Sessantaquattro anni fa Indro Montanelli iniziava un memorabile viaggio-reportage in Medio Oriente. Sulla Domenica del Corriere raccontò la genesi della sua missione. Avrebbe dovuto studiare i paesi arabi, ma subito il suo interesse si rivolse al “mistero” o al “miracolo” di Israele, narrato con la sua proverbiale franchezza. Una lezione non accademica per tutti quelli (i giovani “Free Palestine”, in particolare) che ignorano la sua storia.
“Israele, finché è stato un paese arabo, cioè fino a una trentina di anni or sono, era esattamente come l’Egitto (senza il Nilo), la Giordania e l’Arabia Saudita, coi quali confina: una landa brulla e assetata, senza un un seguito di colline gialle e pietrose, su cui le capre avevano divorato fin l’ultimo filo d’erba e di cui gl’incontrastati signori erano i corvi e gli sciacalli. Di zone cosiffatte nel paese ce ne sono ancora, intendiamoci, qua e là, a chiazza. Sono quelle in cui gli arabi sono rimasti.
Essi hanno l’acqua, ora, perché gli ebrei sono andati a cercarsela nel fiume Giordano e nel lago di Tiberiade. E con un sistema di acquedotti di lì l’hanno portata a irrigare tutto il paese. E hanno anche i trattori, perché il governo glieli dà. E hanno anche l’assistenza dei tecnici, perché lo Stato glieli mette a disposizione. E hanno perfino, tutt’intorno, l’esempio e la lezione pratica di come si fa a trasformare una terra arida e inospitale in un paradiso di agrumeti, di boschi di pini e di cipressi, di orti lussureggianti, di campi di grano e di cotone.
Eppure, non ne profittano, o ne profittano poco. I loro villaggi sono rimasti delle cimiciaie spaventose, il loro aratro ancora a chiodo si limita a grattare la superficie della terra senza preoccuparsi di ricrearvi un “humus”, la loro accetta taglia spietatamente gli alberi, e le loro capre divorano sul nascere ogni accenno di vegetazione.
Essi non sono affatto «i figli del deserto», come vengono chiamati nella retorica di coloro che, dei paesi arabi, conoscono solo “Le mille e una notte”. Ne sono i padri. Essi non sono le vittime di un clima inclemente: sono quelli che lo hanno provocato e aggravato, soprattutto distruggendo i boschi. E se soffrono la sete, bisogna dire che se la sono procurata rinunziando per accidia a regolare le acque, a trattenere in serbatoi la pioggia e a redistribuirla con canali.
Finalmente ho capito perché gli arabi odiano tanto gli ebrei. Non è la razza. Non è la religione, che li sobilla contro di essi. È l’atto d’accusa, è la condanna, che gli ebrei rappresentano, agli occhi di tutto il mondo, qui nelle loro terre, contro la loro ignavia, la loro mancanza di buona volontà, d’impegno nel lavoro, di entusiasmo pionieristico, d’intelligenza organizzativa. Israele dimostra ch’è proprio questo che manca alle zone depresse del Medio Oriente. Sono gli uomini che le abitano, non la natura o il buon Dio, che le hanno rese tali.
In trent’anni di dura fatica, ogni singolo, posponendo il proprio tornaconto individuale all’interesse di tutti, ogni generazione sacrificando il proprio comodo al bene di quelle successive, della zona depressa palestinese hanno fatto la pianura padana. È stata questa meravigliosa avventura umana che mi ha ipnotizzato, facendo passare in seconda linea il mio interesse (e purtroppo anche quello del mio giornale) sulla politica mediorientale. Perché essa rispondeva proprio, con fatti clamorosi e incontestabili, alla domanda che mi ero sempre posto: e cioè se siano i paesi a fare gli uomini, o gli uomini a fare i paesi. Amici miei, sono gli uomini a fare i paesi: gli uomini e soltanto gli uomini, la loro volontà, la loro fatica, la loro capacità di credere e di sacrificarsi per ciò che credono. Le zone depresse esistono soltanto lì, nel loro animo rassegnato, nel loro muscoli fiacchi, nel loro indolente cervello, nella rinunzia alla lotta, nella mancanza di un senso religioso della vita, e quindi nella disposizione a trarne soltanto profitti e godimenti immediati. Ecco, questo mi ha dimostrato Israele” ( La domenica del Corriere, 1960).
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Grazie infinite per aver riportato ai miei occhi un articolo del Maestro. Eletto mio padre putativo. Alla notizia della sua morte ero in treno, ricordo benissimo dove. Ricordo che piansi. Me lo aveva fatto conoscere mio padre, giornalista cronista e riverito maestro elementare, per cui era a sua volta un Maestro. Per migliorare il mio italiano scritto , troppo ampolloso perché venivo da Salgari, mi obbligò a leggere La Stanza tutte le settimane. Addirittura ai miei 12 anni mi regalo’ la mitica Lettera32. Grazie!
È una verità storica e palese.
I Palestinesi potevano emanciparsi dall’arratratezza e dalla povertà approfittando dell’esempio che avevano in casa. Hanno preferito rimanere vittime dell’oscurantismo religioso e fare figli anziché aprirsi alla modernità.
?
Peggio: hanno dilapidato immensi aiuti internazionali che mai nessuno popolo su questa Terra ha avuto. I loro capi sono sempre stati dei ladri matricolati che hanno portato all’estero, a loro personale beneficio, immense somme di denaro. Arafat alla sua morte possedeva metà dei Champs Elysees a Parigi (donde la spietata guerra di spartizione tra la vedova Souha e gli sciacalli rimasti a digiuno). Hanyeh è stimato padrone di 1 miliardo di dollari tra Qatar, Francia, Turchia e Emirati. Abbas è il padrino delle costruzioni edili in tutta la Palestina e forti interessi in Arabia Saudita. Quindi non solo le capre hanno seccato il terreno, ma anche gli astuti creatori di immagini eroiche di sé.
Mille volte grazie ! Lessi questo scritto di Montanelli tanto tempo fa. Fulmino’ il mio immaginario, contribuendo ad alimentare la mia passione per Israele. Complimenti per il vostro lavoro.
Giorgio Di Egidio