola: orrore!” “Si incontravano coi bambini delle famiglie “normali” quando e dove gli pareva e non a scuola: orrore! Portiamoli via, strappiamoli all’affetto dei genitori, traumatizziamoli si’ ma per il loro bene”. La Torquemada di Chieti sarebbe stata bene nell’URSS
In teoria tutto è possibile, poi c’è la vita reale con i bambini che non possono fare una loro scelta consapevole, che si potrebbero ammalare e rischiare la vita per nulla, per dei capricci di paranoia e convinzione personale dei genitori quando si potevano evitare. Per poi magari ipocritamente affidarsi alle tecniche moderne di cura della civiltà quando è troppo tardi.
Queste purtroppo sono scelte personali che, se capita, si possono pagare care.
Il fare parte di una società con le sue leggi e regole, essere consci di certi pericoli a livello sanitario ed agire di conseguenza non c’entra nulla con l’imporre una dittatura comunista o fascista.
E’ diffuso il pensiero che qualcosa di naturale faccia sempre bene e sia preferibile ad altro di più manipolato o artificiale. Niente di più ingenuo.
Basti pensare che cosa sarebbe potuto succedere con l’intossicazione da funghi riguardante questo caso. Hanno dovuto rivolgersi ai mezzi e alle tecniche della civiltà avanzata per risolvere il problema. Avrebbero dovuto lasciar fare invece alla natura e trovare metodi alternativi meno tecnologici, con la conseguenza magari di vedere la situazione peggiorare e diventare molto pericolosa. O pensiamo solamente nel caso di infezioni batteriche e virali, un tempo spesso non c’era scampo davanti a certi eventi.
Se non comprendiamo la natura, questa può diventare davvero spietata. E’ la Storia della nostra specie umana quella di dover combattere e studiare certe situazioni dannose che la natura ci offre e trovare delle soluzioni efficaci per impedire che accadano di nuovo.
Il resto sono solo slogan e frasi senza comprensione del mondo intorno a noi.
Oggi va di moda tirare fuori argomenti del genere, senza contare che la pelle la rischiano bambini innocenti e senza difese davanti a certe decisioni folli avallate e prese da alcuni adulti. O peggio, come questo caso, prese dai propri parenti e genitori.
Peccato non si possa mettere “NON MI PIACE”
Ci mancherebbe, il giudizio e la critica sono sempre ben accetti se costruttivi.