

Questo è l’ultimo articolo che scrivo su Gaza e Israele. Non perché non ci sia più nulla da dire, ma perché sento di non avere più gli strumenti per farlo. Sono stanco, ma non è la stanchezza di chi si arrende. È lo sfinimento di chi si sente assediato da un’ondata di follia che ha investito il mondo, uno tsunami che sta spazzando via la ragione. E sento il bisogno di mettere nero su bianco questa percezione, questo umore che mi assale e mi sta deteriorando profondamente, prima che il frastuono copra anche l’ultima voce di buonsenso.
La logica, la storia, la complessità sono diventate polvere. Lo tsunami non si nutre di fatti, ma di slogan, di indignazione a comando, di una narrazione precotta che ha già deciso colpevoli e vittime in eterno. Non c’è più spazio per il dubbio, per l’analisi. C’è solo un’immensa, urlante richiesta di appartenenza a un branco o all’altro. O sei con noi, o sei un complice del genocidio. E in questa semplificazione brutale, il pensiero muore.
Assisto al teatro dell’assurdo. Flottiglie senza senso che salpano in cerca di un autore, più utili a lavare le coscienze dei partecipanti che a portare un reale sollievo. Vedo le nostre piazze trasformarsi in teatri di una guerriglia urbana importata, dove il dissenso non è più dialogo, ma intimidazione. Guardo una bandiera appesa al palazzo di un comune e non vedo più il simbolo di un popolo, ma l’eco di una memoria violenta che ne ha dirottato il significato, trasformandola in un’arma ideologica. È una linea tracciata sulla sabbia che ci costringe a una scelta di campo che non ammette sfumature.
Ma il punto di rottura, l’oscenità che segna il collasso definitivo, è un altro. È il cortocircuito morale che porta a brandire cartelli e a imporre divieti proprio contro chi ha visto l’orrore più oscuro della terra. Assistere a manifestazioni dove i discendenti delle vittime della Shoah vengono esclusi, messi a tacere o etichettati come oppressori, è la rappresentazione plastica del trionfo della follia. È il momento in cui la storia si capovolge e il manicomio a cielo aperto spalanca le sue porte.
Non ne vedo via d’uscita. Per questo smetto di scriverne. Non per disinteresse, ma per un senso di impotenza di fronte a uno tsunami che non si può arginare con la ragione. Questo testo è solo l’ultima fotografia del mio stato d’animo, un messaggio in una bottiglia lanciata mentre la marea sale. Un’ultima, ostinata testimonianza di come era il mondo, prima che la follia lo sommergesse del tutto.
Comprendere ciò che accade a Gaza attraverso la sola lente della questione israelo-palestinese è un errore fatale. Equivale a concentrarsi sulla singola mossa dell’avversario, ignorando l’intera strategia con cui sta vincendo la partita. La guerra che vediamo non è la vera guerra: è il teatro, la messa in scena sanguinosa di uno scontro ben più vasto il cui obiettivo è smantellare l’ordine mondiale come lo conosciamo. L’attacco del 7 ottobre non va letto come il pogrom che ha scatenato un’escalation del conflitto storico, ma l’attivazione deliberata di un meccanismo di crisi globale. Il suo scopo non è la liberazione della Palestina, ma l’accelerazione del collasso dell’ordine liberale occidentale.
La violenza della reazione israeliana si comprende solo decostruendo una memoria storica spesso selettiva. Una memoria che tende a omettere la condizione esistenziale di una nazione nata sotto assedio, la cui storia non è una sequenza di aggressioni, ma di risposte a minacce di annientamento.
Oggi, quel paradigma si è ulteriormente trasfigurato. I nemici non indossano più le uniformi di eserciti nazionali; le frontiere si sono dissolte in un conflitto a bassa intensità, capillare e più insidioso. È una guerra combattuta da un arcipelago di entità non statali, un’idra le cui teste – a Gaza, in Libano, nello Yemen – si muovono all’unisono, alimentate da un’unica volontà strategica e da un unico arsenale, con l’obiettivo di logorare dall’esterno e terrorizzare dall’interno.
In questo nuovo scenario, la strategia israeliana a Gaza diventa di una chiarezza spietata: la neutralizzazione totale e definitiva di Hamas, non equivale a una semplice operazione militare, ma alla cancellazione di un’entità ideologica. Dal punto di vista di Tel Aviv, Gaza non è un territorio da “liberare”, ma un’industria del terrore da smantellare.
Mentre in Medio Oriente si stringono alleanze un tempo impensabili e si combatte una guerra per procura contro un nemico comune, il vero campo di battaglia si rivela essere l’Occidente. L’onda d’urto del conflitto non è un effetto collaterale, ma l’obiettivo di una strategia pianificata, la cui architettura era già stata tracciata nel manifesto di Khamenei: non una guerra convenzionale, ma un logoramento psicologico e mediatico per rendere la vita impossibile a Israele e, di riflesso, alla civiltà che lo sostiene. Le nostre società, già indebolite, sono il vero campo di battaglia. Questa non è una semplice reazione emotiva, ma una guerra cognitiva su scala globale, pianificata a tavolino.
In questo schema, l’odio montante verso Israele funge da detonatore psicologico, studiato a tavolino per innescare un meccanismo di autodistruzione nel cuore dell’Occidente. Una tossica alchimia di narrazioni post-coloniali, anti-imperialiste e islamiste viene utilizzata per trasformare l’attacco a Israele in un processo all’intera civiltà occidentale. L’odio viscerale per Israele si traduce così in un odio paralizzante verso se stessi: un meccanismo suicida che delegittima dall’interno le nostre democrazie, trasformando la nostra civiltà in un tribunale permanente dove essa è al tempo stesso imputato, pubblico ministero e, infine, carnefice di se stessa.
Così l’Europa si lacera in questo masochismo culturale, lasciando dietro di sé un vuoto di potere e di valori in cui i predatori geopolitici avanzano, stringendola in una morsa. Dall’esterno, la Russia e il blocco dei BRICS spingono per quell’ordine multipolare e post-occidentale teorizzato da strateghi come Dugin. Dall’interno, la stessa alleanza atlantica è minacciata da un’America isolazionista, che trova nelle azioni del governo di Tel Aviv un funzionale acceleratore della propria agenda. Un’agenda che non mira più a proteggere l’Europa, ma a sacrificarla sull’altare dei propri interessi, lasciandola in pasto a Putin. In questo scenario, il modello autoritario offerto dai rivali geopolitici non si limita a promettere stabilità. Trova un’inaspettata e paradossale legittimazione proprio in quelle correnti di pensiero occidentali per cui la democrazia liberale è la radice di ogni oppressione.
La guerra a Gaza, quindi, non finirà con un cessate il fuoco. La sua vera fine segnerà l’inizio di una nuova fase storica. Gaza potrebbe essere militarmente neutralizzata, ma il conflitto avrà già raggiunto il suo scopo strategico più ambizioso: accelerare il declino dell’influenza occidentale. La fine di questa guerra non porterà la pace. Inaugurerà un’era di instabilità globale ancora più profonda, in cui le democrazie occidentali, assediate dall’esterno e corrose dall’interno, dovranno combattere una battaglia disperata per la propria sopravvivenza.
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L’odio crescente per Israele penso sia dovuto in gran parte al fatto che i suoi attacchi aerei siano e siano stati letali anche per la popolazione coinvolta, che subisce maggiormente la guerra. Aldilà della palese e manipolatrice propaganda di Hamas, l’effetto visivo della distruzione e conseguente disperazione di parte della popolazione è molto potente nelle menti delle persone che guardano da fuori.
L’odio per Israele c’era anche prima. Persino dopo il 7 ottobre qualcuno giustificava le azioni criminali di Hamas, ma credo fosse una minoranza comunque di quello che si vede oggi. Sono state la risposta decisa di Israele direi inevitabile e le conseguenze degli attacchi a incrementare la condanna e il disgusto verso Israele. Grazie anche al fattore dei social network e della sempre più velocità di condivisione di video e testimonianze dei fatti dalle aree coinvolte.
Poi penso anche al fatto che, aldilà dell’attacco riuscito del 7 ottobre, Hamas non è riuscita a bucare efficacemente le difese di Israele e quindi le persone vedono una netta sproporzionalità tra le forze in campo e prendono la decisione di “appoggiare” o avere pietà della parte più debole.
Io voglio mantenere un po’ più di ottimismo, anche se il quadro che lei descrive è reale.
Però intanto i sondaggi in UK, per dire, indicano che la stragrande maggioranza degli inglesi, anche tra i votanti labouristi, sono contrari al riconoscimento della Palestina, in questo momento e in questa maniera, deciso da Starmer.
Ci sono le piazze fisiche e ci sono le piazze virtuali.
E ci sono i politici, lontani anni luce da figure che si possano definire di statisti, che le seguono.
Ma forse c’è ancora una maggioranza silenziosa che non si vede nelle piazze.
E c’è la realtà, che prima o poi torna sempre a bussare alla porta.
Per questi vale la pena di non smettere di combattere questa battaglia di civiltà.
Non smetta di far sentire anche la sua voce
Grazie di aver espresso così bene e in profonditá lo stato d’animo di molti di noi.
Un articolo da conservare.
Grazie ??
La realtà descritta come guardando ad un microscopio.
Complimenti per l’articolo!
Condivido lo sgomento e lo scoramento.
Però non ci abbandoni. Restiamo uniti su questa zattera alla deriva.
Grazie.
Capisco la profondità e la sincerità, la disperazione del Sig. Tedesco. Ma non ci salverà il silenzio.
P.S.
E’ una questione di principio, ma mai come oggi i principi pesano: il governo di Gerusalemme, non di Tel Aviv.
Il testo fotografa una situazione, purtroppo, pericolosamente inclinata verso un terribile baratro, lo fa con lucidità e merita una riflessione opportuna, ma è sulla premessa che voglio esprimere qui la mia vicinanza all’autore del testo, perché anche io, come lui, mi trovo in una situazione di totale scoramento. In più, io appartengo a quel settore di cittadini/elettori (dentro l’area del centrosinistra), che si trova maggiormente a disagio per la necessità di dover rispondere ogni giorno agli slogan, con argomenti che mi sembrerebbero patrimonio di base dell’area politica nella quale sono cresciuto e che, invece, mi trovo a sostenere (quasi) da solo. Mi dà fastidio scoprire come tanti abbiano abbracciato la bandiera pro pal abdicando totalmente al minimo sforzo critico di pesare almeno le informazioni in ballo. E’ terribile. Ma mi sono anche rafforzato nell’idea che in questo terribile contesto non possa mettermi a fare l’equilibrista e, benché detesti l’attuale governo Netanyahu (ed alcuni insopportabili ministri in particolare), non ho nessun dubbio su da quale parte debba stare. Non in mezzo. Non con i fanatici Jihadisti. Con la Democrazia, il Pluralismo, la Libertà. Con Israele. Per cui Le chiedo, sig. Alessandro Tedesco: non molli. Continui a proporre il Suo punto di vista. Continui perché che lo sviluppo delle idee è possibile solo se qualcuno (come Lei e i tanti che scrivono su questo Blog) se ne rende interprete. Grazie (caffè pagato ?)
Grazie per le belle parole.
Il caffè lo accetto con piacere 🙂
Purtroppo sono completamente d’accordo, e ugualmente angosciato.
ottimo articolo